Abbiamo un altro video dedicato al Medio Oriente perché naturalmente la situazione si sta evolvendo molto rapidamente e questi video ci danno una base da cui partire storicamente per poi comprendere meglio quello che sta succedendo oggi. L’ultimo video che abbiamo pubblicato era sull’Iraq e sull’Iraq già vediamo ci sono dei cambiamenti sostanziali. Come vedrete tra poco vi mostrerò un brevissimo video. Gli americani hanno deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq di concerto con il governo iracheno. Il governo iracheno ha preso controllo sostanzialmente del territorio al 100% con le nuove forze di sicurezza e ha stilato un accordo con gli americani per una protezione a ombrello, ossia col loro ci fossero problemi gli americani possano intervenire a distanza.
Questo libera parecchie risorse statunitensi, avvia un percorso che secondo quello che sta circolando come cifre dovrebbe portare al ritiro di circa 50.000 truppe del Medio Oriente, truppe americane, e conclude un lungo ITER che era iniziato con la guerra del golfo, era proseguito con la guerra in Iraq e aveva portato a una destabilizzazione del governo iracheno. Oggi c’è un governo stabile, c’è un governo che è allineato con gli Stati Uniti ma è anche in buoni rapporti con i vicini, è un governo che non ha ambizioni di invadere nessun altro come nel caso di Saddam Hussein che aveva l’obiettivo di invadere almeno una parte della Kuwait, l’abbiamo visto, è una parte dell’Arabia Saudita e quindi è una zona sicuramente molto più stabile del passato.
La cosa importante in questo caso è che a differenza dell’Afghanistan dove il ritiro è stato disastroso qualche anno fa, qui il ritiro è stato concertato e tra l’altro questo ritiro anche disinnesca una componente importante legata all’Iran. l’Iran ha una serie di milizie proxy, milizie che combattono al Procura intorno all’area del Medio Oriente, una di queste era la forza di mobilitazione popolare che ha combattuto tra l’altro con gli americani contro ISIS e che rimane una forza importante in Iraq e che ha deciso tutto sommato di sganciarsi almeno quasi in toto da quelle che sono le battaglie in corso tra Stati Uniti e Iran, preoccuparsi soprattutto del problema iracheno, non contribuire al conflitto, distaccarsi dalla politica di Tehran e ora che gli americani se ne sono andati dal territorio non ha neanche motivo di protestare sulla presenza americana perché non c’è più.
Questo elimina un componente importante dell’architettura iraniana nell’area, direi forse uno dei più importanti, lascia alcuni componenti che sono ancora fuori controllo ma sono piccoli e sono facilmente gestibili, riduce anche il conflitto con i Kurdi che comunque hanno le loro preoccupazioni e dovranno integrarsi con la nuova situazione e in ogni caso mantiene i Stati Uniti in controllo di quello che è il flusso del denaro. Infatti il governo irakeno continua a vendere il petrolio depositando i soldi del petrolio irakeno presso la Federal Reserve di New York che li tiene in serbo per il governo medesimo e poi li distribuisce a seconda delle necessità evitando che finiscano nelle mani sbagliate e soprattutto garantendo una maggiore stabilità a livello internazionale dal punto di vista degli investitori per l’Iraq e quindi favorendo l’arrivo di nuovi capitali che possono investire sulla ricostruzione dell’Iraq medesimo. E ora vi propongo un breve video dove vediamo le forze di sicurezza irachene che sfilano in saluto degli americani che se ne vanno è in, diciamo, celebrazione il fatto che hanno preso il totale controllo della situazione. Ecco il video.
Bene, quindi vediamo che almeno una componente del problema mediorientale si sta risolvendo e se venite nella legione potrete scoprire meglio quello che sta succedendo e soprattutto potrete scoprire meglio quelle che sono le variazioni importanti nel sistema finanziario globale e come queste potranno impattare anche sull’Italia. Tra l’altro abbiamo aperto una sezione robusta che continuerà a crescere sull’intelligenza che direi è un tipo di area dove non potete essere assenti se non volete perdere il treno per il futuro. Quindi tornando al nostro discorso sul Medio Oriente vi propongo ora un video sul Kuwait che ci fa capire come mai il Kuwait abbia avuto comunque una vita piuttosto tribolata nei confronti dell’Iraq e comunque una posizione piuttosto delicata nel contesto medio orientale complessivo e come mai il Kuwait rimanga ancora oggi un protettorato sostanzialmente degli Stati Uniti, ossia dipenda dagli Stati Uniti per la propria protezione militare e dipenda agli Stati Uniti anche per la circolazione del proprio petrolio al di fuori del golfo di Hormuz.
Infatti sappiamo che il traffico del petrolio lungo il golfo o meglio lo stretto di Hormuz ha ripreso, siamo a circa metà di quello che era prima dell’inizio della guerra e tra i barili di petrolio che passano ci sono naturalmente quelli del Kuwait, oltre a quelli degli altri paesi vicini, in parte l’Arabia Saudita, in parte gli Emirati e l’Arabia Uniti e via di questo passo è naturalmente anche l’Iraq. Quindi vediamo la storia del Kuwait. Nel Kuwait si parla di Wahhabismo, che è un argomento che noi copriamo molto a fondo nella legione e che ha le basi e le origini di Al-Qaeda. Wahhabismo è un movimento estremista islamico, molti anni fa, molto prima che esistesse l’Arabia Saudita e che costituisce una delle basi fondamentali dell’Arabia Saudita. Infatti vediamo che oggi la crisi che l’Arabia Saudita sta attraversando come parte della crisi complessiva, del conflitto complessivo nel Medio Oriente, sta cambiando anche il ruolo dei Sauditi nei confronti del territorio e nei confronti degli Stati Uniti. E ora Ecco il video.
