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Palestina in vendita – MN #358

Torniamo alla Prima guerra mondiale perché ha plasmato il futuro dell’Europa e del mondo intero, e la Seconda guerra mondiale è stata, di fatto, un tentativo di proseguire e completare la prima. Oggi assistiamo ai tentativi di portare a conclusione entrambe. La Prima Guerra Mondiale fu fortemente voluta da un ristretto circolo di leader britannici, rappresentati dalla Secret Society fondata da Cecil Rhodes, di cui abbiamo già parlato nei nostri video, e portata avanti da Alfred Milner per ben vent’anni, con l’obiettivo di provocare il conflitto. L’obiettivo era quello di rilanciare l’Impero Britannico, che stava tramontando, a spese degli altri imperi, e di iniziare la riconquista degli Stati Uniti come colonia britannica.

In effetti, provocò il crollo di tutti gli imperi dell’epoca, compreso quello britannico, e segnò il tramonto della sterlina e l’ascesa del dollaro. Tuttavia, ci sarebbe voluta la Seconda guerra mondiale per sancire il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale al posto della sterlina. Oggi stiamo assistendo a un tentativo concertato di scalzare il dollaro e allo sforzo americano di difenderlo senza scatenare una terza guerra mondiale. Se volete saperne di più, venite nella nostra legione: abbiamo tanti video che spiegano quello che sta succedendo. Quali sono le direzioni e le strategie usate dagli Stati Uniti e dai suoi avversari e cosa è possibile o probabile che succeda. Per capire dove stiamo andando, è importante capire da dove siamo partiti, ed è per questo che mi sto concentrando con una certa intensità sul periodo della Prima guerra mondiale.

Questo video prosegue il discorso iniziato in altri due video e ci mostra gli eventi da una nuova angolazione. Alcuni eventi, però, saranno ripetuti, quindi troverete delle informazioni già viste in altri due video che vi invito a guardare, nel caso non li aveste ancora visti. Nel video si parla di Vittoriano ed Eduardiano, due stili che corrispondono a diverse dinastie o, meglio, a diversi regnanti nel mondo britannico. Si parla anche di Theodor Herzl, una figura di spicco del movimento sionista. Ora, ecco il video.

Un impero in bancarotta

[Narratore]

Nel 1914, la Gran Bretagna era la banca del mondo. Si trovava al centro di una rete finanziaria che si estendeva da Hong Kong a Buenos Aires, dal Cairo a Calcutta. La sterlina era la valuta di riserva globale. La City di Londra era il luogo in cui gli imperi si recavano per prendere in prestito denaro, dove si regolavano gli scambi commerciali internazionali, dove il prezzo del futuro era denominato in oro. La Gran Bretagna non governava solo un impero di colonie. Governava un impero del credito. E il credito, come stiamo per scoprire, rimane solido solo nella misura in cui il prossimo pagamento arriva in orario.

Nel 1917, quell’impero del credito era sull’orlo del collasso totale. Il debito pubblico britannico era esploso, passando da circa 650 milioni di sterline a quasi 7,2 miliardi. Lo scoperto nazionale presso JP Morgan era lievitato a quasi 400 milioni di dollari. Il Tesoro britannico stava bruciando denaro a un ritmo che sarebbe stato inimmaginabile solo tre anni prima, spendendo ogni anno più del 25% del suo intero PIL per lo sforzo bellico. E l’uomo che teneva le redini dei finanziamenti oltreoceano, il presidente Woodrow Wilson, stava usando il denaro americano come arma, minacciando di soffocare la linfa vitale che manteneva in funzione la macchina bellica alleata.

La Gran Bretagna stava esaurendo le opzioni, l’oro e il tempo. Cosa fece dunque l’impero più potente del mondo quando si trovò in bancarotta, disperato e sull’orlo del baratro? Strinse un accordo, ma non con un generale, e nemmeno con un altro re. Scrisse una lettera di 67 parole a un banchiere. Quella lettera, datata 2 novembre 1917, sarebbe diventata nota come la Dichiarazione Balfour, e le sue conseguenze continuano a plasmare il mondo più di un secolo dopo. Ora, questa è una storia che la maggior parte delle persone pensa di conoscere già. Una lettera di un ministro degli esteri britannico a un leader sionista che esprime sostegno per la formazione di una patria ebraica in Palestina.

Un gesto umanitario nel mezzo di una guerra terribile. Ma la versione che viene raccontata nella maggior parte delle scuole e dei documentari omette il capitolo più importante: la crisi finanziaria che la rese possibile. I rapporti bancari che facilitarono gli accordi. Gli accordi segreti che la Gran Bretagna stava portando avanti a porte chiuse. E la fredda e calcolatrice logica imperiale che trasformò una striscia di semi-deserto ottomano nel territorio più conteso del pianeta. Questa è la storia completa. Per capire perché la Gran Bretagna fosse disposta a promettere una terra che non le apparteneva a un popolo che non vi abitava, scavalcando chi invece ci viveva, bisogna prima comprendere l’enorme portata della catastrofe finanziaria che la Prima Guerra Mondiale inflisse all’Impero britannico.

