Pirati dei Caraibi – MN #347

Innanzitutto, buon anno e buon 2026.Un nuovo anno è alle porte, pieno di notizie, novità e cambiamenti. Un anno che sarà, credo, piuttosto volatile e imprevedibile, ma che preannuncia anche la possibilità di trasformazioni positive. Si tratta dell’uscita da una situazione di stasi che ormai non è più sostenibile per quanto riguarda il sistema monetario complessivo, l’area dell’euro e il sistema del dollaro. Quindi, siamo qui e, naturalmente, l’anno si apre con una novità. Vediamo l’attacco statunitense alla città di Caracas, capitale del Venezuela, e, durante l’attacco, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro e sua moglie sono stati catturati e trasferiti negli Stati Uniti, dove saranno sottoposti a processo.

Non conosciamo ancora le accuse precise, anche se immaginiamo che siano legate al traffico di droga, seguendo la linea narrativa proposta dalla Casa Bianca negli ultimi mesi. L’evento è comunque estremamente importante e segna un cambiamento netto nella politica statunitense, oltre che nel futuro del dollaro, e vi spiegherò il perché. Innanzitutto, si trattava di un evento inevitabile. Il Venezuela è stato una spina nel fianco degli Stati Uniti per molto tempo ed è una nazione estremamente ricca, tuttavia impoverita in modo drammatico durante la gestione dei governi Chavez e Maduro.

Si tratta di una nazione che vanta riserve petrolifere tra le più grandi del mondo, anche se il suo petrolio è di qualità relativamente scadente e piuttosto denso. In ogni caso, oltre al petrolio, dispone anche di molte altre risorse naturali che sicuramente fanno gola a diversi investitori americani. Ma il punto fondamentale non è questo e vedremo qual è, perché è necessario capire l’evoluzione della situazione geopolitica complessiva per comprendere dove stiamo andando. Cerchiamo quindi di evitare facili moralismi che ci inducono sicuramente a condannare determinate azioni, ma che al tempo stesso ci fanno perdere di vista lo scenario reale e gli obiettivi effettivi. Innanzitutto, bisogna dire che il Venezuela ha una storia molto lunga con gli Stati Uniti. Una grande porzione di venezuelani ha lasciato il Paese per trasferirsi negli Stati Uniti, in particolare in Florida, e io ne ho conosciuti diversi che non vedevano l’ora che il regime di Chávez e poi quello di Maduro venissero rovesciati.

Inoltre, sappiamo che una parte consistente della popolazione venezuelana non desiderava la fine di questo regime, in particolare la classe media, concentrata soprattutto a Caracas, che ha sofferto l’avvento di questo nuovo regime che ha impoverito drasticamente il Paese. È vero che la situazione economica è anche il risultato delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, ma è soprattutto dovuto alle politiche interne estremamente demenziali che hanno portato a un’iperinflazione, alla distruzione della riserva economica e a una pessima gestione delle riserve petrolifere. Insomma, una politica senza futuro. Inoltre, da quanto circola qui negli Stati Uniti, molti altri governi, sia centroamericani che sudamericani, non volevano che Maduro venisse rimosso.

Quindi, benché possa apparire come una mossa imperiale, in una certa misura potrebbe anche esserlo, tuttavia non viene vista male dagli altri paesi vicini e dai governi sudamericani, perché il governo venezuelano, con una sorta di joint venture con il governo cinese, aveva costruito una rete di diffusione e penetrazione nell’America Latina attraverso la circolazione di droghe e altri tipi di attività non ben viste dagli altri paesi, salvo casi eccezionali. Quindi, secondo quanto afferma Trump, questo cambiamento porterà a una gestione diretta del Venezuela da parte degli Stati Uniti e a un’elezione futura di un nuovo leader venezuelano, la cui identità è ancora sconosciuta. Abbiamo già un candidato, ma non è detto che sarà lui a essere confermato. Credo comunque che l’elezione non sarà a breve termine, anche perché alcuni politici legati a Maduro restano al potere e gran parte della struttura politica del Venezuela rimane al suo posto.