[Narratore]
Immaginate di svegliarvi una mattina e di scoprire che due terzi del vostro Paese non vi appartengono più. Non perché abbiate perso una guerra. Non perché il vostro popolo lo abbia votato. Ma perché due uomini, seduti in una tenda nel deserto, hanno tracciato una linea su una mappa con una matita rossa, e hanno consegnato la terra a qualcun altro. E voi non siete stati nemmeno invitati alla riunione. Non si tratta di uno scenario di fantasia tratto da un romanzo distopico. È successo davvero. Nel 1922, l’Impero britannico, autoproclamatosi architetto del Medio Oriente moderno, spogliò il Kuwait di circa due terzi del territorio che gli era stato riconosciuto come proprio, e lo cedette ad Abdulaziz ibn Saud, l’ambizioso guerriero del deserto che avrebbe poi fondato il regno dell’Arabia Saudita.
Il Kuwait non aveva alcun rappresentante al tavolo delle trattative. Il sovrano del Kuwait non fu nemmeno consultato. Gli fu semplicemente comunicato, a posteriori, che l’accordo era stato concluso e che avrebbe dovuto essere grato di avere ancora un territorio su cui regnare. L’uomo che tracciò la linea fu Sir Percy Cox, l’Alto Commissario britannico a Baghdad, e quando il sovrano kuwaitiano protestò, Cox gli rispose che la spada è più potente della penna, e che se non avessero concesso a Ibn Saud il territorio kuwaitiano, lui e il suo esercito, più numeroso di quello kuwaitiano, avrebbero semplicemente trovato un pretesto per impadronirsene comunque con la forza. Questa è la storia della Conferenza di Uqair, uno degli episodi più significativi e meno discussi della storia del Medio Oriente moderno.
È una storia di imperi, tradimenti, petrolio e dell’arroganza spregiudicata con cui uomini potenti si spartiscono le terre e le vite di persone che non avevano voce in capitolo sul proprio futuro. E le conseguenze di ciò che accadde in quella tenda nel deserto nel 1922 si fanno sentire ancora oggi. Per capire come la Gran Bretagna finì per cedere gran parte del territorio del Kuwait ai sauditi, bisogna prima comprendere l’aspetto del Medio Oriente prima che venissero tracciati i nuovi confini. Per secoli, la penisola arabica era stata dominata dall’Impero ottomano. Tuttavia, gli ottomani non avevano mai esercitato un controllo rigoroso sui deserti interni, sulle vaste e ardenti distese di sabbia e roccia dove le tribù beduine vagavano liberamente, seguendo antiche rotte di pascolo che non tenevano conto del concetto di confini nazionali.
I confini, nel senso europeo del termine, semplicemente non esistevano in questa parte del mondo. Quello che contava era la lealtà verso la tribù, il clan, la famiglia. Di conseguenza, il deserto non era una nazione, bensì era un paesaggio di lealtà mutevoli e migrazioni stagionali. Il Kuwait, situato all’estremità nord-occidentale del Golfo Persico, era una piccola ma strategicamente importante città portuale. La sua economia si basava sulla pesca delle perle, sul commercio marittimo, e sulla sua posizione che ne faceva la porta d’accesso tra l’interno dell’Arabia e le rotte marittime del Golfo.
La famiglia Al-Sabah governava il Kuwait dalla metà del XVIII secolo, attraverso un sistema relativamente informale in cui lo sceicco regnante gestiva gli affari esteri e la difesa, mentre le famiglie mercantili si occupavano del commercio. Era un sistema pragmatico, non appariscente, ma funzionale. Alla fine del XIX secolo, tuttavia, la geopolitica del Golfo stava cambiando rapidamente. L’Impero Ottomano era in declino. Lo chiamavano il “malato d’Europa”, perché stava perdendo progressivamente territorio e influenza nel suo vasto dominio. Al tempo stesso, le potenze imperiali europee, in particolare la Gran Bretagna, stavano estendendo la loro influenza nella regione del Golfo.
L’interesse primario della Gran Bretagna era di proteggere la rotta marittima verso l’India, il gioiello della corona dell’impero britannico, e garantire che nessuna potenza rivale, ottomana, tedesca o russa, riuscisse a mettere piede in una zona che potesse minacciare il dominio britannico su quelle vitali rotte di navigazione. Il Kuwait si trovava proprio al centro di questo calcolo strategico. Nel 1899, lo sceicco Mubarak al-Sabah, che aveva preso il potere dal fratello con un colpo di stato tre anni prima, firmò un accordo segreto con il governo britannico. In base ai termini di tale accordo, Mubarak cedette il controllo degli affari esteri del Kuwait alla Gran Bretagna. In cambio, la Gran Bretagna gli fornì protezione navale e un sussidio finanziario. Mubarak stava giocando una partita pericolosa.
Aveva bisogno dell’appoggio britannico per respingere le pressioni ottomane da nord e le minacce dei sovrani arabi rivali, ma firmando quell’accordo, di fatto trasformava il Kuwait in un protettorato britannico. Da quel momento in poi, il destino del Kuwait non era più interamente nelle mani del Kuwait. La Gran Bretagna ora aveva l’autorità legale, o per lo meno pretendeva di averla, per parlare a nome del Kuwait in qualsiasi negoziato internazionale. E quell’autorità si sarebbe rivelata devastante. Nel 1913, appena un anno prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna e l’Impero Ottomano avevano negoziato la Convenzione anglo-ottomana. Tale accordo aveva tentato di definire, per la prima volta, i confini territoriali del Kuwait.
In base ai termini della convenzione, il Kuwait fu riconosciuto come un sub-distretto autonomo dell’Impero Ottomano, e lo sceicco Mubarak fu riconosciuto come sovrano di un territorio che si estendeva per circa 80 chilometri in ogni direzione dalla città di Kuwait, una zona semicircolare che comprendeva una parte significativa del deserto circostante, incluse le coste che si estendevano a sud fino alla città portuale di Manifa. L’accordo prevedeva due zone: una zona interna rossa, dove lo sceicco esercitava piena autorità, e una zona esterna verde, dove esercitava influenza amministrativa sulle tribù. Si trattava di un territorio considerevole, e per un breve periodo, sembrò che i confini del Kuwait fossero finalmente definiti. Ma poi scoppiò la guerra e tutto cambiò.