Quando la guerra iniziò nell’agosto del 1914, la Gran Bretagna entrò nel conflitto con un debito pubblico pari a un sorprendentemente confortevole 27% del Prodotto Interno Lordo. L’ossessione vittoriana ed edoardiana per i bilanci in pareggio e la disciplina fiscale aveva mantenuto i conti in ordine per decenni. La Gran Bretagna era la nazione creditrice del mondo. Aveva prestato denaro a imperi e repubbliche di ogni continente. La City di Londra era il centro indiscusso della finanza globale, e l’oro scorreva nei suoi caveaux come il sangue nel cuore di un gigantesco organismo. I soli investimenti esteri della Gran Bretagna ammontavano a circa il 10% del suo intero PIL. Era il Paese più ricco del pianeta e tutti lo sapevano.

Nessuno si aspettava quello che sarebbe successo nel periodo che sarebbe seguito. La guerra che avrebbe dovuto concludersi entro Natale del 1914, si trasformò nell’operazione militare più costosa della storia umana. I vecchi metodi di finanziamento di un conflitto, come l’aumento delle tasse, l’emissione di obbligazioni, e l’appello al patriottismo dei cittadini, si rivelarono ridicolmente inadeguati di fronte alla realtà industriale della guerra moderna. Nel 1915, il governo britannico aveva già esaurito i fondi inizialmente stanziati per il conflitto. Nel 1916, il Tesoro si stava indebitando a tassi che solo due anni prima sarebbero stati considerati un suicidio nazionale. Nel 1917, le spese per la difesa assorbivano oltre il 52% dell’intero prodotto interno lordo.

La Gran Bretagna spendeva denaro a un ritmo più veloce di quanto potesse raccoglierlo con le tasse, oppure anche più velocemente di quanto potesse prenderlo in prestito o stamparlo. Ed ecco il dettaglio cruciale che cambia tutto: la Gran Bretagna non stava finanziando solo la propria guerra, ma stava sostenendo l’intero sforzo bellico degli Alleati. La Francia stava perdendo ingenti somme di denaro. La Russia stava collassando dall’interno, i suoi soldati disertavano, il suo governo si stava disintegrando, la sua economia era in caduta libera. L’Italia aveva bisogno di un sostegno costante. Le nazioni alleate più piccole, Serbia, Belgio, Romania, si reggevano a stento sul credito britannico. La Gran Bretagna si era posta come garante finanziario dell’intera coalizione antitedesca, convogliando somme ingenti ai suoi partner, e alimentando al contempo la propria insaziabile macchina bellica.

Il deficit primario cumulativo tra il 1914 e il 1919 ammontava al 148% del PIL. La pressione sull’economia britannica e sui mercati finanziari londinesi era straordinaria, in base a qualsiasi parametro storico. Le tasse coprivano solo circa un quarto delle spese totali della Gran Bretagna, la percentuale più alta tra le principali potenze belligeranti europee, ma comunque ben lungi dall’essere sufficiente. Il resto doveva provenire dai prestiti, e il principale creditore non era affatto britannico. Era americano. È qui che entra in scena JP Morgan, ed è qui che la storia inizia ad assumere le dimensioni di un thriller finanziario anziché di una semplice vicenda militare. Fin dall’inizio della guerra, JP Morgan e la sua società si erano posizionati come i principali agenti finanziari della Gran Bretagna all’interno degli Stati Uniti.

Il rapporto era immensamente redditizio per entrambe le parti. Infatti, Morgan organizzava l’acquisto di materiale bellico per conto degli Alleati. Comperava di tutto, dai proiettili d’artiglieria al grano, e ai prodotti chimici industriali, convogliandolo attraverso fabbriche e aziende agricole americane. Nel complesso generò affari per oltre 3 miliardi di dollari dell’epoca. Morgan guidò anche il consorzio che emise l’enorme prestito anglo-francese da 500 milioni di dollari nell’ottobre del 1915, il più grande prestito estero nella storia di Wall Street, fino a quel momento. I sottoscrittori di quel prestito rappresentavano un vero e proprio gota del potere industriale e finanziario americano. Troviamo infatti i nomi dei fratelli Guggenheim, di James Stillman, di George Baker, di Andrew Carnegie e di Charles Schwab, della Bethlehem Steel. A quel punto, erano tutti invischiati finanziariamente nell’esito di una guerra europea dalla quale l’America si era ufficialmente dichiarata neutrale. Inizialmente, la Gran Bretagna finanziò i suoi acquisti americani liquidando investimenti esteri, e spedendo oro attraverso l’Atlantico.

Ma dopo che gli attacchi dei sottomarini tedeschi resero le spedizioni di lingotti sempre più pericolose, il metodo di pagamento si spostò sul credito. Morgan e altre banche concessero ingenti linee di credito commerciali agli Alleati. All’inizio del 1917, JP Morgan deteneva circa mezzo miliardo di dollari di debito britannico a breve termine non garantito. La banca era così profondamente legata alla sopravvivenza della Gran Bretagna che, come osservò in seguito lo storico di Oxford Niall Ferguson, quando l’America entrò finalmente in guerra, lo fece per salvare tanto Morgan quanto la Gran Bretagna. In altre parole, la banca più potente d’America aveva scommesso la propria esistenza su una vittoria britannica. Se la Gran Bretagna avesse perso, la banca Morgan sarebbe crollata.