Per ora stanno protestando contro questo tipo di intervento, ma è evidente che è stato possibile grazie anche alla collaborazione delle forze armate venezuelane, che sono state comprate, in buona sostanza, che hanno accettato di partecipare. Infatti, l’intera operazione, che ha coinvolto una notevole quantità di risorse americane e ha sicuramente dimostrato la superiorità tecnica americana nell’intervento militare, è stata possibile anche grazie al fatto che le forze armate venezuelane non hanno mosso un dito. Quindi, se vogliamo, è una sorta di piccolo colpo di stato interno, con l’aiuto della CIA, naturalmente, degli Stati Uniti, che comunque ha avuto un effetto estremamente positivo.

È un po’ simile a quanto successo in Siria l’anno scorso e, dal punto di vista internazionale, gli Stati Uniti si posizionano di nuovo come un referente di cui tenere conto, soprattutto in America Latina. Questo messaggio è rivolto anche ad altri governi dell’America Latina e il suo contenuto è: “Se siete disposti a collaborare con noi, non c’è problema; se non lo siete, verremo a prendervi a casa”. Direi che questo messaggio è importante sia per consolidare la posizione del dollaro, sia per consolidare la posizione energetica degli Stati Uniti, ma anche, e soprattutto, per consolidare la loro presenza nel Mar dei Caraibi, che è strategicamente importante per gli Stati Uniti. Ora, facciamo un passo indietro per capire da dove nasce questa operazione e perché era in cantiere da tempo e prima o poi si sarebbe sviluppata.

Così come i russi hanno giustamente considerato la presenza americana e della NATO in Ucraina come una minaccia esistenziale, perché di fatto blocca l’accesso della Russia alla Crimea, che è l’unica base navale in acque calde di cui dispone, e perché posiziona dei missili contestati a nucleari troppo vicini a Mosca e a San Pietroburgo, costituendo un rischio notevole per la Russia, allo stesso modo Cuba è sempre stata una spina nel fianco degli Stati Uniti e il Venezuela ha costituito finora il sostegno essenziale per mantenere il regime cubano al potere. Quindi, Caracas è la prima tappa, la prossima sarà L’Avana e di questo posso garantirvi. Il regime venezuelano era un punto d’appoggio importante sia per i russi che, soprattutto, per i cinesi. Tra l’altro, riforniva i cinesi di petrolio.

Quindi, la presenza di un governo filoamericano in Venezuela, da questo punto di vista, taglia le forniture ai cinesi, che possono essere sicuramente compensate dalle forniture aggiuntive dei russi e degli iraniani, ma in ogni caso riduce la disponibilità di petrolio per i cinesi e la loro presenza nel Mar dei Caraibi. Il Mar dei Caraibi, così come l’Ucraina, è un territorio strategico ed esistenziale per i russi, ma anche per gli Stati Uniti. Infatti, se si osserva la struttura geografica degli Stati Uniti, si nota che il Mississippi, il fiume più importante del Paese, che di fatto funge da via di trasporto primaria per le attività industriali e petrolifere, sfocia nel Golfo del Messico, da cui si esce attraverso il Mar dei Caraibi per poi sboccare nell’Atlantico e raggiungere l’Europa, l’Africa e l’America Latina.

La posizione di Cuba è strategica per poter bloccare questo accesso: se l’isola fosse dotata di missili cinesi o russi, o di una combinazione dei due, potrebbe di fatto bloccare circa la metà dell’economia statunitense e un accesso strategico verso l’Atlantico. Di conseguenza, per gli Stati Uniti è un territorio assolutamente fondamentale da poter governare e tenere sotto il proprio controllo senza interferenze cinesi o russe. Ora, da quanto si evince, ci sono state grandi rimostranze da parte dei russi, quindi evidentemente c’è stato un qualche tipo di accordo in tal senso. I cinesi sicuramente si lamenteranno, perché per loro è una perdita netta.