Nel 1914, all’inizio della Prima Guerra Mondiale, l’Impero Ottomano si schierò con la Germania e gli Imperi Centrali. La Gran Bretagna, ora in guerra con gli Ottomani, invalidò immediatamente la Convenzione anglo-ottomana. L’accordo che aveva definito i confini del Kuwait fu semplicemente stracciato. E quando la guerra terminò nel 1918, con il crollo totale dell’Impero Ottomano, l’intero Medio Oriente piombò nel caos geopolitico. Gli Ottomani non c’erano più. Il loro impero veniva smembrato dalle potenze europee vincitrici. Gran Bretagna e Francia, attraverso meccanismi come l’accordo Sykes-Picot e il successivo sistema dei mandati, erano impegnate a tracciare nuovi confini nel Levante e in Mesopotamia, creando dal nulla nuove entità politiche come l’Iraq, la Transgiordania, la Siria, il Libano e la Palestina.
Questi confini furono tracciati da diplomatici europei secondo gli interessi dei capitali europei, spesso con scarsa considerazione per le realtà etniche, tribali o religiose sul territorio. La celebre immagine di Sir Mark Sykes che, con una matita grassa, traccia una linea approssimativa su una mappa del Medio Oriente è diventata un simbolo dell’imperialismo disinvolto che ha caratterizzato quell’epoca. Tuttavia, mentre la spartizione Sykes-Picot riceve la maggior parte dell’attenzione nei libri di storia, ciò che accadde nei deserti dell’Arabia orientale fu altrettanto significativo e molto meno conosciuto. In questo vuoto di potere si inserì una delle figure più formidabili della storia araba, Abdulaziz ibn Abdul Rahman al-Saud, noto al mondo occidentale semplicemente come Ibn Saud.
La storia di Ibn Saud è una delle più straordinarie vicende di ambizione politica e militare del XX secolo. Nel 1902, con solo una manciata di seguaci, a soli 24 anni, Ibn Saud aveva riconquistato Riad, sottraendola alla dinastia rivale dei Rashidi. Da quella piccola base, aveva trascorso due decenni ad espandere metodicamente il suo dominio nella penisola arabica, conquistando territorio dopo territorio e assorbendo tribù dopo tribù. La sua arma più potente erano gli Ikhwan, una temibile milizia a sfondo religioso composta da membri delle tribù beduine insediati in comunità agricole, e indottrinati con una visione wahhabita puritana dell’Islam. Gli Ikhwan erano combattenti fanatici e fornirono a Ibn Saud una forza militare che nessuno dei suoi rivali arabi poteva eguagliare.
Nel 1913, Ibn Saud aveva già conquistato la regione di Hassa, sulla costa del Golfo, l’ex provincia ottomana che confinava con il Kuwait a sud, e mise in chiaro di non riconoscere il confine tracciato dalla Convenzione anglo-ottomana per il Kuwait. Per quanto riguardava Ibn Saud, il territorio a sud della città di Kuwait City gli apparteneva. La tensione tra il Kuwait e il Najd, stato in espansione di Ibn Saud, aumentò drasticamente dopo la Prima Guerra Mondiale. Con la scomparsa dell’Impero Ottomano e il crollo del vecchio ordine, nulla più frenava le ambizioni territoriali di Ibn Saud. La guerra del Kuwait-Najd, una serie di violenti scontri di confine, scoppiò nel 1919 e continuò per tutto il 1920.
Gli Ikhwan attaccavano gli avamposti kuwaitiani, saccheggiavano le tribù alleate del Kuwait e si spingevano sempre più in profondità nel territorio del Kuwait che gli Ikhwan rivendicavano come proprio. Lo scontro più drammatico avvenne nell’ottobre del 1920 nella battaglia di Al Jahra. Una forza di circa 3.000 o 4.000 combattenti degli Ikhwan , guidata dal temibile comandante tribale Faisal al-Duwaish, avanzò verso la città di Kuwait da ovest. Gli Ikhwan si scontrarono con una forza kuwaitiana molto più piccola nel villaggio di Al-Jahra, appena a ovest della capitale. I kuwaitiani, in inferiorità numerica e di armamenti, si ritirarono nel Forte Rosso, una roccaforte di mattoni di fango dove opposero una disperata e mortale resistenza. Gli scontri furono feroci, con centinaia di morti da entrambe le parti.
Per un momento terrificante, sembrò che il Kuwait stesso potesse cadere e venire assorbito dal crescente impero di Ibn Saud. A salvare il Kuwait fu l’intervento britannico, garantito dal trattato di Mubarak del 1899. Quando la notizia dell’attacco degli Ikhwan giunse alle autorità britanniche, navi da guerra furono inviate nel Golfo, aerei furono dispiegati e veicoli blindati vennero inviati sul posto. Il messaggio a Ibn Saud era chiaro: attaccare il Kuwait significava attaccare l’Impero Britannico. Gli Ikhwan si ritirarono, ma la crisi era tutt’altro che finita. Ibn Saud non aveva alcuna intenzione di rinunciare alle sue rivendicazioni territoriali. Semplicemente cambiò tattica, imponendo un blocco commerciale punitivo al Kuwait che sarebbe durato 14 anni, dal 1923 al 1937. Il blocco strangolò l’economia del Kuwait.
I sauditi intercettavano le carovane commerciali del Kuwait. I mercanti, che per generazioni avevano commerciato con l’entroterra arabo, videro le loro radici recise. L’industria della pesca delle perle in Kuwait, già in difficoltà a causa dell’ascesa delle perle coltivate in Giappone, fu ulteriormente indebolita dalla perdita del commercio via terra. Il piccolo sceiccato stava lentamente soffocando. Fu in questo contesto di minacce militari, di guerra economica e di sconvolgimenti geopolitici che si svolse la Conferenza di Uqair. E per comprendere appieno il cinismo di ciò che accadde a Uqair, è necessario conoscere l’uomo che la orchestrò: Sir Percy Cox, uno dei funzionari britannici più potenti in Medio Oriente, un diplomatico e amministratore di carriera che aveva trascorso decenni nella regione del Golfo.