Se la banca Morgan fosse crollata, Wall Street sarebbe crollato. E se Wall Street fosse crollato, l’economia americana, ormai profondamente connessa allo sforzo bellico attraverso contratti industriali e strumenti finanziari, sarebbe stata trascinata nel baratro. Questo creò un perverso ma potente allineamento di interessi. La Gran Bretagna aveva bisogno del denaro americano per sopravvivere. I banchieri americani avevano bisogno che la Gran Bretagna sopravvivesse affinché i loro prestiti venissero rimborsati. Woodrow Wilson, seduto alla Casa Bianca e osservando tutto ciò con crescente allarme, capì di detenere il potere di leva definitivo. Poteva aprire o chiudere il rubinetto del denaro a suo piacimento, e non esitò a usare tale potere. Alla fine del novembre 1916, Wilson entrò in azione.

Ordinò alla Federal Reserve di istruire le banche e gli investitori americani di interrompere i prestiti in valuta estera e gli acquisti di titoli esteri. Questo fu un chiaro avvertimento alla Gran Bretagna. Arrivò pochi giorni prima che Morgan avesse pianificato di emettere un’obbligazione anglo-francese da 1,5 miliardi di dollari per finanziare l’offensiva militare prevista per il 1917. L’intervento di Wilson portò l’intera struttura di finanziamento privato transatlantica sull’orlo del collasso. Lo scoperto di conto corrente di Morgan raggiunse il suo picco sbalorditivo di quasi 400 milioni di dollari nella primavera del 1917. La Francia aveva raggiunto il limite assoluto delle sue possibilità finanziarie.

La Gran Bretagna forse sarebbe sopravvissuta da sola ancora per un poco, ma non poteva continuare a finanziare l’intera coalizione alleata. La mossa di Wilson era chiara: voleva che la guerra finisse alle sue condizioni. Voleva posizionare gli Stati Uniti non come partner minore dell’Impero britannico, ma come potenza economica dominante in qualsiasi alleanza. Se l’America avesse dovuto entrare in guerra, lo avrebbe fatto come leader finanziario indiscusso, non come emissario di un banchiere. Alla fine di giugno, e di nuovo alla fine di luglio del 1917, la Gran Bretagna arrivò a poche ore dal default. Il panico che questo provocò a Londra e a Wall Street fu sufficiente a convincere l’amministrazione Wilson che un collasso finanziario britannico sarebbe stato catastrofico per tutti. Quando Washington dichiarò finalmente guerra alla Germania nell’aprile del 1917, il finanziamento privato dei prestiti alleati fu sostituito da finanziamenti diretti del governo americano. L’era della supremazia finanziaria britannica era di fatto finita, anche se il trasferimento formale del potere avrebbe richiesto decenni per essere completato. Ed è qui che entrano in gioco i sionisti.

Ed è qui che la storia diventa davvero affascinante, perché la Dichiarazione Balfour non nacque solo da una preoccupazione umanitaria, oppure da simpatia religiosa. Nacque da un freddo calcolo strategico, e la tempistica dice tutto ciò che c’è da sapere. Ma prima di arrivare ai negoziati del 1917, dobbiamo capire che le basi finanziarie e politiche per quel momento erano state gettate decenni prima, principalmente da un uomo, il barone Edmund James de Rothschild del ramo francese della dinastia bancaria Rothschild. Nato nel 1845, ultimogenito di James Mayer Rothschild, Edmund divenne una delle figure più influenti nella storia della Palestina, ben prima che la Dichiarazione Balfour venisse concepita.

A partire dai primi anni del 1880, in seguito ai devastanti pogrom contro le comunità ebraiche in Russia, Edmund investì ingenti somme di denaro nell’acquisto di terreni e nella fondazione di insediamenti agricoli ebraici nella Palestina ottomana. Finanziò l’insediamento di Rishon LeZion, che significa “il primo a Sion”, e decine di altri. Ne coprì i debiti, acquistò le attrezzature, sviluppò le infrastrutture, piantò vigneti, introdusse nuove colture come il pompelmo e l’avocado, e costruì cantine che sono ancora operative oggi. Nel corso della sua vita, Edmund donò oltre 5 milioni di sterline a questi insediamenti, una somma sbalorditiva per l’epoca, e acquistò circa 50.000 ettari di terreno. In Palestina, divenne noto semplicemente come il barone o il nobile filantropo. Le motivazioni di Edmund erano complesse.

Non era un sionista politico sulla scia di Theodor Herzl, alla cui visione di uno stato ebraico formale inizialmente si era opposto, ma credeva profondamente nell’idea di autosufficienza agricola ebraica nella patria ancestrale, ed era disposto a investire la sua immensa fortuna per realizzarla. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la famiglia Rothschild aveva già investito più di chiunque altro al mondo nelle infrastrutture fisiche degli insediamenti ebraici in Palestina. Avevano, in un certo senso, gettato le fondamenta su cui si sarebbe basato qualsiasi futuro stato ebraico.