È una perdita netta perché la presenza americana in Venezuela, a questo punto, taglia la testa alla rete di diffusione della presenza cinese in Sud America e consente di iniziare a smontare la rete stessa. La prossima tappa sarà Cuba, che a questo punto verrà sempre più indebolita dalla mancanza di sostegno da parte del Venezuela e finirà per essere riconquistata, credo, e credo che questo sia un obiettivo irrinunciabile per gli Stati Uniti. Non credo che l’obiettivo sia trasformare Cuba e il Venezuela in uno stato degli Stati Uniti, magari in un protettorato come Puerto Rico, ma è la direzione in cui stiamo andando, anche perché è inevitabile.

Anche per un altro motivo l’intervento in Venezuela era abbastanza urgente: i venezuelani, infatti, avevano già da tempo avanzato pretese sulla Guyana, in particolare sulla regione dell’Essequibo, dove diverse compagnie petrolifere americane hanno scoperto il più grande giacimento di petrolio disponibile al mondo, che stanno sfruttando e che intendono continuare a sfruttare.

Questo giacimento dovrebbe dare i propri frutti a breve, quindi le compagnie hanno fatto il lavoro di sviluppo e adesso dovrebbe cominciare a essere accessibile. Il Venezuela, però, aveva obiettivi di invasione, anche militare, della Guyana, quindi, così come gli ucraini si preparavano a invadere il Donbass quando Putin decise di invadere a sua volta l’Ucraina, gli Stati Uniti hanno invaso il Venezuela o, perlomeno, hanno decapitato il governo venezuelano per prendere il controllo del Paese e impedire che invadesse la Guyana, che, naturalmente, è un territorio ricco di petrolio.

È molto interessante per i petrolieri americani, ma è anche strategico, perché, così come il petrodollaro sta tramontando e la dipendenza degli Stati Uniti dall’Arabia Saudita deve diminuire, serve una maggiore disponibilità di petrolio per alimentare l’economia statunitense senza dover dipendere dal Medio Oriente, anche perché gli Stati Uniti vogliono disimpegnarsi da questa regione e questo è naturalmente un requisito essenziale. Questo può essere fatto soltanto attraverso l’aggiunta di altre fonti energetiche. La Guyana è una fonte assolutamente strategica, mentre il Venezuela potrebbe esserlo, ma richiederà un grosso lavoro di ricostruzione e di sviluppo.

Il Venezuela ha anche altre risorse primarie, ma la sua presenza in questo momento ha più che altro una valenza geopolitica, strategica e militare, per indebolire Cuba e consentire un cambio di regime anche a Cuba. Questo nuovo assetto nei Caraibi tiene naturalmente al suo posto anche la Colombia, che aveva Le due potenze hanno interessi di espansione verso la Guyana e di controllo del Centro America, e insieme a un consolidamento del rapporto con l’Argentina, che invece dà accesso al Sud, all’Antartide e a quell’altra zona estremamente strategica nella rotta intorno al continente sudamericano. Gli Stati Uniti possono quindi incominciare a lavorare sul grande obiettivo: il Brasile. Evidentemente, secondo le informazioni che circolano qui negli Stati Uniti, l’idea è questa: il futuro prevede una diminuzione della potenza cinese.

I cinesi stanno affrontando una grossa crisi finanziaria, hanno un enorme problema demografico e, secondo le stime degli americani, la Cina ha raggiunto il top del suo sviluppo e da qui in avanti comincerà a scendere, anche se lentamente. Infatti, benché si parli di una potenziale guerra con la Cina, credo che l’idea non sia quella di incapsulare i Cinesi: togliendo il supporto fornito dall’America Latina, togliendo il Brasile dall’equazione, e anche perché l’idea è che il futuro nuovo polo industriale di grande sviluppo, il futuro nuovo polo di sviluppo economico molto importante, sarà proprio il Brasile.

Sarà l’America Latina a sostituire la Cina. L’India, invece, viene considerata come una nazione sì importante, ma che ha perso un po’ il treno, che non ha le capacità per fare veramente il salto e sostituire i cinesi. Ha una componente importante nell’economia complessiva, però il suo ruolo è più centrato verso l’Asia, e tutto sommato viene anche considerato un alleato incerto, perché agli indiani piace stare un po’ a cavallo tra Stati Uniti e Russia. Sono degli avversari della Cina, con cui comunque cercano di collaborare. In buona sostanza, il problema asiatico tenderà a risolversi da solo, anche perché il Giappone, su invito degli americani, ha accettato.