Cox aveva ricoperto la carica di rappresentante politico britannico nel Golfo Persico, poi quella di primo Alto Commissario dell’Iraq sotto controllo britannico. Conosceva intimamente la regione, i suoi governanti, le sue dinamiche tribali e la sua importanza strategica. Cox era anche l’uomo che aveva personalmente coltivato i rapporti tra la Gran Bretagna e Ibn Saud. Fu Cox a negoziare il Trattato di Darin nel 1915, che portò Ibn Saud nell’orbita britannica durante la Prima Guerra Mondiale, garantendo a Ibn Saud un sussidio britannico e il riconoscimento del suo regno in cambio della sua cooperazione contro gli Ottomani. Il rapporto tra Cox e Ibn Saud fu complesso, ma significativo. In seguito, Ibn Saud descrisse Cox come suo padre e sua madre, coloro che lo avevano creato e cresciuto dal nulla fino alla posizione che ricopriva.
Questo tipo di deferenza personale conferì a Cox un enorme potere contrattuale sul leader saudita, un potere che era pronto a usare. Lo scopo ufficiale della conferenza di Uqair era quello di risolvere la spinosa disputa di confine tra Iraq e il regno saudita del Najd. L’Iraq, ora territorio sotto mandato britannico con un re hashemita appena insediato, di nome Faisal, subiva continue incursioni da parte degli Ikhwan lungo il suo confine meridionale. Cox doveva fermare queste incursioni per stabilizzare l’Iraq, che rappresentava la risorsa strategica più importante della Gran Bretagna nella regione, ma la conferenza si estese rapidamente fino a comprendere anche i confini del Kuwait, sebbene la situazione di confine del Kuwait dovesse essere una questione secondaria.
La conferenza si tenne tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1922 nella piccola città portuale di Uqair, sulla costa del Golfo, in quello che allora era il territorio di Ibn Saud. Cox arrivò il 27 novembre con un seguito di funzionari britannici, tra cui il colonnello Harold Rirchard Patrick Dixon, che in seguito avrebbe fornito una vivida testimonianza oculare degli eventi. Ibn Saud si presentò di persona, accompagnato dai suoi consiglieri e dai capi tribali. L’Iraq era rappresentato dal suo Ministro delle Comunicazioni, Sabih Beg. Il Kuwait era invece rappresentato dal maggiore John Moore, l’agente politico britannico in Kuwait. Alla conferenza non partecipava nessun kuwaitiano, bensì lo sceiccato era rappresentato da un ufficiale britannico.
Il sovrano del Kuwait, lo sceicco Ahmad Al-Jaber Al-Sabah, non era stato invitato e non era presente. In base ai termini dell’Accordo di Protettorato del 1899, la Gran Bretagna aveva il diritto legale di rappresentare il Kuwait negli affari esteri. E così, la Gran Bretagna decise semplicemente di rappresentare il Kuwait senza consultare i kuwaitiani su ciò che desideravano. A detta di tutti, i negoziati furono estenuanti. Per cinque giorni, il rappresentante iracheno e Ibn Saud litigarono a lungo sul confine tra Iraq e Najd, rivendicando ciascuno vaste distese di territorio desertico. Nessuna delle due parti era disposta a cedere. Cox si sentì sempre più frustrato dalla situazione di stallo.
Secondo il resoconto del colonnello Dixon, diventato una delle descrizioni di prima mano più citate della conferenza, Cox alla fine perse la pazienza. Una sera, dopo che i negoziati si erano bloccati per l’ennesima volta, Cox convocò Ibn Saud nella sua tenda e lo rimproverò, come disse Dixon, come se fosse uno scolaretto indisciplinato. Il momento fu straordinario. Il più potente leader arabo della sua generazione, un uomo che comandava eserciti e governava vasti territori desertici, veniva sgridato da un funzionario britannico. E, secondo Dixon, Ibn Saud accusò il colpo in pieno. Quasi crollò e, con voce patetica, disse che Sir Percy era suo padre e sua madre, che lo aveva creato e cresciuto dal nulla, e che avrebbe ceduto metà del suo regno, anzi l’intero regno saudita, se Sir Percy glielo avesse ordinato.
Indipendentemente dal fatto che questo resoconto sia del tutto accurato oppure in qualche modo esagerato da Dixon, coglie comunque l’essenza delle dinamiche di potere della conferenza. La Gran Bretagna aveva il pieno controllo della situazione e dettava legge. Tutti gli altri negoziavano da una posizione di debolezza. Dopo aver rimproverato aspramente Ibn Saud, Cox prese in mano la situazione. Secondo il resoconto di Dixon, durante un’assemblea generale della conferenza, Sir Percy Cox prese una matita rossa e tracciò con molta attenzione una linea di confine sulla mappa dell’Arabia. Cox assegnò all’Iraq il territorio che Ibn Saud rivendicava a nord, dando all’Iraq un generoso confine meridionale. Ma per compensare Ibn Saud di questa perdita, Cox si rivolse al territorio del Kuwait.
Senza pietà, privò il Kuwait di due terzi del suo territorio e lo diede al regno del Najd. Secondo le parole di un ex funzionario britannico nel Golfo, la terra sottratta al Kuwait corrispondeva a una vasta porzione del territorio che era stato riconosciuto come parte dell’influenza amministrativa del Kuwait, nella Convenzione anglo-ottomana del 1913. Il confine fu tracciato come una serie di linee rette che partivano dalla confluenza del bacino del Wadi al-Awja con il bacino del Wadi al-Batin, procedendo verso est, e poi seguendo il vecchio semicerchio del 1913 verso sud fino alla costa. Tutto ciò che si trovava a sud di quelle linee, compreso il porto di Manifa, la seconda città più grande del Kuwait, era ora territorio di Ibn Saud.