Questo contesto è importante, perché quando il governo britannico si riunì per esaminare la Dichiarazione Balfour nel 1917, non si trovò di fronte a un’idea astratta. Si trovò di fronte a una rete consolidata di insediamenti e istituzioni, finanziata dai Rothschild, e già esistente sul territorio. La dichiarazione non creava qualcosa dal nulla. Offriva il sostegno imperiale britannico a un progetto che era in corso e che era già stato generosamente finanziato, per oltre trent’anni, da una delle famiglie di banchieri più potenti del mondo. I primi negoziati formali tra il governo britannico e la leadership sionista si svolsero in una conferenza il 7 febbraio 1917, poche settimane dopo che il blocco finanziario di Wilson aveva spinto la Gran Bretagna sull’orlo del default.

All’incontro parteciparono Sir Mark Sykes, lo stesso diplomatico che l’anno precedente aveva segretamente spartito l’Impero Ottomano con la Francia, e le figure di spicco del movimento sionista. Le discussioni successive portarono il 19 giugno il Ministro degli Esteri Arthur Balfour a chiedere a Lord Rothschild e Chaim Weizmann di redigere una dichiarazione pubblica di sostegno a una patria ebraica. Riflettiamo un attimo sul significato di questa richiesta. Il Ministro degli Esteri britannico chiese ai destinatari della promessa di redigerla essi stessi, e la persona a cui indirizzò tale richiesta era un membro della dinastia bancaria dei Rothschild, una famiglia la cui influenza finanziaria si estendeva a tutte le principali capitali europee, e il cui nome aveva un peso enorme anche nei centri finanziari di New York.

La bozza originale presentata da Rothschild a Balfour proponeva che la Palestina venisse ricostituita come patria nazionale del popolo ebraico. Il governo ammorbidì il linguaggio, ma l’intento rimase chiaro. Secondo lo stesso archivio della famiglia Rothschild, a partire dal 1916, il governo britannico sperava che, in cambio del suo sostegno al sionismo, i finanzieri e le comunità ebraiche avrebbero contribuito a finanziare le crescenti spese della Prima Guerra Mondiale. Non si trattava di una cospirazione segreta. Se ne discuteva apertamente nelle riunioni di gabinetto ed è documentato dai documenti storici. I ministri britannici capirono che emettere una dichiarazione indirizzata a un Rothschild avrebbe inviato un segnale molto specifico alle reti finanziarie ebraiche sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti.

E quel segnale era deliberato. Ma il calcolo finanziario era solo un tassello di un puzzle strategico più ampio. Nell’autunno del 1917, la guerra su scala più ampia aveva raggiunto una fase di stallo e due dei principali alleati della Gran Bretagna erano sostanzialmente inutili. Gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra in aprile, ma non avevano ancora subìto una sola perdita. Le truppe americane sarebbero arrivate sul fronte occidentale solo mesi dopo. La Russia, nel frattempo, era stretta nella morsa della rivoluzione. I bolscevichi, che chiedevano apertamente la fine della guerra, erano sul punto di prendere il potere.

Se la Russia si fosse ritirata, la Germania avrebbe potuto riorientare l’intero esercito del fronte orientale verso ovest, potenzialmente sopraffacendo le esauste forze britanniche e francesi prima che potessero arrivare i rinforzi americani. La Gran Bretagna aveva bisogno di consolidare il proprio sostegno su tutti i fronti: finanziario, politico e psicologico, e il movimento sionista offriva un’opportunità unica per raggiungere tutti e tre gli obiettivi contemporaneamente. Esprimendo il proprio sostegno a una patria ebraica, la Gran Bretagna sperava di mobilitare l’opinione pubblica ebraica negli Stati Uniti, dove influenti comunità ebraiche avrebbero potuto contribuire a promuovere un maggiore impegno finanziario e militare americano.

Sperava inoltre di mantenere alta la motivazione dei soldati ebrei russi a combattere sul fronte orientale, in un momento in cui i bolscevichi offrivano loro la pace, e di stabilire una popolazione fedele e filo-britannica in Palestina. La posizione strategica della Palestina, vicino al Canale di Suez, era cruciale per le comunicazioni dell’Impero britannico con l’India, l’Australia e l’Estremo Oriente. Il Canale di Suez non era un dettaglio di poco conto. Era probabilmente l’infrastruttura più importante dell’intero Impero britannico. Inaugurato nel 1869, il canale aveva ridotto drasticamente i tempi di navigazione da Londra all’India, portandoli da settimane a giorni. Il commercio britannico con l’Asia passava attraverso di esso. La Royal Navy ne dipendeva completamente. Perdere il controllo del fianco orientale del canale, ovvero la Palestina, sarebbe stata una catastrofe strategica di prima categoria.

Avere una popolazione amica e filo-britannica insediata lungo quel fianco, non sarebbe stato solo un vantaggio, ma un imperativo strategico. Ma c’era un’altra dimensione in questo calcolo, spesso trascurata, che coinvolge la chimica tanto quanto la finanza o la strategia. Chaim Weizmann, l’uomo che sarebbe diventato il primo presidente di Israele, non era solo un leader sionista. Era anche un brillante biochimico che lavorava all’Università di Manchester. Nel 1915, aveva inventato un processo di fermentazione in grado di produrre acetone dall’amido, utilizzando un batterio che aveva precedentemente isolato, il Clostridium acetobutylicum. Questo potrebbe sembrare un risultato di laboratorio di poco conto, ma nel contesto della guerra, era a dir poco rivoluzionario.

