Money.it: Trump e l’Europa che verrà

Buona serata. Per chi ci segue in diretta, il nostro appuntamento mensile insieme a Roberto Mazzoni, in collegamento dagli Stati Uniti, è disponibile su money.it. Ciao Roberto. Buongiorno a tutti e bentornati. Allora, sul tuo sito Mazzoni News ci sono dei video molto interessanti, anche usciti ultimamente. Vorrei focalizzarmi, intanto, su un tuo ulteriore aggiornamento su questo ulteriore procedere di Trump. Abbiamo visto la scena con Zelensky, abbiamo notato dei toni che forse sono un po’ più moderati, volte sì e volte no, insomma il riannodare il rapporto con la Russia e poi l’Europa che ha annunciato questo piano per il riarmo. Anche se poi non si tratterebbe di un riarmo comune, bensì di un aumento della spesa militare dei singoli Stati, cosa ovviamente diversa, peraltro finanziata con debiti che non riguardano tutti gli Stati europei, e un’Europa che sembra sempre di più allo sbaglio. Come si mettono insieme queste cose? Trump, gli effetti sull’Europa?

Se osserviamo le azioni di Trump, c’è da restare allibiti: va da un estremo all’altro, il che è in parte frutto della sua tattica di creare confusione e sconforto e in parte è anche una necessità di aggiustare il tiro, perché è evidente che si è partiti con alcune informazioni scorrette su alcuni fronti, per esempio il conflitto Ucraina-Russia. Detto questo, Trump sta comunque seguendo un copione piuttosto preciso. Gli Stati Uniti vogliono un reset monetario e lo vogliono subito, vogliono anche l’accesso a determinate risorse strategiche di cui hanno bisogno per poter ricostruire il proprio impianto industriale e anche quello militare, ormai inefficiente.

Per gli Stati Uniti, a questo punto, l’Europa è semplicemente un peso morto e vogliono che gli europei si arrangino, ma con moderazione. In altre parole, devono essere in grado di difendersi, ma non possono farlo da soli e quindi quello che vogliono è che aumentino la spesa per l’acquisto di materiale dagli Stati Uniti. Questo è in estrema sintesi, anche per alimentare l’industria militare statunitense e per sgravare gli Stati Uniti da un peso notevole della NATO che, a questo punto, anziché essere un ancora di salvezza, è un ancora che trascina a fondo. Quindi si tratta di una struttura non soltanto obsoleta, ma anche pericolosa. D’altro canto, Trump non può uscire dalla NATO senza il consenso del Senato e del Parlamento americano, che non si era mai verificato prima d’ora.

La strategia è quindi quella di svuotare progressivamente la NATO dall’interno, lasciandola come un guscio vuoto e lasciando che gli europei occupino sempre più spazio al suo interno, ma secondo regole definite da Washington. Questa è dunque la direzione intrapresa e in tale direzione si osserva un divergere sostanziale tra Stati Uniti e Unione Europea, sia in termini di interessi e di visione idealistica o dottrinale, sia di politiche, soprattutto monetarie ed economiche.

Gli Stati Uniti vogliono ridurre il valore del dollaro, vogliono una sua svalutazione drastica, il che faciliterebbe la de-dollarizzazione, obiettivo paradossale ma strategicamente rilevante per trasferire negli Stati Uniti l’industria che è scomparsa durante il periodo della globalizzazione e per rendere i prodotti statunitensi più competitivi all’estero. Per raggiungere questo obiettivo useranno vari strumenti: le tariffe, i dazi e le varie manovre di guerra economica che gli Stati Uniti stanno preparando e attivando nei confronti di vari fronti. Alcuni di questi sono vicini, come il Messico e il Canada, e in quel caso viene utilizzata una certa tecnica che mira a consolidare i rapporti tra Messico, Canada e Stati Uniti e, potenzialmente, ad acquisire una parte del Canada, ovvero le province più ricche di petrolio che stanno attraversando un periodo di grosse difficoltà nel rapporto attuale con il governo di Ottawa.

Il Canada presenta una forte divisione interna: la parte est di Toronto e Ottawa, il Quebec, ospita la parte finanziaria più ricca che vive sulle spalle del resto del paese, che invece non sta particolarmente bene. Questo è vero anche per la Groenlandia, dove si verificano situazioni simili. L’idea è di trasformare il dollaro, che fino ad ora è stato la moneta di riserva e di scambio internazionale, in seguito agli accordi presi dopo la seconda guerra mondiale, in modo che non svolga più tale funzione, perlomeno nei confronti degli Stati, non nella modalità che abbiamo visto finora, e che venga sostituito da una forma di moneta internazionale più neutra. Nell’immediato, l’oro potrebbe svolgere tale funzione, ma presenta tutta una serie di problemi relativi alla verifica, alla disponibilità, al controllo, alla qualità, allo spostamento e alla quadratura. Probabilmente, potrebbe essere il bitcoin o qualche altra combinazione di valute digitali a svolgere tale funzione. L’idea è quella di ridurre progressivamente il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale, in modo che gli Stati Uniti possano riportare in patria le industrie che hanno delocalizzato.

Questo permetterebbe di evitare grandi perdite, creando probabilmente due dollari diversi: uno con circolazione interna affidata direttamente alle banche, secondo un modello antecedente alla formazione della Federal Reserve. Le banche sarebbero quindi in grado di mettere i dollari in modo autonomo. L’idea è quella di avere un dollaro internazionale che funzionerà in modo differente, quindi un impianto simile a quello della Cina, con delle barriere che impediscano gli spostamenti del dollaro a livello internazionale, in modo da avere effetti profondi sull’industria americana.

Questo perché dopo l’accordo, il famoso accordo del petrodollaro, in cui l’Arabia Saudita forniva petrolio al mondo e gli Stati Uniti fornivano dollari al mondo, gli Stati Uniti sono diventati l’Arabia Saudita del denaro. Oggi bisogna invertire la tendenza, quindi bisogna proprio ribaltare completamente la situazione e questo coincide anche con due cicli importanti in corso. Il primo è un ciclo finanziario che si ripete da tempo, un ciclo che dura quarant’anni. Si è appena concluso un lungo ciclo di riduzione dei tassi di interesse e di deflazione.

Poi vi chiederete: “Ma noi non abbiamo visto tutta questa deflazione, perché i prezzi sono comunque aumentati”. Questo è vero, ma gli aumenti sarebbero stati molto più elevati se non fosse stato per l’effetto deflazionistico proveniente dalla Cina o dall’Estremo Oriente, dove è stato possibile produrre a prezzi molto più bassi e costi molto più bassi, quindi importare prodotti a basso costo nei singoli paesi occidentali. Questo trend si invertirà, quindi andiamo verso 40 anni di tassi di interesse elevati e di alta inflazione. Ciò comporterà la necessità di riportare le industrie in casa, perché sarà sempre più difficile procurarsi prodotti dalla Cina piuttosto che da altri partner.