Inoltre, venne creata una zona neutrale saudita-kuwaitiana, un’area a forma di diamante di circa 5.790 chilometri quadrati dove entrambi i Paesi avrebbero teoricamente condiviso i diritti, sebbene in pratica tale accordo avrebbe creato decenni di ulteriori complicazioni. Il risultato fu devastante per il Kuwait. Lo sceiccato si ridusse da un territorio che in origine si estendeva per circa 200 chilometri a sud di Kuwait City a una minuscola striscia costiera, una frazione di ciò che era stato in precedenza. Ma Ibn Saud non era ancora del tutto soddisfatto. Secondo alcune fonti, Ibn Saud avrebbe detto a Cox: “Mi hai privato di metà del mio regno, meglio che ti prenda tutto e mi lasci andare in pensione”. Ma quasi certamente si trattava di una dichiarazione di facciata. Ibn Saud aveva ottenuto un accordo straordinario.
Senza sparare un solo colpo, aveva acquisito vasti territori, comprese terre che erano state riconosciute a livello internazionale come kuwaitiane per quasi un decennio. L’unica concessione che aveva dovuto fare era l’impegno a rispettare i nuovi confini. Un impegno che, come avrebbero dimostrato gli eventi successivi, non sempre mantenne. Quando lo sceicco Ahmad Al-Jaber Al-Sabah venne a sapere dell’accaduto, divenne comprensibilmente furioso. Aveva perso la maggior parte del suo territorio in un accordo negoziato proprio dalla potenza che avrebbe dovuto proteggerlo. La risposta di Cox, di fronte all’ira del sovrano kuwaitiano, fu di una sconcertante sfrontatezza imperiale.
Cox disse ad Ahmad che il nuovo accordo in realtà proteggeva il Kuwait da possibili future rivendicazioni di Ibn Saud, sostenendo in sostanza che, concedendo ora a Ibn Saud gran parte di ciò che desiderava, il Kuwait veniva protetto da perdite ancora peggiori in futuro. Per dirla senza mezzi termini, si trattava della logica tipica di un racket di protezione mafioso. Era come dire “Consegna al bullo i soldi che hai in tasca in questo momento, altrimenti il bullo te li prenderà e ti picchierà più tardi.” E furono proprio gli inglesi a togliere i soldi dalla tasca dello sceicco del Kuwait, per consegnarli nelle mani di Ibn Saud, senza il consenso del Kuwait. Le conseguenze della Conferenza di Uqair furono drammatiche per il Kuwait.
Anche dopo la definizione dei confini, Ibn Saud continuò la sua guerra economica contro lo sceiccato. Il blocco commerciale, iniziato prima della conferenza, si intensificò in seguito. I mercanti kuwaitiani, che per generazioni avevano fatto da intermediari nel commercio terrestre tra l’interno arabo e i porti del Golfo, videro i loro mezzi di sussistenza distrutti. Le carovane che un tempo attraversavano il territorio kuwaitiano venivano ora deviate attraverso le terre controllate dall’Arabia Saudita. L’industria delle perle, già in declino, crollò ulteriormente. All’inizio degli anni ’30, il Kuwait stava vivendo nella povertà più nera.
L’esploratrice e scrittrice italo-britannica Freya Stark, che visitò il Kuwait nel 1937, scrisse di come la povertà si fosse insediata in modo più pesante rispetto a quanto aveva osservato nella sua precedente visita, notando che sia il mare, dove il commercio delle perle continuava a declinare, sia la terra, dove il blocco stabilito dall’Arabia Saudita ora danneggiava i mercanti, erano fonte di una miseria sempre più profonda. Alcune famiglie di mercanti lasciarono semplicemente il Kuwait, cercando fortuna altrove nel Golfo. Fu uno dei periodi più bui della storia del Kuwait, reso significativamente peggiore dalla decisione imposta al Kuwait a Uqair. Ora, per essere onesti, gli inglesi avevano le loro ragioni per fare ciò che fecero, anche se tali ragioni erano del tutto egoistiche.
La principale preoccupazione strategica della Gran Bretagna all’inizio degli anni ’20 era la stabilità dell’Iraq. La Gran Bretagna aveva investito enormi risorse per istituire il Mandato iracheno, insediare re Faisal sul trono e assicurarsi l’accesso ai giacimenti petroliferi di Mosul e Kirkuk. Le incursioni degli Ikhwan stavano destabilizzando il confine meridionale dell’Iraq e rappresentavano una minaccia diretta a tali interessi. Cox doveva pacificare Ibn Saud e la cessione del territorio kuwaitiano era, dal punto di vista britannico, il modo più economico e semplice per farlo. Il Kuwait era piccolo, debole e completamente dipendente dalla protezione britannica.
Non aveva un esercito in grado di difendersi dagli Ikhwan, non aveva nessun alleato internazionale al di fuori della Gran Bretagna, e non disponeva di nessuna leva economica o finanziaria. In sostanza, nella fredda logica della strategia imperiale, era sacrificabile. Bisogna anche riconoscere che Ibn Saud era la potenza emergente nella penisola arabica, e che mantenere un rapporto di collaborazione con lui era essenziale per gli interessi britannici nella regione. Il sussidio che la Gran Bretagna versava a Ibn Saud, che corrispondeva a circa 60.000 sterline in monete d’oro all’anno, era uno strumento chiave per mantenere la collaborazione del leader saudita. Ma i sussidi da soli non bastavano. Ibn Saud aveva bisogno di nuove terre e l’entroterra del Kuwait era il territorio più conveniente da offrire.
Esiste anche una spiegazione più profonda e strutturale per quanto accaduto a Uqair, e che mostra il modo in cui gli inglesi, o meglio i gestori dell’Impero Britannico, comprendevano e amministravano il Medio Oriente. I confini tracciati dagli inglesi attraverso la penisola arabica non erano stati concepiti per riflettere la realtà sul campo, bensì per servire gli interessi britannici. Di conseguenza, l’accordo Sykes-Picot, la Conferenza del Cairo del 1921, i vari mandati e il Protocollo di Uqair facevano tutti parte dello stesso progetto: la costruzione di un ordine politico che consentisse alla Gran Bretagna di mantenere la propria posizione strategica nella regione, al minor costo possibile.