Gli Stati Uniti sono strategicamente importanti per il Giappone, che considera la regione dei Caraibi come la propria “porta posteriore” e la situazione in Venezuela come una questione di primaria importanza. Per il Giappone è inconcepibile che Taiwan possa passare sotto il controllo dei cinesi, infatti il governo giapponese ha già dichiarato che, qualora i cinesi decidessero di invadere Taiwan, sarebbe un problema esistenziale. Tutti stanno seguendo il copione russo e i giapponesi hanno già detto che, in caso di necessità, interverrebbero a protezione di Taiwan.

Naturalmente, anche gli americani fornirebbero la loro assistenza dalla base nelle Filippine, da dove possono chiudere l’accesso allo stretto di Malacca, impedendo così la navigazione verso la Cina. Questo porterebbe a un riassestamento degli equilibri mondiali, in cui, a causa della nuova politica pragmatista e realista che subentra ai neoconservatori e neoliberali del passato, ogni nazione persegue il proprio interesse e cerca di tutelare il proprio spazio di influenza. Per gli Stati Uniti, come ribadito anche da Trump, l’interesse è l’Occidente, ovvero l’emisfero occidentale e le due Americhe, mentre il Medio Oriente è considerato molto meno importante, se non addirittura irrilevante.

L’Europa, invece, è considerata semplicemente un fardello, mentre il Pacifico è naturalmente importante, dato che gli Stati Uniti si affacciano su questo oceano. Tuttavia, sul Pacifico gli americani fanno affidamento su un alleato di vecchia data: il Giappone. È stato anche un avversario, ma diciamo che è motivato, insieme a Taiwan, a fare fronte rispetto ai cinesi, i quali hanno una finestra di intervento militare ristretta per poter intervenire su Taiwan.

Se non interverranno entro il 2027-2028, comincerà a diventare più difficile per loro condurre una campagna, per una serie di motivi, tra cui anche demografici ed economici. Quindi, mentre vediamo che la guerra in Ucraina continua e i russi sono concentrati soprattutto sull’eliminare l’esercito ucraino, a fronte tuttavia di alti costi per la propria popolazione, perché molti soldati russi vengono uccisi e ci sono perdite importanti di materiale, gli americani dimostrano che possono ottenere il controllo di uno spazio importante come il Venezuela senza perdere neanche un uomo, senza perdere neanche una macchina e, anzi, con la collaborazione sostanziale dei militari venezuelani.

Ora, è chiaro che la storia del Venezuela è mescolata con interventi della CIA e dell’America. Il passato è molto variegato e include anche il traffico di droga, ma non entriamo nel dettaglio. Qui il punto fondamentale non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto nel dire quello che sta succedendo, ma capire perché sta succedendo e dove ci porterà. Questo evento è stato sicuramente un grosso successo per Trump, non c’è dubbio, e il fatto che l’operazione sia stata condotta in così poco tempo, senza perdite di vite umane o di materiale, nonostante abbia sollevato qualche protesta da parte dell’opposizione, verrà sostanzialmente vista come una vittoria, ed è effettivamente una vittoria.

Questo apre la strada a ulteriori interventi sempre nel Mar dei Caraibi con obiettivo Cuba, perché una volta che gli Stati Uniti ottenessero di nuovo il controllo sostanziale sull’isola, il problema dell’accesso al vaccino meridionale, ai porti statunitensi e al flusso di petrolio, nonché l’accesso al Mississippi, sarebbe risolto una volta per tutte. Dal punto di vista geopolitico, questo risolverebbe un grosso problema: i russi, risolvendo il problema ucraino, si toglierebbero una spina dal fianco, e lo stesso farebbero i giapponesi, che sono intenzionati a ricostruire la propria flotta e il proprio apparato militare, togliendosi la spina di Taiwan e evitando che possa tornare sotto il controllo dei cinesi. Naturalmente, i cinesi non sono per niente contenti di questa situazione. Taiwan, che in precedenza si chiamava Formosa, è stata la base da cui il Giappone ha invaso la Cina, perciò diventa un problema esistenziale anche per i cinesi.