L’acetone era un solvente essenziale nella produzione della cordite, il propellente senza fumo utilizzato praticamente in ogni proiettile e granata britannica sparata durante la guerra. Senza acetone, i cannoni avrebbero smesso di sparare. Senza la cordite, la Royal Navy sarebbe stata indifesa. Prima della scoperta di Weizmann, l’acetone veniva ricavato dall’acetato di calcio importato dalla Germania, che ovviamente non era più disponibile. L’alternativa, distillarlo dal legno, richiedeva circa cento tonnellate di legname per produrre una sola tonnellata di acetone. Le scorte erano disperatamente scarse e la situazione si faceva sempre più critica.

Quando Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, venne a conoscenza del processo di Weizmann, convocò il chimico per un incontro. Le prime parole di Churchill, secondo il racconto dello stesso Weizmann, furono, come al solito, molto dirette: “Abbiamo bisogno di 30.000 tonnellate di acetone. Puoi produrle?”. Weizmann poteva, e lo fece. Si dimise dal suo incarico accademico e si trasferì a Londra per sviluppare il processo su scala industriale. Nel 1917, le fabbriche producevano oltre 340.000 litri di acetone all’anno, una quantità sufficiente a soddisfare l’apparentemente insaziabile domanda di cordite dovuta alla guerra. Tra il 1914 e il 1918, la Royal Navy di Churchill e l’esercito britannico spararono 248 milioni di proiettili.

Un numero elevatissimo di questi proiettili non sarebbe mai stato prodotto senza l’acetone di Weizmann, e Weizmann concesse gratuitamente alla Gran Bretagna i diritti sul suo processo. Ed è qui che i fili convergono in un modo quasi troppo preciso per essere una coincidenza. Weizmann era contemporaneamente l’uomo che risolveva la più grave crisi di munizioni della Gran Bretagna e il più influente sostenitore del sionismo, con accesso personale diretto ai più alti livelli del governo britannico. Aveva coltivato rapporti con Lloyd George, con Balfour, con Churchill. Il suo contributo scientifico gli conferiva un’influenza che nessuna attività di lobbying politico avrebbe potuto da sola ottenere.

Quando a Lloyd George fu in seguito chiesto della ricompensa britannica a Weizmann, la sua risposta fu significativa: puntò il dito direttamente su Balfour. E numerosi storici hanno confermato che all’epoca si credeva diffusamente, e se ne discuteva apertamente, che il contributo di Weizmann, sotto forma di acetone, avesse contribuito a garantire l’approvazione della dichiarazione da parte del governo. C’è un famoso scambio di battute tra Weizmann e Balfour che coglie la sottile corrente emotiva di questi negoziati. Quando Weizmann spiegò la scelta del distaccamento sionista di stabilirsi in Palestina anziché in un altro territorio, Balfour lo contestò. “Abbiamo Londra”, disse Balfour, come a suggerire che un uomo pragmatico dovrebbe accontentarsi di una qualsiasi patria adatta.

La risposta di Weizmann colpì nel segno. “È vero”, rispose, “ma noi avevamo Gerusalemme quando Londra era ancora una palude”. In ogni caso, la Dichiarazione Balfour non nacque dal nulla. Era la terza di una serie di promesse contraddittorie che la Gran Bretagna fece riguardo allo stesso territorio, e comprendere queste contraddizioni è essenziale per capire perché il Medio Oriente si presenta come lo vediamo oggi. La prima promessa arrivò sotto forma di corrispondenza McMahon-Hussein, una serie di lettere scambiate tra il 1915 e il 1916 tra Sir Henry McMahon, Alto Commissario britannico in Egitto, e lo Sharif Hussein Ali della Mecca. In queste lettere, la Gran Bretagna si offrì di sostenere l’indipendenza araba in cambio di una rivolta araba contro l’Impero Ottomano.

I confini esatti del promesso regno arabo furono lasciati deliberatamente vaghi, in particolare per quanto riguardava la Palestina, e tale ambiguità non fu casuale. Fu una strategia. Gli inglesi avvolsero i loro impegni in un’incertezza tale da consentire, come disse uno storico, una credibile dissimulazione una volta terminata la guerra. Quel che è certo è che lo Sharif Hussein credeva che la Palestina fosse inclusa nella promessa. Sulla base di tale intesa, diede inizio alla rivolta araba. Inviò i suoi figli Faisal e Abdullah in battaglia contro le forze ottomane, aiutati dal leggendario Thomas Edward Lawrence, alias Lawrence d’Arabia. Migliaia di combattenti arabi morirono in una brutale campagna nel deserto, convinti che il loro sacrificio li avrebbe avvicinati all’indipendenza e all’autodeterminazione.

E, per inciso, nel 1919, lo stesso Dipartimento di Intelligence Politica del Ministero degli Esteri britannico dichiarò in una nota interna alla delegazione della Conferenza di Pace di Parigi che, per quanto riguardava la Palestina, il governo di Sua Maestà si impegnava, in virtù della lettera di Sir Henry McMahon allo Sharif della Mecca, a includerla nei confini dell’indipendenza araba. Un impegno chiaro e incondizionato. Eppure, quando i leader arabi, in seguito, sollevarono la questione di questo impegno, Winston Churchill avrebbe negato che fosse mai esistito. La seconda promessa arrivò sotto forma dell’Accordo Sykes-Picot, negoziato in segreto nel maggio del 1916 tra Sir Mark Sykes per la Gran Bretagna e François-Georges Picot per la Francia, con l’approvazione della Russia.