Gli Stati Uniti hanno sicuramente identificato l’India come successore plausibile della Cina e questo giustifica anche l’attuale politica nel Medio Oriente, ma non entriamo nel merito perché è un disastro e richiederebbe molto più tempo ed è comunque molto complesso. Comunque, diciamo che gli Stati Uniti sono tornati o stanno tornando alla modalità operativa che avevano prima di diventare i garanti del cosiddetto ordine internazionale, quindi prima di diventare i poliziotti del mondo e prima delle due grandi guerre. Stiamo parlando della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento.

Tanto che si parla addirittura di eliminare le tasse sul reddito. La Fed Reserve, l’IRS (l’agenzia delle entrate) sono sogni naturalmente, però perlomeno nel breve periodo. Tuttavia, se si osserva la direzione che sta prendendo la situazione, si può notare un ritorno alle origini. Oggi, la politica di Trump ricorda molto quella degli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, quando erano già una potenza industriale importante e sono riusciti a sopravvivere e ad acquisire una posizione di predominio durante le prime due guerre mondiali, guerre che, per inciso, non hanno scatenato loro, ma nelle quali sono stati coinvolti.

Oggi la situazione si è invertita: la fabbrica del mondo si trova in Cina e la Gran Bretagna, che era una potenza industriale importante, ha dato vita alla rivoluzione industriale. Oggi, però, il ciclo industriale si è chiuso completamente: stanno per chiudere l’ultima fonderia di acciaio in Gran Bretagna. La Gran Bretagna è quindi in un ciclo post-industriale che la porterà a un declino progressivo, forse anche molto rapido. La stessa cosa vale per la Germania. Quindi, da una parte, vediamo gli Stati Uniti che stanno affrontando una trasformazione che è una sorta di triplo salto mortale carpiato dalla quale potrebbero uscire piuttosto malconci, ma che ritengono indispensabile.

Trump sta, quindi, accelerando la crisi che era già latente e che, durante il periodo di Biden, era stata in qualche modo nascosta attraverso un’enorme quantità di investimenti pubblici, tra l’altro inutili, spesso buttati via, ma che comunque creavano un giro di denaro. Ha deciso di accelerare, anzi di accentuarla: gli Stati Uniti stanno per entrare in picchiata e accenderanno i motori al massimo per scendere più velocemente possibile, così da raggiungere la velocità necessaria per poter invertire la tendenza.

Questa è un po’ l’idea figurativa di quello che sta cercando di fare e chiederà agli altri di fare altrettanto, ossia di aiutare gli Stati Uniti a precipitare più rapidamente. Abbiamo visto che hanno praticamente bloccato la presenza dei cinesi a Wall Street; oggi i cinesi devono reinvestire a Wall Street e pagare delle tasse sul reinvestimento, quindi stanno portando i loro soldi fuori dagli Stati Uniti. Una parte è arrivata in Europa, provocando un certo movimento positivo nelle borse europee, e un’altra parte la stanno naturalmente investendo in oro.

Quindi stanno portando avanti una grossa operazione di disaccoppiamento finanziario rispetto all’Europa e alla Cina. Nel caso dell’Europa, il conflitto tariffario la vede chiaramente svantaggiata: l’Europa perderà al 100%. Durante questo conflitto, l’Europa cercherà delle scusanti per attingere al risparmio privato, perché non ha alternative. Una di queste scusanti potrebbe essere un conflitto potenziale con la Russia, che coinvolgerebbe direttamente alcuni Stati europei, come la Gran Bretagna e la Francia.

Questi sembrano essere in prima fila in tale direzione, ma potrebbe anche non essere un conflitto diretto, bensì una sorta di conflitto a bassa intensità, con un costante scontro sui media, l’invio di soldi da parte degli ucraini e tutto questo genere di cose. Secondo me, quindi, per l’Europa diventerà difficile sopravvivere in quanto Unione Europea, perché ha la struttura peggiore per affrontare uno scenario di questo genere. Voglio dire, siamo in un regime di dominanza fiscale, le politiche delle banche centrali non hanno più effetto sul mercato e questo vale per tutte le banche centrali, compresa la Fed e la Reserva e compresa la banca centrale europea. Adesso ciò che conta sono le politiche monetarie attraverso l’emissione di debito di un certo tipo da parte dei singoli governi. Gli Stati Uniti, con la loro massa di popolazione e la massa di stati che sono 50 e potrebbero presto diventare 51, hanno una politica unificata che viene da Washington.

Nel caso dell’Unione Europea, invece, la politica non è unificata: c’è una valuta unica, ma le politiche fiscali sono diverse da stato a stato, quindi è come se affrontaste un conflitto globale finanziario con le vostre truppe sparpagliate che hanno armi diverse, parlano lingue diverse e non si parlano tra loro, anzi sono pure in conflitto: non è uno scenario vincente. Quindi, al di là di quello che potrà essere il futuro dell’Unione Europea in quanto tale, che potrebbe rimanere come una scatola semivuota, alla pari della NATO, tra l’altro sono due cose estremamente collegate, il futuro in Europa sarà che i singoli paesi dovranno arrangiarsi e dovranno cercare di stringere alleanze specifiche con chi ritengono essere il partner principale. Al momento i russi sembrano piuttosto poco interessati all’Europa, i cinesi sono ancora interessati, quindi sono in giro a fare compere, e gli americani sono pazientemente interessati. Ci sono quindi alcune nazioni con cui potrebbe aver senso fare accordi.

Abbiamo visto Trump negli ultimi giorni fare vincere una gara di golf insieme al presidente della Finlandia e, durante i discorsi seguiti a questa vittoria comune, si è parlato del fatto che la Finlandia produrrà tutti i rompighiaccio per gli Stati Uniti, creando una flotta artica di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Quindi stanno già cominciando a fare accordi anche a livello di singoli stati sui ruoli che ciascuno di essi potrebbe svolgere in futuro. Come detto in precedenza, gli Stati Uniti avranno politiche diverse a seconda dell’area geografica all’interno dell’Europa, pertanto non ci sarà una politica unificata nei confronti dell’Unione Europea. Trump e i suoi ministri, infatti, hanno finora rifiutato qualsiasi contatto da parte dei funzionari dell’Unione Europea, compresa la Mogherini. Dal punto di vista di Washington, l’Unione Europea è solo un peso e non esiste come interlocutore, mentre invece esistono i singoli stati. Nell’ambito artico scandinavo ci sarà una politica di un certo tipo, nel centro Europa un’altra politica, con i francesi un’altra ancora e nel Mediterraneo una politica diversa a seconda degli interessi mutevoli degli Stati Uniti in queste specifiche aree.

Quindi il futuro dell’Europa è difficile da prevedere, anche se abbastanza facile da delineare: l’Europa si presenta a un più grande reset monetario che si è visto dopo la seconda guerra mondiale con delle armi inadeguate e con una politica frazionata, con poche risorse su cui poter fare affidamento, perché quello che conterrà in futuro sarà la disponibilità di energia e la disponibilità di capacità produttiva industriale. Parliamo di nuove tecnologie, ma anche di acciaio, di energia, di capacità produttiva industriale, di nuove tecnologie e di capacità di offrire materie prime.

