Comunismo primitivo – le vere origini del comunismo

Il libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato” scritto nel 1884 da Friedrich Engels, basandosi su note di Karl Marx, ci spiega che le radici del comunismo si affondano nel periodo preistorico della razza umana.

Karl Marx e Friedrich Engels sono due filosofi politici ed economici tedeschi a cui viene attribuita la definizione del comunismo moderno, altrimenti chiamato marxismo. La loro visione del comunismo primitivo, come forma naturale di coesistenza senza alcuna classe sociale, si basava a sua volta su un altro testo intitolato “Ancient Society” scritto nel 1877 dal pioniere americano Lewis H. Morgan, un antropologo e avvocato che aveva riportato osservazioni di seconda mano sulla vita di alcune tribù nordamericane.

Anche altri antropologi, storici e scrittori ci mostrano che le origini del comunismo sono molto antecedenti a Karl Marx. Possiamo infatti considerarlo la forma di organizzazione politica più antica conosciuta dal genere umano.

La troviamo presente uniformemente nelle comunità preistoriche dell’età della pietra dove tutto veniva condiviso, dal cibo, alla grotta in cui vivere, alle donne e ai figli. Esisteva una forma di proprietà personale che si limitava agli indumenti che la persona indossava e agli utensili oppure alle armi che utilizzava per cacciare e per svolgere le altre attività quotidiane, come accendere un fuoco e cucinare il cibo.

Non esisteva invece il concetto di proprietà privata che deriva dall’accumulare beni in eccesso rispetto alle proprie esigenze immediate di sopravvivenza.

Tutti i membri abili della tribù dovevano dedicarsi alla caccia e alla raccolta del cibo che doveva essere spartito rigorosamente in parti uguali, vista l’estrema scarsità di risorse e la mancanza di conoscenze adeguate per controllare e predire il proprio ambiente.

Chiunque deviasse da questo insieme complicatissimo di regole e non contribuisse con tutto se stesso alla sopravvivenza del gruppo, veniva semplicemente eliminato o allontanato.

In quel periodo, le condizioni di vita erano talmente difficili che era impossibile che un individuo da solo potesse sopravvivere, mentre un gruppo poteva farcela con grande sacrificio dei singoli membri.

Il prezzo per tale sopravvivenza era un completo annullamento dell’individualità del singolo che doveva essere pronto a sacrificarsi per la continuazione della comunità e della specie.

La difficile vita del primitivo

Come ci spiega lo storico e scrittore di origine olandese e poi diventato americano Hendrik Willem van Loon all’inizio del novecento, la vita dei primitivi era regolamentata da una serie di regole molto rigide che univano obblighi e proibizioni assolute, incardinate in un clima di terrore costante nella prospettiva di una morte istantanea e inaspettata.

Contrariamente a quanto si crede comunemente, van Loon ci spiega che l’uomo preistorico aveva un linguaggio molto articolato che permetteva la definizione di regole molto precise e numerose, dominate dalla superstizione.

Infatti l’uomo preistorico, ci spiega van Loon, viveva costantemente in un fitto intreccio di presente, passato e futuro. Tutto il suo passato era sempre al suo fianco nella forma dei suoi antenati che si erano trasformati in divinità, mentre i suoi compagni morti continuavano ad accompagnarlo nella forma di spiriti e stavano al suo fianco ovunque andasse: mangiavano con lui, dormivano con lui e vegliavano sulla porta della sua dimora.

Il suo compito principale consisteva nel conquistare la loro alleanza oppure nel tenerli a distanza sufficiente da non esserne danneggiato. Se falliva in questo intento, veniva punito immediatamente da qualche evento spiacevole.

Poiché non poteva indovinare costantemente i desideri di tutte queste entità che sentiva di avere al seguito, viveva nel costante timore della vendetta che deriva inevitabilmente dall’ira degli dei.

Qualsiasi evento al di fuori dell’ordinario veniva immediatamente attribuito all’interferenza da parte di uno spirito invisibile. Il paleolita non riusciva a comprenderne le vere cause, quindi correva dallo stregone oppure uomo della medicina della tribù per sapere come riconquistare la benevolenza degli dei.

La tribù quindi sviluppava migliaia di regole superstiziose che dovevano essere memorizzate e rispettate alla lettera da tutti i membri al fine di non mettere in pericolo la sopravvivenza della tribù stessa, evento che era considerato il crimine più grande.

Si sviluppava anche un sistema di punizione istantanea per chiunque non rispettasse le regole comuni che venivano considerate emanazione della volontà divina, dove le divinità erano gli antenati oppure anche divinità locali che proteggevano la natura nel suo insieme.

I taboo del comunismo primitivo

Per facilitare il difficile compito d’imporre il rispetto delle regole, l’uomo paleolitico sviluppò nel corso dei secoli la sua invenzione sociale più importante: il taboo. Inizialmente nato in Africa e in Polinesia, il concetto di taboo si è diffuso anche in altri continenti ed è sopravvissuto nei tempi moderni.

I taboo rappresentavano qualcosa da evitare se non si voleva morire. Venivano tramandati nelle comunità preistoriche e applicati con rigore da parte di individui che rinunciavano completamente alla propria iniziativa e indipendenza individuale per affondarla nell’identità comune della comuinità.

La tribù era chiusa su se stessa, come una specie di fortezza mobile che si spostava da un luogo all’altro e che trovava protezione unicamente nel fatto di essere esclusiva.

Tale approccio ben si adattava all’ambiente letale in cui il primitivo viveva e chi gli ha permesso di sopravvivere durante l’età della pietra e quindi le successive età preistoriche fino all’età del rame dove da cacciatore si è trasformato in agricoltore.

