Insistiamo sulla Prima Guerra Mondiale anche perché come ho detto in altri video rappresenta un po’ la partenza delle situazioni in cui siamo oggi e noterete che ci sono molti elementi che permangono tutt’ora. Quindi permangono nella loro forma trasformata, perché l’economia e la politica si è modificata nel tempo, però gli elementi fondamentali rimangono invariati e quindi i problemi di allora devono essere ancora risolti completamente.
Quindi oggi quello che vediamo anche svilupparsi a livello di geopolitica, a livello di economia, è il tentativo se vogliamo di portare a compimento quello che si era iniziato all’epoca e naturalmente il conflitto tra diverse fazioni che vogliono da una parte continuare il progetto globalista o meglio di creazione di un imperio globale che sia magari gestito in condominio e dall’altra invece una maggiore indipendenza delle singole nazioni magari in competizione tra loro ma comunque capaci di poter tracciare una propria politica indipendente e non un sistema neocoloniale basato sulla finanza e basato sull’uso del denaro.
Quindi secondo me è importante vedere i meccanismi che ci hanno portato fin qui e vederli dall’inizio, perché in questo modo possiamo capire l’evoluzione e possiamo anche capire qual è la radice. Inoltre, abbiamo un fenomeno, se vogliamo culturale, che vede ogni 100 anni più o meno ripetersi una guerra importante. 100 anni sembra un periodo lungo ma in realtà nella vita umana corrispondono siano due generazioni, considerando anche l’allungamento medio della vita umana potrebbero essere anche solo una generazione e mezzo o qualcosa del genere e nel grande specchio, nella grande evoluzione della storia del pianeta sono una frazione infinitesimale quindi 100 anni è pochissimo tempo e quello che è successo 100 anni fa, benché sembri lontano perché sono successo tante cose da allora, è in realtà ancora molto vicino e ancora quasi l’altro ieri.
Quindi oggi ci troviamo in situazioni simili, ci troviamo più o meno in corrispondenza di un periodo che vede una propensione da parte di diverse nazioni e anche dei singoli popoli a combattere, lo vediamo in Russo, lo vediamo in Ucraina, lo vediamo in Medio Oriente, abbiamo ancora effetti che sono freschi da quello che è stato creato nella Prima Guardia Mondiale e poi proseguito nella Seconda e ancora oggi molti governi vedono il conflitto ultimo e finale come ultima spiaggia per risolvere problemi economici ormai irrisolvibili o per prevenire un collasso economico o trovare una scusante per il collasso economico.
Quindi la dinamica non è cambiata, gli operatori in gioco sono diversi, le regole sono diverse, in particolare ci troviamo in un contesto dove non è possibile avere una guerra mondiale a tutto campo perché sappiamo che porterebbe a una distruzione complessiva del pianeta. Quindi abbiamo il fattore nucleare e abbiamo quindi una serie di conflitti a intensità più o meno alta che cercano di spostare la situazione a favore di uno a favore dell’altro e in questo particolare periodo con il conflitto in Iran, di cui parliamo diffusamente nella sezione legione, si sta cercando di stabilire chi sarà a dominare il prossimo secolo o il secolo e il conflitto naturalmente o la gara è tra i poteri tradizionali europei che vedono la Gran Bretagna, vedono la Germania, vedono la Francia in posizione più o meno permanente o perlomeno le élite che sono dietro a questi governi dall’altra vedono la Russia che sta cercando di ricavarsi un suo spazio, di conservare un proprio spazio, vediamo la Cina che sta cercando di acquisire un primato che tuttavia non riesce a raggiungere, e vediamo gli Stati Uniti che sono chiaramente una posizione di difficoltà ma che stanno cercando di recuperare e recuperare con grande velocità e grande intensità e vedremo naturalmente come andrà a finire.
Però credo che sia importante capire dove partiamo, capire le dinamiche fondamentali anche perché se deduciamo tutto a concetti diciamo semplicistici come un particolare leader di governo svitato ha perso la testa o cose di questo genere qui entriamo nella banalità e entriamo nella stupidità e credo che non sia di nessuna utilità per nessuno. Quindi questi video servono un po’ per dare un contesto un po’ più ampio, chiarire cose che probabilmente non erano chiare e stabilire una base più solida su cui poi esaminare anche l’attualità che appunto esaminiamo meglio nello spazio della Legione.
In questo video si parla di Bismarck che qui venne presentato come un eroe, tuttavia dobbiamo prendere alto il fatto che Bismarck fu proprio colui che preparò la nazione tedesca alla guerra successiva sia in termini culturali modificando il sistema scolastico e costruendo quindi degli automi capaci di produrre in quantità e di obbedire senza fare troppe domande e altri personaggi importanti nel mondo tedesco che prepararono la base per quello che è successo nella Prima Guerra Mondiale e poi nella Seconda. Quindi il percorso tedesco è stato condizionato da molteplici fattori che non si possono ricondurre unicamente agli errori del Kaiser. Inoltre, una cosa curiosa è che la Prima Guerra Mondiale è stata una guerra tra cugini. Tutti i vari regnanti erano parenti ed erano imparentati, a loro volta, con la regina Vittoria, quindi il regno d’Inghilterra. Per cui era una guerra strana, una guerra tra parenti, una guerra dove tutti sapevano che i rispettivi imperi stavano crollando, però volevano essere quello che sopravviveva a spesa degli altri in buona sostanza.
Un altro concetto importante che ci viene confermato in questo video è che qualsiasi arma venga sviluppata prima o poi viene utilizzata. Quindi non esiste che una nazione accumuli delle armi senza poi usarle. L’abbiamo visto anche nel caso delle armi nucleari che sono state usate e che vengono paventate come uso ancora oggi. Il problema delle armi nucleari è che nel momento in cui si usano su vasta scala non c’è più gioco, è finito tutto. Quindi non tradete degli scenari che sono simili a quello attuale ma naturalmente con la differenza imposta dal regime nucleare.