Ne vedremo delle belle, ma Taiwan è talmente importante oggi per l’industria americana che non è semplicemente possibile lasciarla cadere sotto il controllo cinese, almeno finché le industrie più importanti, soprattutto quelle dei semiconduttori, non saranno state trasferite saldamente negli Stati Uniti e finché non ci saranno delle alternative stabili. C’è già una fabbrica importante in costruzione in Arizona e altre ne verranno costruite, quindi questo trasferimento è già in corso, ma richiederà ancora tempo. In tal senso, il contributo del Giappone è importante e fondamentale. Il Giappone sarà un alleato strategico per gli Stati Uniti in futuro e farà parte della ristretta cerchia che riceverà il totale supporto da parte del governo statunitense.

Quindi, cosa succederà in Venezuela da qui in avanti non lo sappiamo ancora. Il Venezuela è una nazione molto particolare. Una persona a me molto vicina, che ha vissuto in Venezuela per un certo tempo, mi raccontava che i venezuelani sono istruiti, vanno a scuola e imparano che sono un popolo eletto, un popolo superiore che non ha bisogno di lavorare, che può vivere di rendita. In buona sostanza, è così da parecchio tempo, non è una cosa recente, e credo che sia soprattutto questo il contributo di Chavez e compagnia. L’idea era probabilmente quella di usare il petrolio per mantenere la popolazione con sussidi governativi, così che stesse buona.

Cosa che, naturalmente, non ha funzionato. Oggi, la situazione economica del Venezuela è semplicemente disastrosa. Credo che molti terranno in considerazione il sollievo che potrebbe derivare dalla possibilità di vedere, per esempio, le sanzioni ridotte o l’industria petrolifera che ricomincia a funzionare. E l’estrazione comincerà a diventare più efficiente, e in generale l’economia sarà più vitale. Credo che anche gli Stati Uniti siano interessati a mantenere un livello di vita superiore in Venezuela, in modo da evitare un contro-colpo di stato. Perciò, credo che le prospettive per i venezuelani siano buone.

Inoltre, l’acquisizione del Venezuela e la tutela della Guyana, cosa ancora più importante, impediscono pressioni significative sul fronte nord da parte del Canada. Il Canada, che in teoria dovrebbe essere un alleato, è sempre stato un alleato problematico per gli Stati Uniti: è una colonia britannica, un elemento portante dell’asse imperiale britannico, la posizione da cui i britannici hanno controllato e continuano a cercare di controllare gli Stati Uniti. Quindi, il Canada è sicuramente più problematico per gli Stati Uniti rispetto al Venezuela. Tuttavia, grazie alla disponibilità del petrolio venezuelano e, soprattutto, di quello della Guyana, gli Stati Uniti non devono necessariamente dipendere dal Canada.

Inoltre, con l’aggiunta della Groenlandia, che potrebbe essere la terza o la seconda tappa, a seconda se prima verrà Cuba o la Groenlandia, la posizione del Canada verrà ridimensionata e accerchiata su due fronti. Da una parte c’è l’Alaska, dall’altra la Groenlandia, e poi c’è già una provincia del Canada che sembra intenzionata a staccarsi dal Paese per unirsi agli Stati Uniti: la provincia del Canada che ha grandi riserve di petrolio, ma che viene saccheggiata dal governo canadese senza ricevere nulla in cambio. Per gli Stati Uniti, l’accesso all’Artico è importante anche in previsione di una futura collaborazione con i russi, collaborazione da cui invece gli americani vogliono assolutamente escludere i cinesi.