Tutte aree in cui l’Europa non è particolarmente forte e in cui non ha avuto una politica razionale negli ultimi vent’anni, per esempio guardiamo la situazione della Germania. La situazione sarà molto diversa da un Paese all’altro. Le previsioni per la Germania sono decisamente negative per i prossimi dieci anni, non si vedono cambiamenti considerando il trend che hanno seguito finora e che continuano a seguire. Il problema della Francia è serio, perché hanno perso praticamente il loro appoggio in Africa e perderanno anche il poco che resta. I britannici sono in caduta libera e non ci sarà modo di fermare quella caduta.

Se togliamo questi tre elementi importanti, direi che tutto il resto dovrà cercare di trovare una propria direzione. Una propria politica che non sarà facile perché sarà uno scenario mutevole e gli Stati Uniti, da partner o alleato, diventano potenziali partner su operazioni specifiche. Non ci sarà più una logica di alleanza a tutto tondo, ma saremo con voi, vi garantiamo questo, voi ci date quest’altro, sarà caso per caso, situazione per situazione, momento per momento. Richiederà quindi anche una grossa flessibilità politica interna, una grande capacità negoziale e anche una capacità di capire dove vanno le cose in generale. Il dollaro uscirà comunque rinforzato da questa operazione, anche perché mi sembra abbastanza evidente che gli stessi paesi BRICS non vogliono abbandonare il dollaro, non sono pronti e non sono in grado di creare una propria valuta internazionale, perché conoscono le conseguenze.

Vogliono continuare a usare il dollaro e gli americani sono disposti a farlo a condizione di avere una serie di protezioni, quindi avere due binari diversi: uno per il dollaro che verrà usato globalmente. Uno per il dollaro che verrà usato all’interno degli Stati Uniti. Inoltre, gli americani vogliono anche la Groenlandia e una serie di altri beni che ritengono essere indispensabili per rafforzare l’industria interna. Questo è un progetto di lungo periodo che coincide anche con un grosso cambiamento demografico all’interno degli Stati Uniti, dove vediamo una delle più grandi o la più grande generazione di americani che va sulla via del tramonto, i cosiddetti boomer, e vediamo un’altra generazione altrettanto grande e altrettanto importante che invece entra in primo piano, quella dei millenial. Questo è un fatto specifico degli Stati Uniti, laddove invece, per esempio, in Cina il calo demografico è continuo e non ci sarà via d’uscita, dato che il numero di cinesi diminuirà costantemente nei prossimi vent’anni e anche oltre.

Anche in Europa c’è un trend negativo in termini di demografia, quindi di popolazioni che tendono a diventare sempre più vecchie e che in qualche modo vengono sostituite, magari dai migranti, ma che non si stanno rigenerando. Lo stesso vale per il Giappone. Nel caso degli Stati Uniti, invece, abbiamo una nuova generazione che può prendere il posto dei baby boomer, ma che vuole avere anche la possibilità di costruirsi una famiglia, di acquistare una casa a prezzo accessibile e di ottenere un lavoro ben retribuito. Non deve fare tre lavori contemporaneamente per pagare le bollette e per arrivare a fine mese. Per soddisfare questa nuova fascia demografica è necessario invertire la situazione, penalizzando Wall Street che comunque guadagnerà, ma guadagnerà di meno. Bisogna puntare di più su quello che è la struttura del tessuto sociale interno. È una situazione simile a quella che c’è stata prima della presidenza Reagan e che si è verificata con la presidenza Reagan. In questo caso, dovremmo cercare di peggiorare la situazione il più possibile all’inizio, così da poter poi eliminare tutte le cose, le aziende zombie, le agenzie governative inutili, gli sprechi e anche il debito pubblico. Questo dovrebbe essere fatto nei primi sei mesi, otto mesi, dopodiché si potrebbe innestare una ripresa.

Questo naturalmente avrà conseguenze internazionali, indubbiamente per chi esporta negli Stati Uniti, ma anche sulla capacità complessiva di esportazione, perché nel momento in cui il dollaro scendesse e scenderà, diventerà molto più difficile esportare dall’Europa, perché l’euro invece si rivaluterà e quindi le nazioni che vivono di esportazione, come l’Italia, avranno qualche difficoltà, oltre ad avere problemi a trovare finanziamenti e finanziatori disposti a comprare titoli di Stato. Intanto, gli Stati Uniti intendono rendere i propri titoli di Stato più appetibili, forse con l’obiettivo di emettere titoli a 100 anni. L’idea è quella di rafforzare il circuito del dollaro, abbinando a titoli di Stato dei beni neutri come l’oro o le criptovalute, come i Bitcoin, così da rendere i titoli di Stato americani più appetibili rispetto al passato, con maggiori garanzie, compatibilmente con ciò, e parallelamente ristrutturando completamente l’apparato militare.

Ci troviamo in un’epoca di grandi cambiamenti: il primo cambiamento importante è il famoso ciclo dei 40 anni, che vede il passaggio da un periodo di inflazione a un periodo di inflazione e di alti tassi di interesse. Un altro periodo importante è l’avvicinamento demografico che stiamo osservando negli Stati Uniti. Un altro periodo importante è la fine del dollaro come moneta di scambio internazionale: tutte le monete di scambio internazionale hanno una vita, il dollaro è arrivato al termine del suo ciclo vitale, questo è evidente, ma una moneta può essere risuscitata in vari modi e sicuramente nei Stati Uniti abbiamo tra i migliori finanzieri al mondo, quindi hanno delle carte da giocarsi. L’altro cambiamento essenziale che va compreso è che, contemporaneamente al cambiamento demografico, gli Stati Uniti si rendono conto che la loro posizione di egemonia o di garante dell’ordine basato sulle regole, regole che poi l’Europa ha fatto proprie con l’Unione Europea, non funziona più. Non è più tanto inefficiente, è diventato un peso, un pericolo per la stessa sopravvivenza degli Stati Uniti.

Si passa quindi da un regime di politica economica a un regime di economic statecraft, come dicono qui. L’economic statecraft sarebbe l’arte di governare e consisterebbe nell’essere disposti a perdere soldi in grande quantità a condizione di garantire la sopravvivenza della propria nazione. Questo concetto si basa sul realismo: finora abbiamo avuto i liberali come scuola di pensiero nei rapporti internazionali. La loro teoria era che diffondendo la democrazia si evitasse il conflitto tra democrazie, ma questo è da dimostrare.

Inoltre, imponendo la democrazia anche a chi non la vuole, garantiremmo la pace del mondo e il nostro predominio, ma non ha funzionato. Quindi si torna al realismo, il quale parte dal concetto fondamentale che il mondo è una grande confusione, praticamente è in uno stato di anarchia, non esiste un’entità superiore agli stati che possa regolare le cose. Le Nazioni Unite non hanno funzionato e quindi ogni stato deve garantire per conto proprio la propria sopravvivenza, partendo dal presupposto che ci possano essere altri stati antagonisti che desiderino schiacciarlo o conquistarlo.