Nel video si parla anche dell’affare Dreyfus che fu uno scandalo che coinvolse l’intera Francia dove un ufficiale ebreo francese fu accusato falsamente e questo creò un vasto incidente culturale e di media e politico all’interno della Francia che poi ebbe un eco anche su quello che fu l’evoluzione della situazione sionista, come abbiamo visto anche in altri video precedenti. E ora vi propongo il video documentario, eccolo.
[Narratore]
Molti credono di sapere come è iniziata la Prima Guerra Mondiale. Un uomo armato a Sarajevo preme il grilletto e l’arciduca cade, e poi, come tessere del domino, le grandi potenze europee si precipitano nelle trincee. È la vicenda più ripetuta della storia moderna. Ed è anche, per molti versi, una delle più pericolosamente incomplete. Ora, non siamo qui per dirvi che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando non abbia avuto importanza. Fu sicuramente molto importante. Un singolo proiettile cambiò la traiettoria del XX secolo. Ma ecco il punto che la maggior parte degli storici, la maggior parte dei documentari, e la maggior parte dei libri di testo tendono a ignorare.
Quel proiettile atterrò in un mondo già intriso di benzina. La domanda che conta davvero non è chi accese la miccia, bensì chi aveva speso i precedenti 40 anni a versare il carburante. E quando si seguono i soldi, quando si tracciano i contratti ferroviari, gli accordi sulle armi, i prestiti segreti, e le appropriazioni coloniali di nuove terre, la storia che si scopre è molto più inquietante di qualsiasi racconto che ci parli di assassini solitari oppure di schemi di alleanze. Perché la vera origine della Prima Guerra Mondiale non risiede nella morte di un arciduca oppure nella corsa cieca di una serie di imperi rivali verso la catastrofe. Riguarda il capitale. Riguarda i mercati. Riguarda chi avrebbe controllato le materie prime, e le rotte commerciali che avrebbero definito il potere globale nel secolo successivo.
E questa storia, quella che la maggior parte degli storici minimizza, oppure ignora completamente, è quella che racconteremo oggi. Torniamo quindi indietro nel tempo. Non ci fermeremo al 1914, ma andremo molto più indietro, ai decenni che hanno preceduto quel primo sparo, quando i semi del conflitto più devastante che il mondo avesse mai visto venivano piantati silenziosamente, Ma quei semi non venivano seminati nei palazzi degli imperatori, bensì nelle sale riunioni dei banchieri, negli uffici dei produttori di armi, e nei cantieri di una singola ferrovia che era destinata a cambiare il mondo. Per capire come l’Europa sia precipitata nella catastrofe, bisogna prima capire com’era l’Europa nei decenni che hanno preceduto il 1914. E non intendo dire come appariva su una mappa.
Intendo dire come appariva all’interno dei bilanci economici. Negli anni ’90 del XIX secolo, l’Europa stava vivendo il periodo di crescita industriale più esplosivo della storia umana. La Germania, che si era unificata come nazione solo nel 1871, dopo la guerra franco-prussiana, stava attraversando una trasformazione economica che stupiva il mondo. Nell’arco di una sola generazione, la Germania era passata da un insieme eterogeneo di stati agricoli, alla principale potenza industriale del continente. Nel 1913, la Germania produceva più acciaio di Gran Bretagna, Francia e Russia messe insieme. Le sue industrie chimiche dominavano i mercati globali, le sue aziende di ingegneria erano l’invidia del mondo, e la sua popolazione era passata da circa 41 milioni al momento dell’unificazione, a quasi 67 milioni appena prima della guerra.
Ora confrontiamo questa situazione con quella della Gran Bretagna. Per oltre un secolo, la Gran Bretagna era stata l’indiscussa officina del mondo. L’Impero britannico controllava circa un quarto delle terre emerse del pianeta. La Royal Navy dominava i mari. La sterlina era la valuta di riserva mondiale. La città di Londra era il centro nevralgico della finanza globale. Ma il primato industriale britannico stava vacillando. Nel 1870, la Gran Bretagna produceva quasi un terzo dei beni manifatturieri mondiali. Nel 1913, quella quota era scesa a circa il 14%. La Germania, nel frattempo, era salita a circa il 15%. La Gran Bretagna stava superando l’Impero britannico, e tutti a Londra lo sapevano. Non si trattava di una semplice competizione economica astratta. Era una minaccia esistenziale per l’intero sistema imperiale.
L’impero britannico si fondava infatti su due pilastri: la supremazia navale e il dominio finanziario. Se la Germania fosse riuscita a sfidare uno di questi due elementi, l’intera architettura del potere globale inglese avrebbe cominciato a vacillare. E la Germania, sotto il Kaiser Guglielmo II, era determinata a sfidarli entrambi. Quando Guglielmo II salì al trono tedesco nel 1888, ereditò un Paese che il suo predecessore, Otto von Bismarck, aveva attentamente posizionato come potenza continentale. Il genio di Bismarck risiedeva nella moderazione. Aveva compreso che la posizione geografica della Germania, nel cuore dell’Europa, stretta tra Francia e Russia, implicava che un’espansione aggressiva avrebbe attirato una coalizione di nemici. Perciò Bismarck giocò sul lungo termine.
Strinse alleanze, gestì le rivalità, e tenne la Germania fuori dalla corsa coloniale che stava travolgendo il resto d’Europa. Ma Guglielmo non aveva pazienza per la moderazione. Era impulsivo, insicuro e ossessionato dal prestigio. Quasi immediatamente dopo aver preso il potere, destituì Bismarck e lanciò quella che divenne nota come Weltpolitik, o politica mondiale. Non si trattava solo di uno slogan, ma di un completo riorientamento della politica estera tedesca. La Germania non si sarebbe più accontentata di essere una potenza continentale. La Germania avrebbe preteso il suo posto al sole, avrebbe gareggiato per la conquista delle colonie, avrebbe costruito una marina di livello mondiale e avrebbe proiettato il suo potere in tutto il globo. Ed è qui che incontriamo il primo errore fondamentale commesso dalla maggior parte degli storici.