Quindi, per il governo Trump, questa evoluzione in Venezuela dimostra due fatti importanti che già conoscevamo. Il primo è che qualsiasi grande superpotenza lavora meglio quando opera vicino a casa, perché ha la massima potenza di fuoco, non ha problemi logistici a lungo termine e ha motivazioni concrete. Gli Stati Uniti non avevano alcun motivo di andare in Afghanistan o in Iraq, se non per favorire gli interessi di qualcun altro, mentre hanno grandi interessi nel tenere il Venezuela e il Sud America sotto controllo, lanciando anche un messaggio al Brasile, che a questo punto credo stia riconsiderando le proprie posizioni dopo quanto successo in Venezuela. Inoltre, gli Stati Uniti hanno dimostrato che controllare il proprio ambito o spazio è più facile rispetto a quanto fanno i russi, quindi hanno riconquistato punti dal punto di vista militare e di influenza geopolitica, riaffermando il principio della dottrina Moro, secondo cui le potenze, soprattutto europee o ex potenze, devono stare fuori dalle Americhe. Questo è il messaggio fondamentale, perché il Sud America è considerato un territorio preferenziale per gli Stati Uniti. Poi, si può essere d’accordo o contrari.

Questa è la logica del realismo della nuova politica, applicata anche dai russi e concretamente dagli stati cinesi, e quindi è così. Ci piaccia o no, funziona in questo modo. Nell’area del Mediterraneo, vediamo che il ruolo chiave è stato preso dai turchi, che hanno l’esercito più grande, una posizione strategica e una presenza storica importante nell’area, nonché l’ambizione di ricostituire, almeno in parte, l’impero ottomano. Vedremo cosa riusciranno a combinare, ma di fatto sono quelli che in questo momento hanno l’influenza più importante e che tenderanno anche a ridimensionare la presenza di Israele, anche nei confronti della politica interna americana, e a rafforzare invece la presenza degli arabi, che hanno capito come soffia il vento e sono pronti a giocare su entrambi i fronti. Quindi, si stanno disponendo in modo aperto, dichiarandosi aperti a una collaborazione con i Brics e alla vendita di petrolio direttamente, senza necessariamente usare i dollari per gli scambi, ma utilizzando comunque i dollari per stabilire il prezzo.

Contemporaneamente, stanno collaborando con gli Stati Uniti sul fronte dell’intelligenza artificiale e su quello militare strategico complessivo, rendendosi conto che il petrolio non è più così importante come in passato e che il futuro prevede un’espansione nucleare, campo in cui anche gli stessi Sauditi vogliono essere presenti e vogliono collaborare con gli Stati Uniti e l’America. Credo che gli arabi avranno un ruolo importante in Europa anche in futuro. Vedremo cosa succederà, anche perché, mentre i turchi possono essere il punto di contatto tra Occidente e Oriente, come lo sono stati storicamente, possono tenere a bada gli iraniani molto meglio di quanto possano fare gli israeliani.

Gli arabi hanno già una presenza importante in Europa e storicamente hanno investito in diverse industrie europee. Hanno l’abilità di diventare il nuovo centro finanziario e dei servizi mondiale, anche perché storicamente sono stati il punto di contatto tra Occidente e Oriente. Inoltre, hanno molti soldi e una politica più intelligente in generale, perciò sono posizionati per riuscirci. In Europa, la Polonia è destinata a crescere e a diventare il nuovo polo industriale, affacciandosi con la Russia e fungendo da punto di contatto con i russi, ma anche da punto di pressione nei confronti della Germania.

Credo invece che il futuro della Germania sia poco promettente, e lo sia ancora di più per la Francia. Vedremo cosa succederà in Italia, naturalmente. Questo è il mio punto di vista, o meglio, la sintesi delle informazioni che ho raccolto dagli Stati Uniti riguardo all’avventura venezuelana, avventura che sembra essersi conclusa a Tufine. Ci potrebbero essere degli sviluppi ulteriori, ma direi che i giochi sono sostanzialmente fatti. D’ora in avanti ci sarà più che altro un aggiustamento delle formule di potere, eccetera, e sicuramente questo è un messaggio fortissimo nei confronti di Cuba e dei colombiani. La prossima tappa sarà probabilmente l’Havana. Vi ringrazio per l’attenzione, vi auguro di nuovo un buon anno e un buon 2026.

Roberto Mazzoni

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