Le popolazioni che effettivamente abitavano quei territori, le tribù beduine che avevano vagato per quei deserti per secoli, le famiglie di mercanti che avevano costruito reti commerciali attraverso il Golfo, le dinastie regnanti che avevano governato le loro comunità per generazioni, erano, nella migliore delle ipotesi, figure marginali. I loro interessi erano subordinati ai grandi calcoli strategici dei pianificatori imperiali che sedevano nei loro uffici a Londra e Baghdad. Il Kuwait fu semplicemente una vittima di questo processo, un piccolo pezzo su una scacchiera molto grande, sacrificato per mantenere in gioco un pezzo più grande. Ma le conseguenze di Uqair si estesero ben oltre l’immediata perdita di territorio. La conferenza stabilì un precedente che avrebbe perseguitato la regione per il resto del XX secolo e oltre.
Dimostrò che i confini in Medio Oriente non erano espressioni organiche di identità nazionali o di sovranità tribali. Erano linee tracciate da potenze straniere per scopi stranieri, e potevano essere ridisegnate ogni volta che tali scopi cambiavano. Questa fondamentale instabilità avrebbe alimentato un conflitto dopo l’altro nei decenni a venire. Quando Saddam Hussein invase il Kuwait nel 1990, una delle giustificazioni addotte fu l’affermazione che il Kuwait fosse storicamente parte dell’Iraq, una rivendicazione che si rifaceva direttamente alla complessa storia dei confini tracciati e ridisegnati dagli inglesi in conferenze come quella di Uqair. L’esistenza stessa del Kuwait come piccolo stato indipendente e favolosamente ricco di petrolio, stretto tra due vicini molto più grandi, era il prodotto delle decisioni imperiali britanniche.
E questo rendeva il Kuwait perennemente vulnerabile alle ambizioni di tali vicini. L’ironia, naturalmente, è che il territorio ceduto dalla Gran Bretagna durante la conferenza di Uqair si rivelò essere sede di alcune delle più grandi riserve petrolifere del mondo. Quando il petrolio fu scoperto per la prima volta in quantità commerciali in Kuwait nel 1938, appena 16 anni dopo la Conferenza di Uqair, divenne chiaro che la posta in gioco delle decisioni sui confini prese in quella tenda nel deserto era molto più alta di quanto chiunque avesse immaginato. La zona neutrale saudita-kuwaitiana, quell’ambiguo territorio a forma di diamante creato ad Uqair come compromesso, si rivelò contenere enormi riserve petrolifere.
Il Kuwait e l’Arabia Saudita si accordarono infine per dividere la zona neutrale e spartirsi equamente i proventi del petrolio, raggiungendo un’intesa nel 1969, ma l’accordo fu funestato da controversie per decenni. Anche il territorio che Cox cedette a Ibn Saud conteneva importanti giacimenti petroliferi, che avrebbero potuto appartenere al Kuwait se il confine fosse stato tracciato diversamente. Naturalmente, nessuno alla Conferenza di Uqair del 1922 sapeva del petrolio. La conferenza verteva sulla pacificazione delle incursioni tribali e sulla stabilizzazione dei confini imperiali, non sul controllo delle risorse petrolifere. Ma il fatto che il territorio in questione si sia rivelato valere miliardi di dollari in entrate petrolifere rende l’ingiustizia della decisione della Conferenza di Uqair ancora più amara nella memoria kuwaitiana.
Ma ciò che rende tale conferenza particolarmente istruttiva, al di là delle sue immediate conseguenze per il Kuwait, è ciò che rivela sulla natura del potere imperiale, e sul modo in cui tale potere plasma il mondo in cui viviamo oggi. I confini del Medio Oriente moderno non sono stati creati dalle popolazioni che vi abitano. Sono stati imposti dall’esterno da potenze con i propri obiettivi e interessi, e da allora quei confini sono stati fonte di conflitto, risentimento e instabilità. La Conferenza di Uqair è solo un esempio di questo schema più ampio, ma è un esempio particolarmente vivido per la brutalità con cui sono emerse le dinamiche di potere. Un funzionario britannico, seduto in una tenda, tracciò una linea su una cartina geografica e alterò radicalmente la geografia politica della penisola arabica.
Le persone più colpite da questa decisione non ebbero voce in capitolo. Non furono consultate, non furono rappresentate, né tantomeno informate fino a dopo l’accaduto. E non fu solo il Kuwait a subire le conseguenze di questo tipo di definizione dei confini da parte dell’Impero. L’intera penisola arabica fu plasmata da decisioni britanniche che privilegiarono la convenienza strategica rispetto alla giustizia o all’autodeterminazione. Il Trattato di Darin del 1915, la Corrispondenza tra Hussein e McMahon, la Dichiarazione Balfour del 1917, la Conferenza di San Remo del 1920, la Conferenza del Cairo del 1921, e il Protocollo di Uqair del 1922 facevano tutti parte dello stesso progetto: la costruzione di un ordine post-ottomano che servisse prima gli interessi britannici, e poi tutto il resto.
Le promesse fatte dalla Gran Bretagna ai vari leader arabi, che erano promesse di indipendenza, di cessione del territorio, e di sovranità, venivano sistematicamente infrante o modificate ogni volta che entravano in conflitto con i calcoli strategici britannici. Allo Sharif Hussein della Mecca fu promesso un regno arabo in cambio della sua rivolta contro gli Ottomani. Invece, ottenne la spartizione del territorio prevista dall’accordo Sykes-Picot, e alla fine perse il suo stesso regno a favore di Ibn Saud che era stato preferito dai britannici. Ai palestinesi fu promesso che i loro interessi sarebbero stati presi in considerazione nella Dichiarazione Balfour. Invece, ottennero il mandato britannico e l’inizio di un conflitto che continua ancora oggi.