La narrazione standard considera la Weltpolitik come un prodotto del militarismo tedesco, dell’aggressività prussiana insita nel carattere nazionale. Ma questa interpretazione tralascia un aspetto cruciale. La Weltpolitik non era principalmente una strategia militare, bensì economica. Le fiorenti industrie tedesche necessitavano di materie prime. La sua popolazione in crescita aveva bisogno di mercati. I suoi capitalisti avevano bisogno di luoghi in cui investire il loro capitale in eccesso. Le colonie che Gran Bretagna, Francia, Belgio e Paesi Bassi si erano già spartite tra Africa e Asia non erano semplici bandiere su una mappa. Erano mercati vincolati, fonti di materie prime essenziali come la gomma, lo stagno, il rame, il petrolio, il cotone e centinaia di altre risorse che le economie industrializzate divoravano a ritmo continuo. La Germania era arrivata tardi a questo banchetto, e la tavola era quasi vuota. L’economista John Atkinson Hopson comprese questa dinamica meglio di quasi chiunque altro all’epoca. Nel 1902 pubblicò un’opera fondamentale sull’imperialismo che avrebbe poi influenzato pensatori da Lenin a Keynes. Hopson sosteneva che il nuovo imperialismo della fine del XIX secolo non fosse guidato dalla gloria nazionale oppure da una qualche missione civilizzatrice, bensì dal capitale, in particolare dal problema del capitale in eccesso.
Con la maturazione delle economie industriali, il tasso di rendimento interno degli investimenti diminuiva. I ricchi investitori avevano bisogno di nuove frontiere, di nuovi mercati, di nuovi luoghi in cui impiegare il proprio denaro con rendimenti più elevati. E le colonie offrivano proprio questo. Offrivano manodopera a basso costo, materie prime economiche, e consumatori vincolati che non avevano altra scelta se non quella di acquistare i prodotti realizzati dalla potenza colonizzatrice. Hobson scriveva della Gran Bretagna, ma la logica si applicava con forza ancora maggiore alla Germania. Le banche tedesche, in particolare le quattro grandi banche tedesche il cui nome cominciava invariabilmente con la lettera D, ossia Deutsche Bank, Dresdner Bank, Diskonto Gesellschaft e Darmstadt, disponevano di enormi capitali che dovevano essere investiti.
E il progetto più ambizioso per impiegare tale capitale era un’opera così audace, così geopoliticamente esplosiva, che da sola avrebbe potuto scatenare una guerra mondiale. Quel progetto era la ferrovia da Berlino a Baghdad. E qui è importante fare una pausa. Magari a scuola avete sentito parlare di una sola causa della Prima Guerra Mondiale, e probabilmente vi hanno detto che si trattava del sistema di alleanze. Oppure, magari, avete sentito parlare di due cause primarie, e potreste aver appreso che nel quadro rientrava anche la corsa agli armamenti navali. Ma la ferrovia da Berlino a Baghdad, che fu uno dei progetti infrastrutturali più importanti della storia moderna, raramente riceve l’attenzione che merita. Si tratta di un’omissione deliberata, perché questa ferrovia rivela qualcosa di scomodo sulle origini della guerra.
Rivela che il conflitto non riguardava solo l’orgoglio nazionale oppure le alleanze difensive, bensì affondava le proprie radici nella caccia al petrolio, nel controllo delle rotte commerciali, e nella formazione di un futuro impero globale. La storia inizia nel 1888, lo stesso anno in cui Guglielmo II salì al trono. In quel periodo, un consorzio tedesco, guidato dalla Deutsche Bank, ottenne una concessione dall’Impero Ottomano per costruire una ferrovia che collegasse Istanbul ad Ankara. Si trattava di un progetto abbastanza modesto. Era una semplice iniziativa commerciale per collegare la capitale ottomana all’entroterra anatolico. Ma fin dall’inizio, la visione era ben più ambiziosa. Il piano prevedeva di estendere la ferrovia da Berlino, attraverso i Balcani, l’Anatolia e la Mesopotamia, per arrivare fino a Baghdad, e infine raggiungere il porto di Bassora sul Golfo Persico. Pensate a cosa avrebbe significato. Un’unica linea ferroviaria ininterrotta che collegasse il cuore della Germania industriale alle risorse del Golfo Persico.
Avrebbe aggirato completamente il Canale di Suez, un canale di cui la Gran Bretagna aveva ottenuto il controllo nel 1875, quando il Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli aveva rilevato le quote del governo egiziano, grazie ai finanziamenti offerti dalla famiglia dei banchieri Rothschild. Con il progetto di questa nuova ferrovia, la Germania avrebbe avuto accesso diretto via terra ai mercati del Medio Oriente, e soprattutto, avrebbe avuto accesso ai giacimenti petroliferi della Mesopotamia, la cui esplorazione era appena cominciata. Ed è qui che il petrolio entra in gioco in un modo che la maggior parte delle ricostruzioni storiche della Prima Guerra Mondiale ignora completamente. Nel 1908, il primo grande giacimento di petrolio fu scoperto a Masjed Soleyman, in Persia, nel territorio dell’odierno Iran. Si trattò di una delle prime importanti scoperte petrolifere in Medio Oriente, che ebbe ripercussioni clamorose in tutte le capitali europee. Gli inglesi, che avevano già avviato la transizione della Royal Navy dal carbone al petrolio, sotto la direzione del Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill, ne compresero immediatamente le implicazioni strategiche.