Di conseguenza, l’aspetto militare diventa di nuovo importante, più importante di prima. Ma soprattutto, la politica è: “Io vado ai miei affari, voi andate ai vostri”. Se troviamo dei punti di contatto, ben venga, ma non aspettatevi matrimoni di lungo periodo. In questo contesto, sono disposti a pagare un prezzo economico sul breve e medio periodo, a condizione di avere la garanzia sul lungo periodo di avere tutto quello che gli serve per produrre in casa gli strumenti di cui hanno bisogno, comprese le armi. Oggi gran parte della componentistica usata dal Pentagono viene dalla Cina, cosa assurda, e se si osserva la progressione, come segnalato da diversi esperti militari negli Stati Uniti da anni, nel 2030-2040 l’apparato militare degli Stati Uniti sarà totalmente dipendente dalla Cina, quindi sarà come se fossero stati sconfitti. Non è possibile mantenere questa tendenza: bisogna riportare in patria tutte le industrie indispensabili. Durante il periodo della pandemia di Covid, negli Stati Uniti sono mancati elementi fondamentali a livello sanitario, e lo stesso è successo nella guerra in Ucraina, dove la capacità produttiva interna è totalmente inadeguata.

L’Occidente, messo insieme, produce in un anno quello che i russi producono in un mese o forse due, a seconda della situazione, senza considerare il fatto che i russi sono molto più avanzati rispetto alla NATO per quanto riguarda i sistemi d’arma. Quindi, questa è stata una constatazione dolorosa, ma necessaria, che non finirà con Trump. Quello che dovete capire è che questi cambiamenti non sono in atto solo grazie al fatto che Trump è arrivato alla presidenza. Trump è sicuramente uno strumento, Trump può essere il catalizzatore che accelera questo passaggio, questa trasformazione, ma se non ci fosse Trump sarebbe qualcun altro e la politica d’ora in poi sarà quella.

Non stiamo pensando, come tanti credono all’interno della struttura elitaria e politica europea, che siano quattro anni di passaggio dopo di che si tornerà alla norma precedente. Questo è e questo resterà. Quindi, i singoli paesi europei devono prima rendersi conto che la musica è cambiata e che bisogna cambiare strumenti e tutto il resto. Se i paesi europei aspettano, si troveranno in difficoltà e in una posizione di svantaggio. Inoltre, sarà più difficile recuperare il ritardo, perché, a differenza del passato, quando, dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, con il piano Marshall, investirono pesantemente nella ricostruzione dell’Europa per farne un mercato in cui riversare i propri prodotti e un partner, anche a livello militare, di sicurezza nei confronti dell’Unione Sovietica, oggi non c’è più questo interesse e non ha più senso, perché il mondo è cambiato. Oggi i soldi veri sono in Oriente, il potenziale produttivo e di consumo è in Oriente, gli sviluppi strategici importanti anche a livello militare sono in Oriente. L’Europa è rimasta indietro, molto indietro.

Grazie alla sua protezione all’interno di questo castello neoliberale, l’Europa si è atrofizzata di fatto a tutti gli effetti e si è abbandonata a politiche energetiche piuttosto strane. Ha già i suoi creatori che avevano identificato il modello dell’euro come incompleto e ha una posizione poco conciliante nei confronti della Russia, come vediamo. Ora, Trump ha atteggiamenti spesso abrasivi nei confronti di altre nazioni, dei media, ecc., perché vuole ottenere un certo tipo di risultato, ma è anche in grado di capire fin dove può spingersi. Ce lo auguriamo, e comunque è anche in grado di negoziare, come abbiamo visto. Nel caso europeo, invece, non c’è questo tipo di flessibilità né questa disponibilità. Quindi l’attuale struttura politica, diciamo l’élite politica europea, è destinata a scomparire, non potrà resistere. Non so quanto tempo ci vorrà e non so cosa succederà da qui a quel momento.

Quello che è certo è che gli Stati Uniti sono su un binario dal quale non si scende, sono lanciati alla massima velocità, stanno accelerando al massimo e, come dicono in tanti, nessuno ferma questo treno che sta andando in una direzione opposta rispetto a quella dell’Unione Europea e sta convergendo in termini di interessi. In termini di riassetto rispetto alla Cina e alla Russia, con tutte le necessarie differenze e frizioni che si manterranno e continueranno in questo processo di avvicinamento un po’ disordinato e complicato, questa è la direzione in cui si sta andando e in cui si continuerà ad andare. Quindi, vincerà chi avrà un facile accesso a un’energia a basso costo e chi avrà industrie innovative comparabili con la capacità energetica del Paese.

Se il Paese ha una scarsa capacità produttiva di energia, non ha senso che investa in industrie pesanti come quelle per la produzione di armi, ma che investa in industrie a basso contenuto energetico e ad alto valore aggiunto, come il turismo o l’agricoltura di alto livello, piuttosto che nello sviluppo del software. L’intelligenza artificiale richiede grosse potenze energetiche e quindi la vedo più difficile, però si possono attingere a risorse, dato che si tratta di un mercato globale, e quindi fare un lavoro di sviluppo locale. Direi che questo è il conto che bisogna fare, soprattutto per l’Italia, e ogni singolo Paese deve ritrovare le proprie origini e la propria ragione d’essere in quanto Paese indipendente. L’Italia ha una chiara vocazione verso il Mediterraneo, un’area complicata che richiede capacità di gestione e in cui ci sono spazi per chi può inserirsi e diventare mediatore o facilitatore di soluzioni di compromesso. Il Medio Oriente rimane comunque uno dei centri energetici più importanti del mondo, quindi direi che l’Italia potrebbe giocarsela molto bene rispetto alla Turchia, per esempio.

Più l’Italia guarda al nord, peggio sarà, perché il nord è destinato a fare una brutta fine, soprattutto il centro Europa, con la Germania che è in caduta libera e con trasformazioni interne che non garantiscono nemmeno che la Germania possa restare unita, perché c’è una fazione politica nella vecchia Germania Est che vorrebbe sganciarsi perché ha esigenze diverse rispetto al resto della Germania. In ogni caso, il fatto che i tedeschi abbiano recentemente tolto il limite sul debito, che era uno degli elementi di forza dell’eurostruttura economica, dell’eurostruttura fiscale e, se vogliamo, dell’euro in quanto tale, indica che non c’è nulla di buono che aspetta la Germania in futuro.

La politica che vediamo attuata o ventilata per la Germania è simile a quella di Biden, una versione 2 della “Bidenomics” applicata ai tedeschi, e sarà un disastro totale, un collasso che si associa a quello già in corso dei britannici. Quindi, prima vi sganciate dall’Europa del nord, meglio è, perché non è salutare restare agganciati. Gli Stati Uniti sono in giro, stanno facendo shopping, stanno cercando di capire con chi fare accordi e che tipo di accordi stipulare, quali sono i punti di forza delle singole nazioni. Quindi, questo è il momento giusto per incominciare a trattare, per incominciare ad aggiustare le proprie politiche, se si vuole continuare a restare in una sfera di influenza americana. Tenete presente che per gli americani chi deciderà di avere una sfera di influenza diversa diventerà un avversario, a prescindere dai rapporti che ci sono stati finora, e quindi la faranno pagare agli avversari. Questo è il mondo in cui viviamo, non si tratta di essere bravi o meno, ma di capire che siamo in un mondo in cui, come ci hanno dimostrato i russi, a volte è necessario usare maniere forti per far valere non tanto i nostri diritti, ma le nostre esigenze esistenziali, e in cui non c’è più un reale consenso sulle regole, anche perché spesso sono state ritrascritte.