In questo genere di società non esistono caste e il concetto di proprietà privata è assente. Troviamo quindi l’essenza stessa del comunismo: l’individuo è niente e non possiede nulla, e il gruppo è tutto e ha il possesso di tutte le cose comuni.

Forse proprio perché costituisce una parte tanto importante nella sopravvivenza della specie, pare che l’uomo tenda a tornare verso il comunismo primitivo in situazioni di estremo pericolo o di estrema confusione.

Il ritorno alle origini comunistiche porta anche alla rinascita di dogmi rigidi basati su concetti pseudoscientifici che non possono essere assolutamente messi in discussione. All’applicazione acritica di tali dogmi si associa una riduzione drastica delle libertà individuali, e la soppressione fisica o morale di qualsiasi dissidente, inoltre è necessaria l’eliminazione di qualsiasi fede religiosa codificata che viene sostituita con un pensiero di gruppo articolato sotto forma di taboo definiti da figure autoritarie.

Evoluzione mediterranea e trasformazione

Tornando all’evoluzione del comunismo primitivo, vediamo che sparì con il miglioramento delle condizioni generali di vita e delle tecniche di coltivazione e allevamento. Potendo accumulare cibo in eccesso rispetto alle necessità immediate della comunità e del singolo individuo, diventava possibile dedicarsi al baratto e al commercio. I ruoli produttivi si sono specializzati il che ha portato un nuovo aumento della produzione visto che ora ciascuno poteva dedicarsi ad attività che conosceva sempre meglio senza dover condividere i medesimi compiti con tutti gli altri membri della comunità.

Quindi l’evoluzione delle civiltà del Mediterraneo ha portato al graduale abbandono del comunismo primitivo nel Medio Oriente, in Europa e Nord Africa. L’ultima presenza mediterranea di tale comunismo risale alla civiltà minoica dell’antica Creta, esistita dal 3000 avanti Cristo fino al 1100 avanti Cristo.

La civiltà minoica, si basava sulla concentrazione dei raccolti nelle mani del governo che fungeva anche da autorità religiosa e che poi ridistribuiva il cibo tra gli abitanti dell’isola. C’era anche una notevole attività artigianale che portava a commerciare all’esterno dell’isola. I cretesi dell’epoca minoica erano anche soldati e navigatori esperti e riuscirono a dominare il Mediterraneo fino al termine dell’età del Bronzo, dopo di che scomparvero completamente e con essi scomparve ogni forma di comunismo primitivo esistente nel Mediterraneo.

Notiamo in ogni caso che il comunismo cretese rappresentava già un’evoluzione rispetto al comunismo primitivo perché prevedeva uno stato governato da una ristretta cerchia di famiglie aristocratiche, un modello di comunismo più moderno che ritroveremo più tardi nella civiltà greca.

Il comunismo primitivo in America e in Cina

Ma i principi del comunismo primitivo sono continuati in altre parti del mondo. Li troviamo in altre forme di civiltà come quella dei pellerossa nordamericani che alcuni antropologi ritengono siano originari della Polinesia e che siano approdati sul continente nordamericano dopo aver navigato attraverso l’oceano pacifico su imbarcazioni rudimentali. I pellerossa vivevano una vita comunitaria che condivideva i risultati della caccia e che prevedeva rituali elaborati che tenevano conto sia degli spiriti degli antenati sia dello spirito della terra. Ritenevano che la terra non appartenesse a nessuno, ma fosse un bene da condividere. Avevano anche a una rigida divisione in tribù indipendenti.

Lo troviamo infine anche nell’antica cultura cinese attraverso la tradizione popolare che pone particolare importanza nella venerazione degli antenati. Si chiama religione patriarcale ed è la più antica e durevole forma religiosa in Cina. E’ imperniata sull’adorazione rituale degli antenati morti e delle divinità che proteggono la famiglia. Gli antenati, benché nella forma di spiriti, continuano a vivere nella famiglia e sono considerati parte della vita di tutti i giorni.

Parte della tradizione cinese consiste anche nel condividere il proprio cibo con gli altri così da compensare l’enorme povertà delle campagne.

Le usanze cinesi hanno anche incorporato per secoli numerose forme di superstizione che persistono ancora oggi nonostante il passaggio al comunismo. La religione patriarcale cinese non ha una propria ideologia e perciò non interferisce particolarmente con gli obiettivi del governo comunista cinese che la tollera perché comunque crea un senso di appartenenza nazionale e una continuità con la tradizione.

Nei secoli passati, il complemento ideologico a questa religione molto elementare è stato fornito dal Confucianesimo e dal Taoismo, le due religioni ufficiali delle diverse dinastie d’imperatori. Dopo la rivoluzione cinese, entrambe erano state bandite, ma ora il partito comunista ne sta favorendo un revival, in particolare del Confucianesimo.

Quest’ultimo di fatto può essere considerato una sorta di religione laica. Fornisce regole di buona condotta e di buon governo, sottolinea le virtù morali e il rispetto della vita comunitaria. Richiede anche il rispetto della famiglia e degli antenati, ma non ha un clero e non prevede nessuna divinità particolare.

Viene tramandato da semplici insegnanti, si allinea perfettamente alla tradizione della religione patriarcale e a una vita comunitaria di condivisione. E’ quindi ben allineato per conferire uno spessore culturale tanto necessario al comunismo cinese moderno e uno strumento per combattere la corruzione dilagante nel partito comunista cinese.

Roberto Mazzoni

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