Chiunque avesse controllato il petrolio mediorientale avrebbe controllato il carburante che avrebbe alimentato le marine, gli eserciti e l’industria moderni. Nel 1909 fu quindi fondata la Anglo-Persian Oil Company, la compagnia petrolifera che avrebbe gestito l’estrazione del petrolio persiano. Il governo britannico ne acquisì la quota di maggioranza nel 1914, poche settimane prima dell’inizio della guerra. Ma il petrolio in Mesopotamia, nelle regioni intorno a Mosul e Kirkuk, era ancora conteso, e la ferrovia Berlino-Baghdad, se completata, avrebbe messo la Germania in condizione di dominare l’accesso a tali riserve. La Gran Bretagna considerava la ferrovia progettata dai tedeschi una minaccia diretta all’approvvigionamento di carburante della Royal Navy, al monopolio strategico del Canale di Suez, e all’intera posizione britannica in Medio Oriente, oltre che in India.
Gli inglesi non erano i soli ad essere allarmati. La Russia vedeva la ferrovia come un coltello tedesco puntato contro il suo punto debole, il Caucaso e l’Asia centrale. La Francia, che aveva interessi finanziari nell’Impero russo, e ingenti investimenti nelle ferrovie e nei titoli di Stato russi, la considerava una minaccia al delicato equilibrio di potere. Di fatto, nel 1914, gli investitori francesi detenevano circa 20 miliardi di franchi in titoli di Stato russi, il che rendeva la Francia il singolo maggiore creditore del governo russo. Non si trattava di una semplice alleanza di convenienza. Era un intreccio finanziario talmente profondo che il destino economico della Francia era letteralmente legato alla sopravvivenza della Russia quale grande potenza. Di conseguenza, quando gli storici affermano che la guerra fu causata da una rete di alleanze, non si sbagliano. Ma stanno descrivendo il sintomo, non la malattia.
Quelle alleanze non erano astratti accordi diplomatici. Erano sostenute da miliardi in prestiti, investimenti e accordi commerciali. La Triplice Intesa tra Gran Bretagna, Francia e Russia era tanto un blocco finanziario quanto un sodalizio militare. E la Triplice Alleanza tra Germania, Austria-Ungheria e Italia fu un tentativo, da parte delle potenze dell’Europa centrale, di creare una propria sfera economica in grado di competere con le enormi risorse finanziarie dell’Intesa. Ora, parliamo di un altro aspetto che la narrazione convenzionale fraintende profondamente: la corsa agli armamenti. La maggior parte dei libri di testo presenta il riarmo prebellico come una storia di competizione nazionale, con ogni Paese che costruiva più navi, e cannoni più grandi per stare al passo con i rivali. E questo è vero, ma solo fino a un certo punto.
Infatti, tralascia di menzionare i personaggi più importanti della storia: i produttori privati di armi, che stavano facendo fortune vendendo armi a tutti gli schieramenti, senza alcuna distinzione. I 25 anni precedenti il 1914 furono ciò che gli storici dell’industria bellica definiscono un classico periodo di espansione. E al centro di tale espansione c’era una manciata di aziende enormemente potenti. In Gran Bretagna c’erano Vickersons, Maxim e Armstrong-Whitworth. In Germania c’era Krupp, il più grande produttore di armi al mondo. In Francia c’era Schneider-Crusso. Ed ecco la parte che dovrebbe mettervi profondamente a disagio. Queste aziende non vendevano armi solo ai propri governi. Le vendevano a tutti. Krupp, l’orgoglio dell’industria tedesca, forniva artiglieria a Belgio, Paesi Bassi, Romania, Impero Ottomano e persino alla Russia. La Vickers, la principale produttrice di armi britannica, vendeva navi da guerra e armi a Giappone, Brasile, Turchia e diverse altre nazioni che avrebbero finito per combattere contro la Gran Bretagna.
La Armstrong Whitworth costruì navi da guerra per la Marina giapponese che furono poi utilizzate nella guerra russo-giapponese del 1904-1905, un conflitto che rimodellò gli equilibri di potere in Asia, e che contribuì direttamente all’instabilità che portò alla Prima Guerra Mondiale. Non si trattava di transazioni illegali. Furono condotte con la piena conoscenza e spesso con l’attivo incoraggiamento dei rispettivi governi. Il commercio di armi era uno dei settori più redditizi al mondo, e le aziende coinvolte godevano di un’enorme influenza politica. Il rapporto di Krupp con il governo tedesco era così stretto, che l’azienda era essenzialmente un braccio armato dello Stato. Friedrich Alfred Krupp, che diresse l’azienda fino alla sua morte nel 1902, era amico personale del Kaiser Guglielmo II. Non a caso, il Kaiser partecipò al funerale di Krupp, e pronunciò l’elogio funebre di persona. La corsa agli armamenti stessa aveva una logica di autoalimentazione che i produttori sfruttarono brillantemente.
Quando la Gran Bretagna varò la HMS Dreadnought nel 1906, una nuova e rivoluzionaria classe di navi da battaglia che rese obsolete da un giorno all’altro tutte le navi da guerra esistenti, si scatenò una vera e propria frenesia nei cantieri navali in tutta Europa. La Germania rispose con il proprio programma di corazzate. Francia, Russia, Italia, Austria, Ungheria e persino nazioni più piccole come la Grecia e l’Impero Ottomano, si affrettarono a costruire oppure ad acquistare le proprie corazzate. Tra il 1906 e il 1914, la Gran Bretagna varò 19 corazzate e 9 incrociatori da battaglia. La Germania varò 13 corazzate e 5 incrociatori da battaglia. Ogni nuova nave costruita da un Paese veniva usata come giustificazione dalle altre nazioni per costruirne di più a loro volta. E ogni nave che usciva dagli scali di costruzione generava enormi profitti per i produttori di armi, e per le aziende siderurgiche dei cantieri navali che le costruivano.