E ai kuwaitiani fu promessa la protezione britannica e il riconoscimento della loro integrità territoriale. Invece, ottennero il patto di Uqair. Il rapporto tra la Gran Bretagna e Ibn Saud è particolarmente rivelatore in questo contesto. La Gran Bretagna aveva coltivato un rapporto con Ibn Saud quale alleato strategico durante la Prima Guerra Mondiale, fornendogli sussidi finanziari e riconoscimento diplomatico in cambio della sua cooperazione contro gli Ottomani. Ma il rapporto fu sempre transazionale. La Gran Bretagna sostenne Ibn Saud quando ciò serviva ai suoi interessi e limitò la sua libertà di movimento quando i calcoli cambiavano. La Conferenza di Uqair costituisce un perfetto esempio di tale dinamica.
Cox concesse a Ibn Saud un enorme vantaggio territoriale a spese del Kuwait, ma impose anche limiti alla sua espansione verso nord per proteggere l’Iraq. Il messaggio era chiaro: puoi avere ciò che noi scegliamo di darti, e niente di più. Ibn Saud lo capì perfettamente. Accettò quello che gli veniva dato, attese il momento opportuno e continuò ad espandere il suo dominio in altre direzioni. Nel 1932, aveva unificato gran parte della penisola arabica sotto il suo governo e aveva proclamato il Regno dell’Arabia Saudita. Il territorio che aveva acquisito a Uqair era ormai parte integrante del suo nuovo regno. Gli inglesi usarono anche il loro rapporto con Ibn Saud per mettere i diversi sovrani arabi gli uni contro gli altri. Misero in atto una classica strategia imperiale del “divide et impera”.
Concedendo a Ibn Saud territori del Kuwait e allo stesso tempo sostenendo i re hashemiti dell’Iraq e della Transgiordania, gli inglesi si assicurarono che nessun singolo leader arabo potesse diventare abbastanza potente da sfidare il dominio britannico sulla regione. Ogni sovrano dipendeva in qualche misura dal sostegno britannico, e ognuno sapeva che la Gran Bretagna avrebbe potuto ritirare tale sostegno in qualsiasi momento. Era un sistema progettato per mantenere la regione frammentata e sottomessa, e funzionò straordinariamente bene per diversi decenni. Ma seminò anche i semi di un risentimento profondo e duraturo. Un risentimento che avrebbe poi contribuito ad alimentare i movimenti anticoloniali della metà del XX secolo e le complesse, e spesso violente, dinamiche politiche del Medio Oriente moderno.
C’è anche una dimensione personale nella storia di Uqair che merita di essere approfondita. Lo sceicco Ahmad al-Jaber al-Sabah, il sovrano del Kuwait escluso dalla conferenza, si trovava in una posizione impossibile. Era un sovrano relativamente giovane e inesperto che aveva ereditato uno sceiccato sotto assedio. Il suo predecessore, lo sceicco Salim, era morto nel 1921, appena un anno dopo la battaglia di Jarrah, sfinito dalle pressioni del conflitto tra Kuwait e Najd. Ahmad si trovò a dover gestire le conseguenze, praticamente senza alcun potere contrattuale. Il Kuwait era un protettorato britannico, il che significava che la Gran Bretagna ne controllava gli affari esteri. Ahmad non poteva negoziare direttamente con Ibn Saud, nemmeno volendo. Non poteva cercare alleanze con altre potenze.
Non poteva costruire una forza militare indipendente. Era completamente soggiogato alla benevolenza britannica, e a Uqair, tale benevolenza si rivelò inutile. Quando Ahmad scrisse all’agente politico britannico, il maggiore John Moore, nell’aprile del 1923, chiedendo semplicemente di sapere quale fosse il nuovo confine tra Iraq e Kuwait, la drammaticità della richiesta era palpabile. Il sovrano di uno sceiccato sovrano non sapeva nemmeno dove fossero i confini del suo regno, perché erano stati decisi da qualcun altro in una riunione a cui non gli era stato permesso di partecipare. Le conseguenze a lungo termine del Protocollo di Uqair sono complesse e tuttora in corso di sviluppo. Da un certo punto di vista, il protocollo ha raggiunto il suo obiettivo immediato.
Ha stabilito confini che, per quanto ingiusti, erano quantomeno chiari, e ha ridotto, pur non eliminando del tutto, le tensioni transfrontaliere che stavano destabilizzando la regione. Il confine tra Arabia Saudita e Kuwait è rimasto straordinariamente stabile dal 1922 in avanti, nonostante gli enormi cambiamenti che hanno interessato la regione. Il Kuwait è sopravvissuto come stato indipendente, è diventato favolosamente ricco grazie alle entrate petrolifere, e ha mantenuto la sua sovranità persino di fronte all’invasione di Saddam Hussein nel 1990. In questo senso ristretto, l’argomentazione di Cox secondo cui l’accordo di Uqair avrebbe protetto il Kuwait da esiti peggiori ha una certa validità.
Ma a un livello più profondo, il protocollo di Uqair ha consolidato un modello di interferenza esterna negli affari degli stati del Golfo che non è mai completamente scomparso. L’idea che potenti attori esterni possano ridisegnare la mappa politica del Medio Oriente per i propri interessi, che la sovranità e l’integrità territoriale dei piccoli Stati siano negoziabili quando entrano in conflitto con i calcoli strategici delle grandi potenze, è un retaggio che continua a plasmare la politica della regione. La politica estera del Kuwait, la sua enfasi sul diritto internazionale, la sua dipendenza da istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, e la sua coltivazione di relazioni con diverse grandi potenze possono essere comprese in parte come una risposta all’esperienza della Conferenza di Uqair.
Il Kuwait ha imparato a sue spese che affidarsi a un unico protettore per la propria sicurezza è una strategia pericolosa, e questa lezione ha influenzato la sua diplomazia da allora. La Conferenza di Uqair ci ricorda anche come la storia venga scritta dai potenti. Nelle ricostruzioni britanniche e occidentali degli equilibri postbellici in Medio Oriente, l’attenzione si concentra solitamente sulla creazione dell’Iraq, sul mandato britannico per la Palestina, e sull’istituzione dei mandati francesi in Siria e Libano. Le decisioni sui confini che hanno interessato la penisola arabica, incluso il Protocollo di Uqair, sono trattate come note a piè di pagina, come piccoli aggiustamenti amministrativi in un grande progetto imperiale. Ma per il popolo del Kuwait, la questione di Uqair non era una semplice nota a piè di pagina.