Questo accordo divideva i territori ottomani in zone di controllo e influenza britanniche e francesi, tracciando i confini su una mappa con un righello e una matita colorata. La Palestina, in base a questo accordo, sarebbe stata posta sotto una qualche forma di amministrazione internazionale, la cui natura precisa fu lasciata deliberatamente indefinita. L’accordo contraddiceva direttamente le promesse fatte a Hussein, e fu tenuto segreto proprio perché i suoi autori sapevano che era incompatibile con quanto avevano detto agli arabi. E poi, nel novembre del 1917, arrivò la Dichiarazione Balfour, che prometteva la stessa terra al movimento sionista. Tre promesse a tre diverse parti, per lo stesso territorio, nell’arco di circa due anni. Agli arabi fu promessa l’indipendenza, ai francesi una quota di controllo, ai sionisti una patria nazionale, e la popolazione che effettivamente viveva in Palestina, la maggioranza araba, che all’epoca costituiva oltre il 90% della popolazione, non fu menzionata per nome in nessuno di questi accordi.

Nella stessa Dichiarazione Balfour, venivano indicati solo come le comunità non ebraiche esistenti. Un’espressione di sconcertante condiscendenza rivolta a una popolazione che abitava quella terra da secoli. Queste contraddizioni non erano errori accidentali di burocrati oberati di lavoro. Erano strategiche. La Gran Bretagna stava mettendo ogni parte contro le altre, facendo simultaneamente promesse che sapeva di non poter mantenere, il tutto al servizio della vittoria in guerra, e della preservazione della sua posizione imperiale. Gli arabi ottennero la loro rivolta e i loro sacrifici. I francesi ottennero la loro sfera d’influenza. I sionisti ottennero la loro dichiarazione.

E la Palestina ottenne un secolo di conflitto. Torniamo ora alla dimensione finanziaria, perché le conseguenze della guerra rivelano quanto profondamente il calcolo bancario fosse radicato in ogni decisione presa dalla Gran Bretagna in quel periodo. Quando le armi tacquero nel novembre del 1918, il panorama finanziario britannico era irriconoscibile. Il debito nazionale ammontava a oltre 7 miliardi di sterline. Gran parte del portafoglio di investimenti esteri della Gran Bretagna, un tempo invidiato dal mondo, era stato liquidato per finanziare la guerra. I prestiti che la Gran Bretagna aveva concesso ai suoi alleati, in particolare alla Russia, che aveva subìto una rivoluzione bolscevica, e ripudiato tutti i debiti del governo precedente, valevano essenzialmente zero.

E gli Stati Uniti esigevano il rimborso di ogni centesimo prestato durante gli ultimi 18 mesi del conflitto, debiti con cui la Gran Bretagna avrebbe lottato per decenni, e che non furono mai completamente saldati. La Gran Bretagna era entrata in guerra come creditrice del mondo. Ne era uscita come debitrice del mondo. Il centro di gravità finanziario globale si era spostato in modo decisivo da Londra a New York. La sterlina, che aveva regnato sovrana per oltre un secolo, era ora chiaramente secondaria rispetto al dollaro. E i costi di gestione dei vasti nuovi territori che la Gran Bretagna aveva acquisito tramite gli accordi bellici, vale a dire Mesopotamia, Transgiordania, Palestina e altri, sarebbero diventati un ulteriore onere per un tesoro già esaurito.

Il mandato per la Palestina, che la Gran Bretagna ricevette dalla Società delle Nazioni nel 1920, fu il meccanismo attraverso il quale la promessa della Dichiarazione Balfour sarebbe stata attuata sul campo. Secondo i termini del mandato, la Gran Bretagna aveva il compito di facilitare l’immigrazione ebraica in Palestina, e sostenere lo sviluppo di una patria nazionale ebraica, salvaguardando al contempo, almeno in teoria, i diritti della popolazione già presente. Si trattava, per la sua stessa natura, di un mandato impossibile, basato su una promessa impossibile, amministrato da un impero che a malapena poteva permettersi di finanziare la burocrazia. Nei tre decenni successivi, le contraddizioni insite nella Dichiarazione Balfour si manifestarono con un’escalation di violenza. L’immigrazione ebraica in Palestina aumentò drasticamente negli anni ’20, accelerò bruscamente dopo l’ascesa del nazismo negli anni ’30 e si trasformò in un’ondata dopo l’Olocausto. La popolazione araba, vedendo la propria posizione demografica erodersi, le proprie strutture economiche minate dalle politiche britanniche, che favorivano i nuovi coloni, e sentendo la propria voce politica ignorata, reagì con proteste, scioperi e rivolte armate.