Le leggi tedesche sulla Marina del 1898 e del 1900, che autorizzavano la massiccia espansione della flotta tedesca, furono una manna dal cielo per la Krupp e per l’industria cantieristica tedesca. Il Naval Defense Act britannico del 1889 e i successivi stanziamenti navali furono altrettanto redditizi per la Vickers e la Armstrong. Questo era ciò che gli economisti chiamavano l’insolito effetto di espansione del mercato, in cui la produzione nel settore degli armamenti non faceva altro che generare ulteriore produzione. Si trattava di un circolo vizioso di profitto e paranoia, e i produttori di armi erano coloro che facevano girare la ruota. Ma la corsa agli armamenti non riguardava solo le marine militari. Sulla terraferma, gli eserciti delle grandi potenze crescevano a un ritmo vertiginoso. Nel 1870, l’esercito tedesco contava, in tempo di pace, circa 400.000 uomini. Nel 1913, era cresciuto fino a oltre 800.000, con la capacità di mobilitare quasi 4 milioni di uomini in tempo di guerra. La Francia, con una popolazione inferiore, manteneva un esercito di circa 750.000 uomini. La Russia, il Colosso d’Oriente, aveva un esercito in tempo di pace di quasi 1,4 milioni di uomini, il più grande esercito permanente del mondo. E questi eserciti venivano equipaggiati con armi di potenza distruttiva senza precedenti. La mitragliatrice, in grado di sparare diverse centinaia di colpi al minuto, era stata perfezionata fino a diventare uno strumento devastante di sterminio di massa.
L’artiglieria aveva acquisito maggiore gittata, precisione e potenza esplosiva. La ricerca chimica che avrebbe poi portato alla produzione di gas velenosi era già a buon punto nei laboratori tedeschi e francesi. La macchina della morte era pronta. Aspettava solo un pretesto per essere attivata. Ed è qui che il dibattito storiografico si fa davvero interessante e controverso. Per decenni dopo la guerra, alla domanda su chi l’avesse iniziata si rispondeva in modo semplice: la Germania. Questa era la posizione degli Alleati vincitori, sancita dall’articolo 231 del Trattato di Versailles, la famigerata clausola sulla colpa di guerra che obbligava la Germania ad accettare la piena responsabilità del conflitto, e a pagare riparazioni ingentissime. La logica era semplice: la Germania aveva dato all’Austria-Ungheria il cosiddetto assegno in bianco di sostegno incondizionato dopo l’assassinio.
La Germania era stata la prima a dichiarare guerra alla Russia e alla Francia. La Germania aveva violato la neutralità belga. Pertanto, la Germania era colpevole. Ma, negli anni ’20 e ’30, un’ondata di storici revisionisti, molti dei quali finanziati dal governo tedesco, iniziò a mettere in discussione questa narrazione. Essi sottolinearono la mobilitazione precoce della Russia, il desiderio di vendetta della Francia dopo l’umiliazione del 1871, e l’incapacità della Gran Bretagna di segnalare chiaramente la propria intenzione di intervenire o di non intervenire. Sostenevano che la guerra era stata un incidente, un catastrofico fallimento della diplomazia, in cui tutte le grandi potenze condividevano equamente la responsabilità. Come disse in una sua celebre frase l’ex Primo Ministro britannico David Lloyd George, l’Europa in qualche modo scivolò nel calderone ribollente della guerra.
Questa visione revisionista divenne la narrazione dominante per decenni. Era comoda. Assolveva tutti dalla colpa principale. Trasformava la guerra in una tragedia senza colpevoli, un terribile errore anziché un atto calcolato. Poi, nel 1961, uno storico tedesco di nome Fritz Fischer fece esplodere l’intero dibattito. Fischer, professore all’Università di Amburgo, pubblicò un libro che sarebbe diventato una delle opere di storiografia più controverse del XX secolo. Il titolo tedesco si traduce approssimativamente con “Alla ricerca del potere mondiale”, e la sua tesi era dirompente. Basandosi su documenti inediti provenienti dagli archivi tedeschi, Fischer sostenne che la Germania non era incappata nella guerra per caso. La Germania l’aveva deliberatamente provocata. La prova chiave addotta da Fischer era il cosiddetto Programma di settembre, un memorandum redatto il 9 settembre 1914 dal cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Holweg.
A poche settimane dall’inizio della guerra, il Programma di settembre delineava gli obiettivi bellici della Germania con dettagli impressionanti. Prevedeva l’annessione del Lussemburgo e di parti del Belgio e della Francia. Esigeva la creazione di una vasta unione doganale sotto il controllo tedesco, una sorta di proto-unione europea dominata da Berlino. Prevedeva la conquista delle colonie francesi in Africa, e la creazione di un impero coloniale tedesco che si estendesse senza soluzione di continuità attraverso il centro del continente africano. E imponeva che la Francia fosse indebolita al punto da non poter più risorgere come grande potenza. Fischer sosteneva che questi non fossero obiettivi improvvisati, frettolosamente elaborati nell’euforia delle prime vittorie militari.
Affermava che erano stati il logico culmine di decenni di pensiero espansionista negli ambienti politici, militari e industriali tedeschi. Il Programma di settembre, secondo l’interpretazione di Fischer, era la prova inconfutabile che dimostrava che la Germania aveva voluto questa guerra e l’aveva pianificata. La reazione fu feroce. Gli storici conservatori tedeschi accusarono Fischer di aver tradito il suo stesso Paese. Gerhard Ritter, uno degli storici più stimati in Germania, sarebbe scoppiato in lacrime durante una conferenza sulle tesi di Fischer. Il governo tedesco tentò addirittura di impedire a Fischer di recarsi negli Stati Uniti per presentare le sue scoperte, ma il suo lavoro non poté essere soppresso. Anzi, aprì le porte a una nuova ondata di ricerche che rivelarono fino a che punto le élite industriali, militari e politiche tedesche avessero attivamente spinto la Germania verso lo scontro. Ed è qui che la tesi di Fischer si collega alla storia economica che abbiamo raccontato.