Le regole sono interpretate a piacere, ma siamo in un mondo di rapporti realistici, dove ciascuno deve difendere il proprio territorio e le proprie prerogative cercando di andare in qualche modo d’accordo con i più grandi, che in questo momento sono tre: Cina, Russia e Stati Uniti. Presto si aggiungeranno l’India e probabilmente il Brasile, e questi sono i giocatori più importanti. L’Iran potrebbe essere un giocatore importante nel Medio Oriente, ma è in una posizione scomoda rispetto all’Arabia Saudita.

Gli Stati Uniti sono chiaramente dalla parte dell’Arabia Saudita, quindi è difficile prevedere cosa succederà. Gli Stati Uniti si trovano nella posizione invidiabile di essere una superpotenza su vari fronti: sono una superpotenza militare perché, nonostante abbiano bisogno di fare un repulisti in quell’area, continuano a esserlo; Inoltre, sono una superpotenza economica, perché hanno ancora il controllo del dollaro, che è la moneta dominante, e una superpotenza energetica, insieme all’Arabia Saudita e alla Russia, perché lo sono, producendo grandi quantità di petrolio e gas.

Con la parziale annessione o conquista di una parte del Canada, potrebbero diventare i principali produttori. In questo scenario, gli Stati Uniti possono giocare su tre tavoli diversi e, in più, sono uno dei più grandi mercati di consumo, paragonabile alla Cina che, tuttavia, sta cercando di sganciarsi in modo efficiente. In ogni caso, la Cina deve tenere conto dell’area, anche in senso negativo, nel senso che la Cina può decidere di non voler più essere nei Paesi Bassi e gli Stati Uniti possono decidere di non voler più i cinesi in casa. Questo comporta dei cambiamenti importanti. Bene, quindi lo scenario è questo: direi che in Europa dovete decidere se convergere verso il nuovo dollaro o la nuova struttura del dollaro, oppure imparare il mandarino, volendo sintetizzare. Infatti, questo è appunto ciò che mi aspettavo come conclusione. Andiamo a qualche domanda, Salvatore. Quando ci saranno i primi risultati favorevoli nell’economia americana grazie ai dazi e quale paese europeo salterà per primo a causa dei dazi? Quando ci saranno questi risultati? Vuole una previsione precisa su quando sarà complicato? Però, come ci saranno questi risultati?

Naturalmente, Trump spera di avere qualcosa di concreto prima delle elezioni di medio termine. Con questo non intendo dire che l’economia americana sarà rilanciata per quell’epoca, perché lo dubito. Il cambiamento è troppo grosso. Quello che vorrà fare è rendere più agevole la vita degli americani, quindi avere in qualche modo scorporato, separato il mondo del dollaro esterno da quello del dollaro interno.

Trump sta tagliando le spese pubbliche e intende ridurle ulteriormente; sta anche smantellando interi dipartimenti del governo, come il ministero dell’istruzione, e vuole eliminare completamente il ministero. Vuole eliminare tutta una serie di agenzie, alcune delle quali ha già chiuso. Questo significa ridurre la spesa pubblica. ridurre il prodotto interno lordo perché ci saranno meno soldi in circolazione. Quindi, secondo me, vorrà fare quello che ha proposto Musk, una bella trovata in termini pubblicitari: riconoscere come sconti sulle tasse tutti i soldi che abbiamo risparmiato dagli sprechi, dalle truffe e dagli abusi a livello pubblico.

L’idea è di far sì che qualsiasi americano che guadagni meno di 100.000 dollari all’anno non paghi le tasse.000 dollari non paghi le tasse, cioè non devi presentare la dichiarazione dei redditi. Questo sarebbe un bel incentivo, perché l’americano medio, che vedrà comunque un aumento dei prezzi e un’impennata dell’inflazione, vedrà contemporaneamente una diminuzione del carico fiscale, probabilmente superiore, e magari degli incentivi sulla riqualificazione professionale e sull’inserimento nel lavoro. Di conseguenza, anche se le cose costeranno di più e le case costeranno di meno, credo che ci sarà un clima positivo all’interno della popolazione tale da consentire la prosecuzione del piano di Trump anche nei due anni successivi. In termini di cambiamenti economici è difficile fare previsioni, perché i cambiamenti sono talmente profondi che potrebbero richiedere anni prima che vengano implementati completamente. Bretton Woods, il famoso accordo raggiunto dopo la seconda guerra mondiale, ha richiesto, se non sbaglio, 11 o 13 anni prima di essere completamente implementato, quindi stiamo parlando di tempi piuttosto ampi, anche se Trump cercherà di accelerare il più velocemente possibile.

Quanto all’Europa, è difficile fare previsioni perché è impossibile prevedere le sciocchezze che verranno fatte a Bruxelles. Io credo che i punti critici siano Francia, Gran Bretagna e Germania. È difficile dire quali saranno le tempistiche, perché la Germania ha ancora un certo margine di ricchezza e può prelevare nuove tasse dalla popolazione o andare a toccare i risparmi. Credo che questo sia l’obiettivo. Bisogna poi capire cosa succederà con il lancio dell’euro digitale.

L’euro digitale estende il problema a tutti, quindi, se l’euro è un problema e far parte dell’Unione Europea lo è, oggi i cittadini e le singole nazioni hanno un certo margine di manovra; l’euro digitale sarà minore e il problema potrebbe essere un collasso globale. Non saprei dirvelo con esattezza, nessuno è in grado di fare previsioni in un cambiamento così epocale. Non s’è mai visto un cambiamento di questa portata. Persino è incerto che gli Stati Uniti riescano indenni, perché c’è davvero tanta carne al fuoco. Non vi posso fare previsioni, salvo dirvi che l’euro dovrebbe rivalutarsi, quindi costerà probabilmente meno comprare le cose. Io credo che nell’immediato possiate anche vedere un leggero miglioramento delle condizioni di vita, perché stanno arrivando i soldi ai cinesi. Comunque, sta cadendo molto debito per questo famoso progetto militare di cui gran parte dei soldi riferiranno in altri posti. Quindi, nell’immediato, ci sarà quello che qui chiamano sugar rush, quando uno prende lo zucchero sente improvvisamente più energia, salvo poi crollare dopo. Quindi, nel 2025, per l’Europa le cose potrebbero migliorare un po’, salvo poi avere un crollo glicemico. A quel punto, non saprei dirvi, dipende dalle condizioni di salute dei singoli.