Rappresentava un trauma fondamentale, un momento in cui il loro territorio veniva arbitrariamente sottratto da una potenza straniera che avrebbe dovuto proteggerli. La perdita di due terzi del territorio che rivendicavano ha plasmato l’identità nazionale del Kuwait. La sua politica, la sua politica estera e le sue relazioni con i Paesi vicini per il secolo successivo. E forse l’aspetto più inquietante di questa storia è la sua ordinarietà. Il patto di Uqair non fu il risultato di uno scontro drammatico o di una battaglia storica. Fu una decisione burocratica presa da una manciata di uomini in una tenda, con una matita rossa e una mappa. La disinvoltura con cui tale decisione fu presa, la pura banalità amministrativa del ridisegnare i confini delle nazioni, è ciò che la rende così inquietante.
Suggerisce che il destino di interi popoli possa essere deciso non in momenti di grande drammaticità, ma in momenti di grande indifferenza, da uomini che cercano semplicemente di risolvere un problema logistico, e di passare al punto successivo della loro agenda. Quando si allarga lo sguardo e si osserva il quadro completo di ciò che la Gran Bretagna fece in Medio Oriente all’inizio del XX secolo, emerge uno schema tanto chiaro quanto inquietante. L’Impero britannico non costruì il Medio Oriente moderno a beneficio delle popolazioni che vi abitavano. Costruì il Medio Oriente moderno a beneficio dell’Impero Britannico.
I confini, gli assetti politici, le alleanze e i tradimenti erano tutti al servizio di un singolo obiettivo: mantenere il dominio strategico britannico al minor costo possibile. Il Kuwait, con la sua piccola popolazione, la sua limitata potenza militare, e la sua totale dipendenza dalla protezione britannica, era la vittima perfetta di questo calcolo. Poteva essere sacrificato senza conseguenze, per lo meno senza conseguenze che interessassero Londra. Eppure, nonostante tutto, il Kuwait è sopravvissuto. Il piccolo impero sorto a Uqair è sopravvissuto al blocco saudita, alla Grande Depressione, al crollo dell’industria delle perle ed è emerso, dopo la scoperta del petrolio, come una delle nazioni più ricche al mondo in termini di reddito pro capite.
È sopravvissuto all’invasione di Saddam Hussein nel 1990, liberato da una coalizione internazionale che includeva alcune delle stesse potenze occidentali che un tempo avevano trattato la sua sovranità con tanta noncuranza. Oggi il Kuwait è uno stato prospero e indipendente con una notevole influenza negli affari regionali e internazionali. Ma il ricordo di Uqair non si è mai affievolito. Rimane un monito su ciò che può accadere quando le nazioni potenti trattano le nazioni più piccole come pedine su una scacchiera, quando i confini vengono tracciati senza il consenso delle popolazioni che devono viverci dentro, e quando le promesse dei protettori si rivelano meno preziose della carta su cui sono scritte.
Quindi, la prossima volta che guarderete una mappa del Medio Oriente e vi chiederete perché i confini abbiano quell’aspetto, perché sembrino seguire linee rette attraverso un deserto vuoto piuttosto che le curve dei fiumi oppure i profili delle montagne, ricordate la Conferenza di Uqair, ricordate che quelle linee furono tracciate da uomini che non avevano mai vissuto in quel deserto, che avevano i propri obiettivi e i propri interessi, e che erano disposti a cedere la terra di altri per risolvere i propri problemi. Ricordate che il Kuwait non fu nemmeno invitato alla riunione in cui fu deciso il suo destino. E ricordate che le conseguenze di quelle decisioni prese oltre un secolo fa in una tenda sulla costa del Golfo Persico continuano a plasmare il mondo in cui viviamo oggi.
Bene, quindi abbiamo capito che nessuna delle nazioni che oggi esistono in Medio Oriente, con la sola eccezione dell’Iran, esisteva prima della fine della Prima Guerra Mondiale. Quindi sono tutte nazioni create molto di recente che non hanno un profilo storico, non hanno un’unità popolare concreta, il caso di Iraq è emblematico, e anche normale che queste nazioni attraversino periodi di conflitti interni, guerre civili, se non c’è una forza esterna che tiene insieme le cose. Sono state costruite in modo arbitrario, come abbiamo visto, e sono frutto di negoziazioni prevalentemente gestite dai Britannici, in parte anche dei francesi, ma soprattutto dai Britannici.
Il modello di collaborazione della Gran Bretagna con il Kuwait, con l’Arabia Saudita è lo stesso poi che si è sviluppato nei confronti degli Stati Uniti che in qualche modo hanno dovuto ereditare l’impostazione britannica del golfo ma che ora lo stanno modificando. Un’altra cosa importante appunto da capire è che questo modello sta cambiando e il problema fondamentale è che ci deve essere volontà interna da parte di singoli governi di trovare un nuovo percorso e che sia un percorso che possono sostenere. Nel video si parla delle posizioni negoziali degli arabi nei confronti dei britannici, è vero che i britannici hanno giocato sporco ma è anche vero che tutti gli arabi coinvolti chiedevano molto di più di quello che sapevano di poter ottenere.
Quindi è stata una vicenda di contrattazione classica che ha prodotto una situazione estremamente instabile che ha poi portato a un’instabilità perenne, soprattutto all’interesse di chi aveva costruito questo progetto che erano i britannici, britannici che poi si sono ritirati completamente dall’area senza prendersi nessuna responsabilità per quello che vanno costruito lasciando il problema agli americani. Quindi oggi quello che vediamo è un riassetto completo di questa situazione e una trasformazione molto profonda che se volete capire meglio potete naturalmente venire nella ragione.
Roberto Mazzoni