Perché, se si guarda a chi spingeva per la guerra in Germania, le impronte del capitale sono ovunque. La Lega Pangermanica, uno dei gruppi di pressione bellica più aggressivi del Paese, era finanziata da industriali e proprietari terrieri che avrebbero tratto profitto dall’espansione territoriale. La Krupp, produttrice di armi, aveva evidenti interessi finanziari nel conflitto. La Deutsche Bank, il motore finanziario della ferrovia da Berlino a Baghdad, voleva che l’Impero Ottomano rimanesse saldamente nell’orbita tedesca. La classe agraria degli Junkers prussiani desiderava nuove terre a est per sostenere la propria posizione economica in declino. Volker Berghahn, allievo di Fischer, sostenne in seguito che la Weltpolitik tedesca si era rivelata un fallimento costoso. La Germania non era riuscita ad assicurarsi le colonie oppure i mercati che gli industriali tedeschi bramavano.
Ma era tuttavia riuscita ad allarmare tutte le altre grandi potenze europee, spingendole a stringere alleanze contrapposte. Nel 1914, i leader tedeschi si trovarono intrappolati in una situazione creata da loro stessi. Avevano promesso al loro popolo un posto al sole, ma il sole stava tramontando sull’era coloniale. La finestra di opportunità per l’espansione si stava chiudendo. E così, quando la crisi nei Balcani scoppiò nell’estate del 1914, i leader tedeschi non la videro come un disastro da evitare, ma come un’opportunità da cogliere. Tuttavia, e questo è fondamentale, la tesi di Fischer, per quanto innovativa, non racconta tutta la storia. Dare la colpa solo alla Germania è altrettanto riduttivo quanto non incolpare nessuno, e questo è il secondo grande errore che commette la maggior parte degli storici. Perché, se si osserva il comportamento della Russia durante la crisi di luglio, si scopre un governo altrettanto sconsiderato di quello tedesco. La decisione della Russia di mobilitare il proprio esercito il 30 luglio 1914 fu la decisione militare più importante di tutta la crisi.
La mobilitazione russa significò che la Germania si trovò ad affrontare lo scenario da incubo che i suoi strateghi militari temevano da decenni: una guerra su due fronti contro Francia e Russia contemporaneamente. E i generali russi lo sapevano. Sapevano che la mobilitazione avrebbe costretto la Germania ad agire, perché l’unico piano di guerra tedesco, il Piano Schlieffen, prevedeva un attacco rapido contro la Francia attraverso il Belgio prima di volgere le truppe a est per affrontare la Russia. La mobilitazione russa rese inevitabile la mobilitazione tedesca, e la mobilitazione tedesca attraverso il Belgio rese inevitabile l’intervento britannico. Perché la Russia si mobilitò? In parte per solidarietà con la Serbia, in parte per il timore che l’Austria-Ungheria distruggesse l’ultimo stato slavo indipendente nei Balcani.
Ma anche, e questo aspetto viene discusso meno spesso, perché le spese militari russe erano cresciute rapidamente, finanziate in gran parte da quei 20 miliardi di franchi di prestiti francesi. La Russia era nel bel mezzo di un massiccio programma di modernizzazione militare che avrebbe dovuto concludersi entro il 1917. I generali tedeschi ne erano perfettamente consapevoli. Credevano, con una certa ragione, che se avessero aspettato fino al 1917, la Russia sarebbe stata troppo forte per essere sconfitta. Questa era la logica della guerra preventiva. Colpire ora, finché si è ancora in tempo, prima che l’equilibrio di potere si sposti irrevocabilmente a proprio sfavore. E poi c’è la Francia. La narrazione convenzionale presenta la Francia come una partecipante riluttante, trascinata in guerra dalla sua alleanza con la Russia. Ma il comportamento della Francia durante la crisi di luglio racconta una storia molto diversa.
Il presidente francese Raymond Poincaré, che visitò San Pietroburgo alla fine di luglio del 1914, sembra aver incoraggiato attivamente la Russia affinché opponesse una ferma resistenza contro l’Austria-Ungheria. L’establishment militare francese stava pianificando una guerra di vendetta contro la Germania sin dall’umiliazione del 1871, quando la Germania aveva annesso le province dell’Alsazia e della Lorena. I piani di guerra francesi, in particolare il Piano 17, erano aggressivamente offensivi e prevedevano un’invasione immediata del territorio tedesco. La Francia non si è ritrovata in guerra per caso. Si era preparata, psicologicamente e militarmente, per 43 anni. E poi c’era la Gran Bretagna, la presunta paladina della neutralità belga. La Gran Bretagna viene solitamente dipinta come una nazione riluttante che entrò in guerra solo per difendere il diritto internazionale.
In realtà, la decisione inglese di entrare in guerra non riguardava principalmente il Belgio, bensì l’equilibrio di potere imperiale. Una vittoria tedesca su Francia e Russia avrebbe creato un’unica potenza dominante sul continente, avrebbe controllato i porti della Manica, avrebbe dominato il commercio europeo, e avrebbe avuto a propria disposizione una marina in grado di sfidare la supremazia britannica. La Gran Bretagna entrò in guerra perché un’Europa dominata dalla Germania era incompatibile con gli interessi imperiali e finanziari britannici. Sir Edward Grey, il Ministro degli Esteri britannico, lo aveva ben compreso, ma sapeva anche che l’opinione pubblica e il Parlamento britannici non avrebbero appoggiato una guerra combattuta apertamente per ragioni commerciali e imperialistiche. Il Belgio fornì la giustificazione morale di cui Grey aveva bisogno per coinvolgere nel conflitto un governo diviso, e un’opinione pubblica scettica. La violazione della neutralità belga fu reale e rappresentò un vero e proprio oltraggio, ma, nel freddo calcolo della geopolitica, si rivelò anche straordinariamente conveniente.