Massimiliano, il suo claim sulla politica monetaria e su un eventuale utilizzo dei bitcoin è molto forte. Può approfondire le fondamenta su cui basa questa interpretazione? Ma c’è un progetto molto specifico, tra l’altro documentato dal responsabile dell’Ufficio di consulenza strategica della Casa Bianca, che ha delineato un piano che prefigura questi fatti, quindi non si tratta di una cosa che ho inventato io, è il progetto. Non sappiamo ancora come verrà implementato e se funzionerà, ma è un programma specifico, un programma ufficiale. Flavio, come vede il futuro del bitcoin in Europa rispetto a questa accelerazione dell’uscita delle CDBC?

Aggiungo anche che, se puoi, potresti illustrare meglio questa novità della stablecoin lanciata da Trump. Qualcuno ha parlato di una sorta di dollaro digitale sotto mentite spoglie. Non mi riferisco al memecoin, ma a questa novità degli ultimi giorni. Bene, allora, innanzitutto il discorso di Bitcoin in Europa l’ha tormentato, penso, e credo che la nazione più avanti sia la Repubblica, che si è ammessa meglio in tal senso, e sicuramente la Svizzera; per gli altri sarà un po’ una via crucis, presumo, anche perché rappresenta esattamente l’antidoto rispetto all’euro digitale.

Per quanto riguarda invece il discorso delle CDBC negli Stati Uniti, c’è stata molta chiacchiera, ma sono vietati a livello ufficiale. Sono vietati perché diversi Stati hanno approvato leggi che ne vietano espressamente l’uso, quindi se anche Washington cercasse di imporle, ad esempio in Florida, sarebbe molto difficile perché sono leggi dello Stato che ne impediscono l’uso. Inoltre, Trump ha emesso un ordine esecutivo che ne proibisce l’impiego. Sappiamo che gli ordini esecutivi hanno tempi limitati e che un nuovo presidente con un orientamento diverso potrebbe cambiare le regole del gioco. Per questo motivo, ci sono già due leggi in discussione alla Camera e al Senato che costituiscono la prima parte di quello che sarà il futuro impianto finanziario cripto degli Stati Uniti. Questo impianto finanziario non prevede l’uso di CDBC, bensì il ritorno alla situazione precedente al lancio della Federal Reserve. Prima della Federal Reserve, le principali banche americane erano in grado di emettere banconote privatamente, quindi di emettere denaro per proprio conto, senza coordinarsi con nessuno. Ciò significava che naturalmente quel denaro aveva valore in base alla credibilità e alla salute finanziaria della singola banca. Questa situazione verrà trasformata, dando alle singole banche la possibilità di: 1) detenere bitcoin sui conti correnti, opzione già disponibile; 2) attivare mutui su bitcoin, opzione già disponibile; 3) avviare le proprie versioni di dollaro digitale, con corso legale solo all’interno degli Stati Uniti, per alimentare il proprio circuito industriale.

Per capire come funziona e come sia diverso rispetto all’approccio della Banca Centrale Europea, dobbiamo tornare alle origini della Federal Reserve. La Federal Reserve è stata creata per impedire la corsa agli sportelli bancari, che era stata un problema nel periodo immediatamente precedente e che aveva portato al fallimento di alcune banche. Nel caso della Federal Reserve originale, però, non si trattava di un sistema centralizzato: erano 12 filiali indipendenti che applicavano tassi di interesse diversi a seconda dell’area in cui erano attive.

Questo permetteva, per esempio, alla Federal Reserve di New York di avere una politica più vicina alle esigenze di Wall Street, mentre la Banca Centrale di un’area interna negli Stati Uniti poteva invece applicare tassi di interesse più bassi, ad esempio per favorire l’industria agricola. Ogni singola filiale di questo sistema, ossia le 12 banche che costituivano il sistema della Federal Reserve, poteva muoversi in modo indipendente e soddisfare le esigenze di ogni area degli Stati Uniti in modo diverso. Con la centralizzazione su Washington, questo sistema è sparito e abbiamo visto le distorsioni che hanno poi creato grosse frizioni all’interno degli Stati Uniti, perché quello che funziona per la California non può funzionare per il Minnesota o il Texas.

Con questa politica di liberalizzazione delle banche, diventa possibile per ogni banca operare a livello locale e soddisfare le esigenze del territorio. Tant’è vero che, con l’ascesa della Federal Reserve, molte banche sono state chiuse negli Stati Uniti, cioè c’è stata una centralizzazione. Lo stesso vale per la Banca Centrale Europea. Sono state chiuse migliaia di piccole banche, soprattutto in Germania, e noi sappiamo che sono le piccole banche che alimentano l’industria immobiliare e la piccola e media impresa, che è sempre il tessuto economico più importante di qualsiasi nazione, compreso gli Stati Uniti. In Italia, il fenomeno è particolarmente evidente. Quindi, la centralizzazione del potere bancario riduce la capacità di sopravvivenza delle piccole imprese, perché non c’è più flessibilità. Questi sono grossi colossi che applicano politiche spesso speculative nei confronti delle grandi aziende e delle multinazionali; le piccole imprese vengono tagliate fuori o devono pagare prezzi esorbitanti.

Con questa nuova politica, invece, si dovrebbe alimentare di nuovo la crescita industriale del tessuto americano, cosa essenziale. Se non c’è un tessuto intermedio, la grande industria non può sopravvivere: ha bisogno di fornitori terzi e di aziende che contribuiscono al prodotto complessivo. L’intera filiera deve essere riportata negli Stati Uniti: si tratta di un progetto complesso che non può essere gestito centralmente, perché sarebbe un disastro, come vogliono fare in Europa. Ogni singola banca dovrebbe quindi essere in grado di muoversi indipendentemente e, in più, ci sarà una versione di dollaro internazionale, come Tether, che è già presente e che potrà essere usato al di fuori degli Stati Uniti, oltre ad altri progetti simili. Questa legge, di fatto, non solo codifica il fatto che non ci sarà una CBDC (Central Bank Digital Currency), ma anche che ci saranno tante valute digitali gestite da un sistema distribuito ed eterogeneo di banche commerciali, molte delle quali di piccolo taglio. Queste banche verranno rafforzate e dovranno seguire regole più flessibili e meno onerose rispetto alle grandi banche. Questo è stato spiegato in modo molto dettagliato in un’intervista dall’attuale ministro del Tesoro statunitense, perché un modo per far chiudere le piccole banche è quello di creare regolamenti così complessi che diventa necessario avere un’intera schiera di avvocati ed esperti in casa, e il peso economico di questo tipo di staff è insostenibile per una piccola azienda e quindi per una piccola banca che deve confluire in una grande banca oppure chiudere.