La Grande Rivolta Araba del 1936-1939 fu una delle più significative rivolte anticolonialiste del periodo tra le due guerre, che costrinse la Gran Bretagna a schierare decine di migliaia di soldati e a ricorrere a punizioni collettive, detenzioni di massa, demolizioni di case e bombardamenti aerei per reprimere gli arabi. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna era finanziariamente ancora più devastata di quanto non lo fosse stata dopo la Prima. Il debito pubblico aveva raggiunto il 49% del Prodotto Interno Lordo, un massimo storico. L’impero si stava disintegrando dall’India all’Africa, e la Palestina era diventata un incubo ingovernabile, con organizzazioni paramilitari ebraiche come l’Irgun e la Lehi che attaccavano soldati e infrastrutture britanniche, le stesse forze che avevano reso possibile la loro presenza in quel territorio.

La Gran Bretagna spendeva milioni. Non doveva certo occuparsi di un territorio che si stava autodistruggendo a causa di una promessa fatta quando era troppo in bancarotta per dire di no. Nel 1947, la Gran Bretagna deferì la questione palestinese alle neonate Nazioni Unite e si ritirò. Non fu un nobile trasferimento di responsabilità, bensì l’ammissione di un fallimento totale e abietto. Il mandato fu restituito, e l’anno successivo, nel maggio del 1948, lo Stato di Israele dichiarò la propria indipendenza. Chaim Weizmann, il chimico che aveva risolto la crisi dell’acetone in Gran Bretagna, e che aveva fatto pressioni per la dichiarazione che diede il via a tutto, ne divenne il primo presidente.

Ora, voglio essere molto cauto, perché questo è un argomento in cui le teorie del complotto prosperano, e dove affermazioni superficiali distorcono la realtà. C’è chi riduce l’intera vicenda a una singola transazione. L’affermazione secondo cui la Gran Bretagna avrebbe letteralmente venduto la Palestina ai Rothschild per pagare i suoi debiti di guerra. Questa interpretazione è troppo semplicistica, troppo riduttiva e nasconde la complessa e sfaccettata realtà di ciò che è realmente accaduto. La Dichiarazione Balfour non era stata una semplice ricevuta. Non era un atto di vendita. Nessuna somma di denaro passò di mano in cambio della lettera in quanto tale. E la famiglia Rothschild non era un’entità monolitica che agiva con un singolo obiettivo.

Come abbiamo visto, alcuni rami della famiglia si opposero attivamente al sionismo e alla dichiarazione stessa. Ma è altrettanto ingenuo, o forse persino disonesto, fingere che la finanza non abbia avuto alcun ruolo. I documenti storici dimostrano chiaramente che i leader britannici discussero esplicitamente dei vantaggi finanziari derivanti dall’ottenere il sostegno ebraico. L’Archivio della famiglia Rothschild conferma che il governo britannico sperava che l’appoggio sionista si sarebbe tradotto in aiuti finanziari per lo sforzo bellico. La tempistica della dichiarazione, rilasciata proprio nel momento della più grave crisi finanziaria britannica, non è casuale. E il quadro più ampio della diplomazia britannica in tempo di guerra, fatta di promesse a chiunque potesse aiutarla a sopravvivere al trimestre finanziario successivo, alla prossima emissione di obbligazioni, al prossimo prestito americano, reca tutti i segni distintivi di un impero che conduce la politica estera nello stesso modo in cui un debitore disperato conduce la propria vita privata, dicendo qualsiasi cosa pur di mantenere il flusso entrante di denaro e i creditori soddisfatti.

Ciò che possiamo affermare con certezza è questo: la Dichiarazione Balfour fu il prodotto di molteplici pressioni convergenti: disperazione finanziaria, calcolo strategico, genuina simpatia ideologica in alcuni ambienti, l’influenza personale di Weizmann, il peso del nome Rothschild, la necessità di sostegno economico, il timore del collasso della Russia, e il desiderio imperiale di controllare i territori a est del Canale di Suez. Nessun singolo fattore la spiega completamente. Ma raccontare la storia senza il capitolo finanziario, come fanno la maggior parte delle storie divulgative, significa raccontare una storia senza la sua spina dorsale. La vera lezione della Dichiarazione Balfour non è che si trattasse di un rozzo accordo bancario. La vera lezione è ben più inquietante.

È che quando gli imperi sono disperati, quando il denaro scarseggia e i creditori si avvicinano, promettono qualsiasi cosa a chiunque. Firmano accordi contraddittori. Tradiscono gli alleati senza battere ciglio. Si sbarazzano delle terre e delle vite altrui con la stessa disinvolta efficienza con cui un avvocato fallimentare liquida i beni. E a pagarne il prezzo, a pagarne sempre il prezzo, non sono i banchieri, i diplomatici o i politici che hanno concluso gli accordi. Sono le persone comuni che vivono sulle terre oggetto dello scambio. Ciò che rende questa storia così persistente, così irrisolvibile, è che le conseguenze di quelle 67 parole non hanno mai smesso di accumularsi.