Ed ecco che arriviamo alla scomoda verità che le narrazioni convenzionali, siano esse mirate a incolpare solo la Germania, oppure cerchino di attribuire la colpa a tutti in egual misura, sono riuscite entrambe a oscurare. La Prima Guerra Mondiale non fu un incidente. Non fu un errore di valutazione. E non fu opera di un singolo criminale. Fu il prodotto di un sistema economico globale che per decenni aveva generato pressioni sempre più pericolose. La corsa alle colonie, la corsa agli armamenti, la competizione per i mercati e per le materie prime, l’intreccio tra finanza e politica estera, l’ascesa del capitalismo industriale e la sua insaziabile sete di crescita. Queste furono le forze che resero la guerra non solo possibile, ma anche inconsapevolmente motivata nella mente di molti degli uomini che presero le decisioni necessarie.
Lo storico Hans Ulrich Wehler, docente all’Università di Bielefeld in Germania, ha introdotto nuovi approcci provenienti dalle scienze sociali per comprendere questa dinamica. Sosteneva che la politica interna e le grandi potenze rappresentassero essenzialmente una lotta tra diversi gruppi economici e sociali, e che la politica estera fosse un’estensione di tali conflitti interni. Secondo l’analisi di Wehler, la politica estera aggressiva della Germania era motivata dalla necessità di gestire le tensioni interne tra la borghesia industriale in ascesa, l’aristocrazia agraria in declino, e la classe operaia che era sempre più inquieta. La guerra fungeva da valvola di sfogo, un modo per incanalare il malcontento interno verso l’esterno, e per unire una società frammentata contro un nemico comune. Questa situazione non era esclusiva della Germania. Ogni grande potenza europea si trovava ad affrontare pressioni interne simili.
La Gran Bretagna era alle prese con la questione irlandese, le agitazioni sindacali, e il movimento delle suffragette. La Francia era lacerata dall’affare Dreyfus e da profonde divisioni tra destra e sinistra. La Russia era ancora segnata dalla rivoluzione del 1905 e dal crescente potere dei suoi movimenti rivoluzionari. E si stava disintegrando sotto il peso della propria diversità etnica. In ciascuno di questi casi, c’erano voci autorevoli che sostenevano che la guerra avrebbe risolto tutti i problemi, che avrebbe forgiato l’unità nazionale e soppresso il dissenso. E dietro a tutto ciò, come sempre, c’era il denaro. C’erano i produttori di armi che traevano profitto da ogni escalation e c’erano i banchieri che finanziavano i prestiti che alimentavano le ricostruzioni militari. C’erano gli industriali che avevano bisogno di colonie per accedere alle materie prime e per conquistare nuovi mercati vincolati.
C’erano le compagnie ferroviarie che volevano collegare le miniere ai porti e che volevano convogliare al fronte i prodotti delle fabbriche. E infine c’erano le compagnie di assicurazione, le compagnie di navigazione, e i baroni dell’acciaio. Per essere precisi, la guerra non fu combattuta per loro, tuttavia fu combattuta nel mondo che loro avevano costruito, un mondo in cui la competizione economica tra le grandi potenze era intesa come un gioco a somma zero. Un mondo in cui il guadagno di una nazione corrispondeva alla perdita di un’altra, e in cui l’arbitro ultimo delle controversie economiche era la forza militare. Lo storico australiano Christopher Clark, nella sua opera fondamentale del 2012 intitolata “The Sleepwalkers” (I sonnambuli), cercò di spingersi completamente oltre il gioco delle colpe.
Clark sostenne che la guerra non fu causata da una singola nazione o da una sola decisione. Fu il prodotto di una cultura politica condivisa in cui gli statisti di tutta Europa presero decisioni basandosi su informazioni incomplete, incomprensioni reciproche, e catastrofici errori di valutazione. Erano, per usare l’evocativa espressione di Clarke, sonnambuli, che si dirigevano a tentoni verso l’abisso con gli occhi socchiusi. L’argomentazione di Clarke è convincente, ma è stata criticata per essersi spinta troppo oltre nella direzione opposta, per aver trasformato la guerra in qualcosa che è semplicemente accaduto, senza che nessuno ne fosse realmente responsabile. La storica tedesca Annika Manbauer ha sostenuto che l’impostazione di Clarke porta a una problematica relativizzazione della responsabilità, che oscura le decisioni consapevoli e deliberate prese a Berlino e Vienna di perseguire la guerra anziché la diplomazia. E questo ci porta a quella che credo sia la lezione più importante dell’intero dibattito.
La verità sulla Prima Guerra Mondiale non è una narrazione univoca e lineare. È stratificata, contraddittoria e profondamente scomoda. La Germania ha una responsabilità significativa per la guerra, più di qualsiasi altra singola potenza. Le prove a sostegno di ciò sono schiaccianti, ma la Germania non ha agito nel vuoto. Agì all’interno di un sistema globale che incentivava la competizione, premiava l’aggressione e faceva della guerra la logica conseguenza della politica economica. Gli uomini che presero quelle decisioni nell’estate del 1914 non si credevano irrazionali, e di certo non erano stupidi. Agivano secondo loro razionalmente all’interno di un sistema che si era costruito nel corso dei decenni, grazie all’interazione tra capitalismo industriale, competizione imperialista e politica delle grandi potenze.
La tragedia non sta nel fatto che fossero ciechi. La tragedia sta nel fatto che vedevano perfettamente cosa stavano facendo, e lo fecero comunque, perché aveva senso nella logica del sistema in cui vivevano. Quando le armi tacquero finalmente l’11 novembre 1918, il mondo che ne emerse era irriconoscibile. Quattro imperi, quello tedesco, austro-ungarico, russo e ottomano, erano stati distrutti. Quasi 20 milioni di persone erano morte, tra soldati e civili. Altri 21 milioni erano rimasti feriti. Il costo economico fu sbalorditivo. La sola Gran Bretagna spese circa 35 miliardi di dollari per la guerra, una somma che avrebbe richiesto decenni per essere ripagata, e che modificò radicalmente la posizione della Gran Bretagna nel sistema finanziario globale. La Francia perse circa il 10% della sua popolazione maschile attiva.