Si tratta, quindi, di una direzione diametralmente opposta, non potrebbe esserci niente di più diverso. In questa struttura, Bitcoin può fungere da elemento garante. Il dollaro non ha mai veramente abbandonato l’oro come punto di riferimento, anche se ha cercato di sganciarsi e di agganciarsi al petrolio come intermedio rispetto all’oro. Oggi si sta tornando verso l’oro. Il problema dell’oro è che è difficile da certificare, da scambiare, da verificare e costoso da mantenere. Quindi non è pratico e ha già dimostrato di non essere efficiente in un’epoca di comunicazione ad alta velocità. Inoltre, se pensiamo all’intelligenza artificiale, tutti questi vari agenti che saranno attivi dovranno poter spendere denaro per conto proprio, per i fatti propri, e questo potrà essere realizzato soltanto tramite criptovalute, non è possibile pensare di farlo attraverso il sistema bancario; un candidato in tal senso sarebbe Lightning Network abbinato a Bitcoin.

Quindi, stiamo assistendo alla costruzione di un sistema finanziario e valutario completamente nuovo, in cui gli Stati Uniti intendono rigiocarsela da capo. Quindi il dollaro è morto, viva il dollaro, un nuovo dollaro, un dollaro che sarà in realtà tanti dollari combinati insieme, sarà un sistema e non la valuta che abbiamo conosciuto finora. E questo grazie anche a questa risposta. Intanto, Ice dice che sei avanti di mesi o anni rispetto a tutti quelli che informano in italiano, mentre Bayer Minor afferma: “Mazzoni è un mito dell’informazione dagli USA”. Allora, è proprio Bayer Minor a chiederlo: in un certo senso, Trump rinuncia almeno momentaneamente al primato e all’egemonia degli USA nel mondo e accetta di dividersi la torta con i Brics? Sì, assolutamente, ma non credo che si tratti di una rinuncia temporanea. Gli Stati Uniti vogliono essere i primi, così come vogliono essere i cinesi, i russi e gli italiani nel loro contesto. L’ambizione di essere i primi è un fatto direi naturale, è diverso essere primi ed essere egemoni. Un egemone è primo e mantiene gli altri sotto di sé.

Una nazione o una persona che desidera primeggiare combatte con gli altri per raggiungere il primo posto, ma dà per scontato che anche gli altri siano della stessa dimensione e abbiano le stesse capacità, anzi, a quel punto diventa una sfida. Non voglio rendere questo concetto troppo romantico, ma gli Stati Uniti sono un’entità stratificata, una parte importante dell’élite, soprattutto quelle collegate al Pentagono negli Stati Uniti, hanno capito che, seguendo questa strada, non soltanto gli Stati Uniti continueranno a perdere tutte le guerre che faranno, ma rischieranno di essere distrutti proprio come nazione, perché è un percorso insostenibile, quindi un rischio esistenziale.

Ne consegue che devono tornare alle origini, quando gli Stati Uniti erano una nazione piuttosto combattiva, ma non erano particolarmente interessati al fatto che, che ne so, in un certo posto la gente pensasse in un certo modo più di questo che in un altro. Quello che era interessante era che, in un certo posto, se c’erano interessi comuni, si cercasse di tutelare tali interessi nell’interesse comune, possibilmente, ma senza avere un matrimonio di lunga durata. C’era tuttavia uno spazio di protezione geografico ben definito, che sarebbero i due continenti americani. Quindi gli Stati Uniti, da una situazione di estensione globale, vogliono ritirarsi, concentrarsi sulle due Americhe, soprattutto sul Nord America, e mantenere dei rapporti di collaborazione e confronto, magari anche vivace, con i propri avversari, ma non vogliono assolutamente essere egemoni, perché sanno che essere egemoni equivale a crollare e sparire, quindi diventa una questione esistenziale. Il percorso sarà difficile e complicato, ci saranno delle inversioni di tendenza: è un po’ come quando si fa girare una portaerei, il giro è molto lungo e lento, non avviene in un giorno o in un anno, stiamo parlando anche di un cambio generazionale, ma è in corso e non si ferma.

Gli Stati Uniti cercheranno di mantenere un primato nella finanza, nell’industria, nella tecnologia e nella difesa militare a tutti i costi, ma facendolo si renderanno anche conto che ci sono altre nazioni con cui dovranno stringere alleanze, alleanze che possono cambiare nel tempo. Vogliono abbandonare l’idea folle di essere i garanti di un ordine globale che in realtà non esiste. A questo proposito, Andrea, vorrei farti alcune domande: che impatto avranno gli accordi di Mar-a-Lago sull’Europa, sull’Italia e sull’euro? L’impatto sarà che l’euro verrà marginalizzato; credo che diventerà una valuta regionale, locale. Lo stiamo già vedendo: c’è sempre meno gente che usa l’euro come valuta di scambio internazionale. Anche i BRICS stessi cercano di usare la propria valuta, di evitare il dollaro, ma certo evitano anche l’euro, perché non c’è nessun beneficio nell’usare l’euro. A volte sono costretti a usare il dollaro, non possono farne a meno, quindi è un male necessario che vogliono contenere, ma che in qualche modo devono seguire.

Tra l’altro, tenete presente che i grossi problemi legati al dollaro, tra cui le varie sanzioni, eccetera, riguardano un sistema obsoleto e formale che si chiama SWIFT e che ha sede in Belgio; in ogni caso, è un sistema che fa capo agli europei. Voglio anche farvi notare che, sebbene gli Stati Uniti abbiano messo molto dell’oro, sono proprio gli europei a esercitare la maggiore pressione sulle sanzioni e sul mantenimento e sul sequestro dei fondi russi. Euroclear, un’azienda che in Europa si occupa delle compensazioni internazionali, è molto preoccupata all’idea che ogni volta che si parla di sequestrare in modo definitivo la riserva russa in Europa, questo potrebbe comportare un crollo definitivo della credibilità dell’euro e dell’eurozona. Quindi, se da una parte si continua a dire che i BRICS non si fidano più del dollaro e vogliono dedollarizzare perché sanno che se restano agganciati al dollaro possono trovarsi nei guai nel momento in cui gli Stati Uniti non dovessero più essere d’accordo con quello che fanno, lo stesso identico discorso vale per l’euro. Con la differenza che gli Stati Uniti possono ancora imporre l’uso del dollaro in certe circostanze e lo faranno, facendo leva su questo per ottenere il cambiamento desiderato, mentre l’euro no, quindi l’euro diventerà una cosa locale, carina, decorativa. Secondo me, l’Europa convergerà sullo yuan o sul dollaro, a seconda delle aree, magari in una combinazione due. Cosa ne pensa, chiede Giovanni, della possibilità di un terzo mandato di Trump? Se ne parla, ci sono delle giustificazioni legali che fanno riferimento al sabotaggio del primo mandato e a una serie di cose.