Ogni guerra, ogni processo di pace fallito, ogni campo profughi, ogni insediamento, ogni posto di blocco di confine, ogni titolo di giornale proveniente dalla regione traccia una linea diretta che risale a quel momento del 1917, quando un impero in bancarotta, sommerso dai debiti, e con l’oro che si riversava a fiumi verso l’esterno, decise di promettere una terra che non aveva il diritto di promettere, in cambio del sostegno politico e finanziario di cui aveva bisogno per sopravvivere a una guerra che non poteva più permettersi di combattere. E c’è un’ultima ironia su cui vale la pena riflettere. La Dichiarazione Balfour avrebbe dovuto garantire la posizione della Gran Bretagna in Medio Oriente. Invece, la distrusse. Il mandato si rivelò rovinosamente costoso. Il conflitto che creò fini per prosciugare le risorse britanniche per 30 anni.

E quando la Gran Bretagna si ritirò definitivamente nel 1948, lasciò dietro di sé una zona di guerra, non una risorsa strategica. L’impero che aveva cercato di comprare la propria sopravvivenza promettendo la terra di altri, finì per perdere sia la terra che l’impero. Il 1917 fu l’anno in cui il vecchio mondo finì e ne nacque uno nuovo. Non sui campi di battaglia della Somme, ma nei libri contabili di Londra e New York, nella corrispondenza tra ministri degli esteri e banchieri, e nelle stanze silenziose dove uomini disperati commerciavano contratti futuri che non avevano il diritto di offrire e negoziare. E tutti noi, ognuno di noi, viviamo ancora con le conseguenze di quelle operazioni.

Terrorismo a due sensi

 Il video è molto orientato a favore degli arabi, il che è anche comprensibile, ma è necessario fare alcune precisazioni. In primo luogo, la rivolta araba menzionata nel video durò per molti anni, con frequenti attacchi terroristici da parte degli arabi ai danni dei soldati britannici e dei coloni ebrei, che non ricevettero alcuna risposta dagli ebrei.

I britannici, invece, hanno progressivamente iniziato a rispondere in modo sempre più violento, arrivando, come si dice nel video, a radere al suolo interi villaggi e a compiere azioni punitive di gruppo. La protesta era organizzata e coordinata dal Gran Mufti, una giovane figura politico-religiosa installata dagli stessi britannici a Gerusalemme, alleato dei nazisti tedeschi. I britannici l’avevano messo lì perché era un personaggio problematico, comunque collegato alle famiglie ricche del mondo arabo che avevano governato Gerusalemme e l’area per lungo tempo e che volevano mantenere le proprie prerogative.

I britannici pensavano che, mettendolo in quella posizione, l’avrebbero rabbonito e avrebbero ottenuto il loro appoggio. In realtà, però, non funzionò e ci fu una costante attività terroristica e di rivolta organizzata dal Mufti, a cui i britannici risposero con crescente intensità. Nel frattempo, gli ebrei cercavano una conciliazione e quindi non reagivano. La situazione è andata avanti per anni. Tuttavia, a mano a mano che la nuova realtà nazista in Europa si faceva più vicina, che la prospettiva di una nuova guerra mondiale diventava più concreta e che poi la Seconda guerra mondiale effettivamente iniziava, i britannici iniziarono a coinvolgere e formare reparti paramilitari ebraici che avrebbero aiutato i britannici a contrastare la guerriglia araba.

Questi reparti avrebbero poi dato vita a formazioni come Irgun e Lehi, menzionate in questo video, che operavano in opposizione alla volontà dei rappresentanti ebraici dell’epoca e che iniziarono a svolgere attività di terrorismo contro gli arabi. Con l’inizio della Seconda guerra mondiale, i britannici furono costretti a delegare sempre più potere alle milizie ebraiche, tra cui l’Hagana, che poi sarebbe diventata la base dell’attuale esercito regolare israeliano. All’epoca, Ben Gurion, che rappresentava l’organizzazione che coordinava l’attività ebraica nell’area, preferiva non avviare attività di rappresaglia contro gli arabi e per questo motivo era criticato da questi altri gruppi, che avevano un leader carismatico in Jabotinsky, ancora oggi menzionato come riformista. Di fatto, la posizione di Jabotinsky, da cui poi è nata l’attività terroristica dell’Irgun e dello Lehi, era quella di rispondere pan per focaccia: mentre gli arabi attaccavano, gli ebrei rispondevano con lo stesso tipo di attività terroristica e di rappresaglie contro i civili. Oggi, questa divisione si riflette anche nella politica israeliana, dove il Likud, il partito al governo, è l’erede del ramo politico di Jabotinsky, mentre l’opposizione di sinistra, a cui apparteneva Ben-Gurion, è minoritaria e ha cercato un accomodamento più pacifico.

Tuttavia, nel tempo, entrambe le fazioni hanno agito in modo violento nei confronti degli arabi, e gli arabi hanno fatto lo stesso nei confronti degli ebrei. Si capisce però che questo tipo di confronto è stato anche architettato. Prosegue perché c’è interesse a mantenere il caos nell’area e, se dobbiamo cercare l’origine probabile di questa regia che mantiene i due fronti costantemente uno contro l’altro, troviamo diversi personaggi e diverse fonti. La fonte più importante è naturalmente Londra, oltre alla componente egiziana che tuttavia deriva sempre da Londra. Vedremo in futuro, attraverso altri video, quindi mi auguro che questo vi abbia aiutato a inquadrare questa situazione particolare, che è importante soprattutto in questo momento storico, e a capire dove potremmo essere diretti.

Roberto Mazzoni

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