La Germania fu gravata da risarcimenti talmente onerosi che avrebbero avvelenato la politica europea per un’intera generazione, e che avrebbero contribuito a creare le condizioni per un conflitto ancora più devastante appena 20 anni dopo. E i produttori di armi se la cavarono molto bene. La Krupp sopravvisse. La Vickers sopravvisse. Le banche sopravvissero. I sistemi che avevano creato le condizioni per la guerra non furono smantellati. Furono semplicemente ristrutturati, riposizionati e lasciati liberi di creare la catastrofe successiva. La vera origine della Prima Guerra Mondiale non è la storia di un singolo proiettile a Sarajevo. Non è una storia di sistemi di alleanze e piani di mobilitazione. È una storia di ciò che accade quando la competizione economica tra le grandi potenze viene lasciata crescere senza freni, quando gli interessi del capitale diventano indistinguibili dagli interessi dello Stato, quando la macchina bellica diventa così redditizia che la pace si trasforma in nemica del progresso. È una storia che non si è conclusa nel 1918. È proseguita negli anni ’20 e ’30, durante la Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda, e continua ancora oggi in forme e teatri diversi, ma con la stessa logica di fondo.
La prossima volta che qualcuno vi dirà che la Prima Guerra Mondiale è iniziata con un assassinio a Sarajevo, ricordate questo. L’assassinio è stato reale. Le alleanze sono state reali. I piani di mobilitazione sono stati reali. Ma nessuna di queste cose spiega perché 65 milioni di uomini furono mobilitati per combattere una guerra che nessuno di loro voleva. Per capirlo, bisogna seguire il denaro. Bisogna guardare a chi ne ha tratto profitto, chi ha investito, chi ha costruito le armi, chi ha finanziato le ferrovie, chi si è spartito le colonie, e chi ha deciso che l’unico modo per risolvere la questione di chi avrebbe dominato il XX secolo fosse quello di annegare una generazione nel sangue. È qui che la maggior parte degli storici sbaglia. Non nel racconto dei fatti, bensì nel porre l’enfasi sugli aspetti marginali. Vi dicono cosa e come, ma raramente vi dicono perché. E il perché, come sempre, ci riporta al denaro.
Bene, Vi ho proposto questo video perché mi sembra un documentario fatto bene e in modo ragionato e completo soprattutto, che non cerca di dare la colpa a nessuno in particolare, ma al tempo stesso mette in evidenza le responsabilità dei singoli governi, dei singoli gruppi. Una cosa importante, tuttavia, da tenere a mente è che qualsiasi disastro di grande dimensione non è mai frutto di un errore, a volte ci vogliono raccontare che è successo così perché è stato un errore, mal comprensioni, errori di valutazione, tutto questo non esiste. Ci vuole qualcuno che in modo premeditato e continuativo organizzi il collasso o organizzi la crisi. Solo in quel momento può effettivamente verificarsi.
Inoltre, nel video si parla generalmente di governi. I governi sono un’entità teorica, il governo non esiste, è un concetto. I governi sono composto della persona e quindi all’interno di questi governi ci doveva essere qualcuno, qualche persona specifica che promoveva questa strategia alla portata avanti e questo valeva per tutti i governi coinvolti e non è necessariamente il personaggio più in vista, per esempio il Kaiser, di solito questi personaggi sono puramente l’espressione di pressioni che dicevano da altri, quindi sono altri protagonisti e quelli più importanti sono di solito poco evidenti e pochi conosciuti.
E poi gli altri, irresponsabili, seguono l’onda per conformismo, per stupidità, per interesse personale, per dogma, per una serie di motivi, ma non sono fondamentali nell’evolversi della situazione, diventano importanti perché creano la massa che poi trascina tutto il resto. Però ci vuole qualcuno o un gruppo ristretto di persone che effettivamente spinge in quella direzione in modo premeditato.
Vediamo tra l’altro che l’Unione Europea era già in progetto come estensione dell’impero tedesco all’epoca e poi alla fine è arrivata con la collaborazione altrimenti dei francesi e degli italiani. In ogni caso, come detto anche in precedenti video, se vogliamo identificare un regista politico globale della prima guerra mondiale, lo troviamo in Gran Bretagna ed è Sir Alfred Milner che è poi colui che ha posto le basi per l’attuale sistema globalista per l’intero impianto di formazione di leader che ancora oggi funziona a Londra e che popola appunto i governi più importanti, soprattutto negli Stati Uniti, che fin da allora erano diventati un obiettivo di riconquista da parte dei britannici. Vi ricordo che l’America, il popolo americano, non voleva entrare in guerra, ci fu portato da un presidente Woodrow Wilson che ha tradito il mandato che gli era stato dato dal popolo americano e che ha anche posto le basi, anche questa guerra potesse anche verificarsi, come vedremo in video successivi.
Quindi, se dobbiamo capire perché l’America ha preso determinate strade e ha seguito un determinato percorso, dobbiamo tornare a questo periodo, perché questo è il periodo in cui c’è stato il bivio, la grande deviazione rispetto al passato, una deviazione che andava contro la dottrina formativa degli Stati Uniti come nazione, la volontà della popolazione, gli interessi dell’economia americana e che servivano come bivio, serviva come evoluzione per consentire la guerra in Europa che altrimenti non poteva essere finanziata da esseri britannici e anche per consentire poi la seconda guerra e naturalmente se vogliamo porre fine a queste guerre bisogna andare a modificare le basi, le trappole che sono state poste in questo periodo. Mi auguro che sia stato interessante e vi rimando al prossimo video
Roberto Mazzoni