Onestamente non lo so, non sono neanche sicuro che lui sia interessato, è possibile. È evidente che i cambiamenti avviati richiederanno sicuramente più di quattro anni e non è detto che, alla fine di questo quadriennio, le cose siano andate abbastanza bene da giustificare l’elezione di J.D. Pence o di qualcuno che possa proseguire il lavoro di Trump. Negli Stati Uniti abbiamo avuto un presidente, Roosevelt, che ha fatto più di due mandati, quindi non sarebbe una novità dal punto di vista storico. Tuttavia, al momento, credo che sia ancora presto per esprimersi. Poi Stefano ti chiede quanto potrebbe essere rivalutato l’oro che attualmente gli USA hanno a bilancio a 42 dollari l’oncia. Che domande fate? Neanche gli esperti d’oro sanno rispondere. Secondo il parere abbastanza diffuso degli esperti in materia, l’oro è destinato a rivalutarsi, anche perché una delle strategie previste per il cambiamento del sistema del dollaro è quella di rivalutare la riserva in capo al governo degli Stati Uniti.

Prima di effettuare questa conversione, tuttavia, gli Stati Uniti vorranno che il volume dell’oro sia aumentato il più possibile, mi sembra evidente, e non intendono essere loro a farlo. Quindi, già è in atto questo tipo di trasformazione perché stanno seguendo l’onda dei BRICS: spingeranno la rivalutazione dell’oro, porteranno quanto più oro possibile dall’Europa e dagli Stati Uniti, cosa che è già in corso, e una volta che avrà raggiunto il valore ritenuto adeguato, potrebbero fare questo salto. Quanto sarà alto questo valore non lo so, ma si parla di cifre esorbitanti. Non sono un esperto d’oro e nessuno, neanche gli esperti, è in grado di fare previsioni in questo senso. Di certo l’oro sta riacquistando una funzione monetaria che aveva perso in buona sostanza e che sarà diversa rispetto al passato. Secondo le politiche prefigurate, comunque, sarà importante e gli Stati Uniti dovrebbero fare il cambio di valore. Poi, Pippo, che fine faranno la Groenlandia e il Canada? Con questa storia della Groenlandia, Putin ha detto che Trump è molto determinato, che ti aspetti? La Groenlandia, Trump ha detto che al 100% sarà negli Stati Uniti, però preferirebbero non usare gli strumenti militari.

Questo la dice tutta. Credo che cercheranno di conciliare una conversione. Se non sbaglio, la Groenlandia dovrebbe tenere un referendum ad aprile, dove i groenlandesi dovranno decidere se ottenere l’indipendenza dalla Danimarca, e questo sarà il primo passo. Credo che, secondo le proiezioni, il desiderio di indipendenza sia piuttosto diffuso. Una volta indipendenti, potranno trattare direttamente con gli Stati Uniti e credo che gli Stati Uniti abbiano tanti argomenti per convincerli. Inoltre, la presenza militare degli Stati Uniti in Groenlandia è di gran lunga superiore a quella danese, per cui non conosco le dinamiche, ma Trump lo dà come un fatto acquisito, un fatto determinato. Il discorso del Canada è più complesso, perché nel Canada hanno appena nominato Carney, che è stato il direttore della banca centrale del Canada e dell’Inghilterra ed è considerato l’eminenza nera della finanza della City di Londra. È quindi un avversario importante e hanno messo il migliore per contrastare l’avanzata di Trump. Trump dice che comunque va molto più d’accordo con lui rispetto al concorrente conservatore che in Canada dovrebbe presentarsi come alternativa alle prossime elezioni. Vedremo come andrà a finire. Il Canada sta attraversando un periodo di grave crisi economica e la politica di Trudeau si è rivelata un disastro per la classe media e, in particolare, per tutti coloro che vivono al di fuori della ristretta cerchia costiera sull’Atlantico. Sappiamo che ci sia una grossa propensione da parte di alcune regioni, soprattutto quelle centrali, di staccarsi dal Canada e a questo punto confluire negli Stati Uniti, cosa che possono fare costituzionalmente. Se gli Stati Uniti dovessero acquisire il Canada, non credo che lo acquisirebbero come blocco unico; ogni singola provincia potrebbe diventare uno Stato, perché, come dimensioni e come ricchezza, giustificherebbero cose di questo genere.

Credo che il sogno di Trump sia quello di completare il famoso progetto di connessione diretta tra Stati Uniti e Russia, quando acquisirono l’Alaska. L’idea era quella di avere una linea ferroviaria che andasse direttamente dalla Russia fino agli Stati Uniti e quindi dovrebbero acquisire perlomeno le province necessarie a creare un percorso di terra diretto tra l’Alaska e gli Stati Uniti. Questi potrebbero essere i primi obiettivi, tra l’altro nell’interesse di queste specifiche regioni che avrebbero grandi benefici dall’unirsi agli Stati Uniti. Un’altra opzione potrebbe essere l’abbandono del dollaro canadese e l’adozione del dollaro americano, il che equivarrebbe a rendere la Banca Centrale canadese subalterna alla Federal Reserve. Tenete presente che i britannici sono in grosse difficoltà; il Canada è sostanzialmente una loro colonia e potrebbero arrivare a un’intesa che preveda scambi reciprocamente vantaggiosi.

Nel momento in cui gli Stati Uniti acquisiscono la Groenlandia, il Canada si ritrova in una posizione scomoda perché è circondato dall’Alaska a nord e dalla Groenlandia a sud; in un certo senso, il Canada è colonizzato. Per gli Stati Uniti, quindi, il Canada è sempre stato un partner importante, ma anche una spina nel fianco. Vi ricordo che la seconda rivoluzione americana fu proprio contro l’invasione britannico-canadese e i britannici-canadesi arrivarono fino alla Casa Bianca e la bruciarono. Quindi non è che sia sempre stato tutto rose e fiori con i canadesi e che, di conseguenza, si possa mettere una pietra sopra. Perché stiamo uscendo da un contesto in cui tutti sono bravi e buoni e tutti fanno la parte della grande entità che fa la cosa giusta, in cui ognuno cerca di fare i propri interessi senza intaccare troppo quelli degli altri. Il futuro dell’Artico è molto importante, ci sono risorse minerarie e risorse energetiche molto importanti, è una possibile alternativa alla via del canale di Suez per collegare la Cina con l’Europa e, in generale, per facilitare il traffico navale, soprattutto ora che l’Artico si sta in parte scongelando e che ci sono gli strumenti tecnologici per poter consentire una navigazione più lunga nel tempo.

Non posso quindi fornirvi indicazioni precise sul Canada, ma sicuramente ci saranno dei cambiamenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Canada. Credo che questo cambiamento sia dovuto anche agli interessi dei canadesi, perché il Canada sta attraversando un periodo di grave crisi interna. Il Canada è una regione enorme, quindi dalla capitale, Ottawa, non sanno neanche quello che succede in Alberta, per esempio, che sarebbe una delle province interessate a un accordo più stretto con gli Stati Uniti. Tant’è che la governatrice dell’Alberta è stata una delle prime figure politiche a recarsi a Mar-a-Lago dopo la conferma della vittoria di Trump. Caro Roberto, ti ringrazio ancora per la tua generosa partecipazione. Ti ricordo anche il tuo sito mazzolinews.com. Ci diamo appuntamento il mese prossimo e chissà quante altre cose succederanno di cui potremo parlare. Esatto, buon lavoro, ciao a tutti. Grazie, ne abbiamo bisogno.

Roberto Mazzoni

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