Questo è un video storico che ho trovato molto interessante e che voglio condividere con voi, anche perché ci aiuta a comprendere meglio la situazione odierna in Medio Oriente. Si racconta la storia di due funzionari di medio livello che hanno cambiato il mondo e gettato le basi per le guerre che hanno causato la morte di milioni di persone. In questo video si parla di Downing Street, sede del governo britannico, e del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), un’organizzazione politico-militare curda nata alla fine degli anni ’70 e attiva soprattutto nel sud-est della Turchia.
Si parla anche della Lega Araba, un’organizzazione regionale degli Stati arabi fondata al Cairo il 22 marzo 1945. Si parla anche dell’Unione Africana, un’organizzazione continentale composta da 55 Stati africani, fondata nel 2002. Si parla anche della Cilicia, una regione storica dell’Anatolia sudorientale, corrispondente all’odierna Turchia, compresa tra i monti Tauro e il Mar Mediterraneo.
Si parla anche della linea di discendenza hashemita, che indica la discendenza della famiglia di Hashim ibn Abd Manaf, antenato del profeta Maometto. In senso moderno, il termine indica più generalmente la dinastia hashemita, ovvero la casa reale che ha governato e governa tuttora la Giordania e che in passato ha regnato in Iraq e nell’area dell’Ira, che corrisponde all’odierna Arabia Saudita.
Si parla poi dell’evoluzione dei Giovani Turchi, una rivoluzione organizzata da un movimento politico riformista turco che cercava di salvare il salvabile prima che l’Impero Ottomano collassasse del tutto e che ha dato vita a un gigantesco eccidio degli armeni, uccidendo un milione di persone o più. E che ha dato vita a un gigantesco eccidio degli armeni, uccidendo un milione di persone o forse anche di più. E ora vi propongo il video.
[Narratore]
Nel 2014, un gruppo militante autoproclamatosi Stato Islamico ha diffuso un video di propaganda che ha sconvolto il mondo. Nel video, un bulldozer si faceva strada attraverso un terrapieno di sabbia nel deserto piatto e arido tra Iraq e Siria. Mentre la macchina smuoveva la terra, cancellando il cippo di confine che separava le due nazioni, una voce narrante si rivolgeva direttamente alla telecamera e diceva: “Questo non è il primo confine che abbatteremo”. E poi la telecamera si fissava su un piccolo cartello. Sul cartello si leggeva: la fine dell’accordo Sykes-Picot.
Ora, a prescindere da cosa si pensi di quel gruppo e della loro orribile campagna di violenza, essi avevano capito qualcosa che alla maggior parte delle persone in Occidente non è mai stato insegnato. Avevano compreso che i confini del Medio Oriente moderno non erano stati tracciati dalle persone che ci vivevano, bensì erano stati disegnati a caso, con una matita, su una cartina, da due diplomatici europei che si erano riuniti in segreto, nel corso di una guerra. E quelle linee, tracciate quasi casualmente attraverso il deserto arabo, le montagne del Kurdistan e le valli fluviali della Mesopotamia, sono diventate le linee di faglia di praticamente ogni grande conflitto che la regione ha subìto per oltre un secolo.
Questa è la storia dell’accordo Sykes-Picot. È la storia di come due uomini, uno britannico e uno francese, si sedettero in una stanza nel 1916, e si spartirono un impero che aveva governato il Medio Oriente per 400 anni. Lo fecero senza consultare un solo arabo, un solo curdo, un solo druso, un solo assiro, o chiunque altro vivesse davvero su quelle terre. E le conseguenze delle loro azioni continuano a riaffiorare nelle prime pagine dei giornali ancora oggi. Per capire perché due diplomatici di medio livello finirono per ridisegnare la mappa del mondo conosciuto, bisogna comprendere cosa stava accadendo nel 1915.
In tutta Europa infuriava la Prima Guerra Mondiale. Milioni di giovani morivano nelle trincee di Francia e Belgio in una situazione di stallo che sembrava senza fine. Ma la guerra non si era fermata in Europa. L’Impero Ottomano, che per secoli aveva dominato il mondo arabo, gran parte del Nord Africa, e ampie zone dell’Europa sud-orientale, era entrato in guerra a fianco della Germania e degli Imperi Centrali nel novembre del 1914. Era stato un evento epocale perché l’Impero Ottomano era davvero immenso.
Al suo apice, si estendeva dalle porte di Vienna fino alle coste dello Yemen, e dall’Algeria fino al Golfo Persico. Nel 1914, era ormai indebolito e gli europei lo chiamavano da decenni il “malato d’Europa”, ma era pur sempre vasto e pericoloso, e il suo ingresso in guerra aveva aperto nuovi fronti che avevano messo a dura prova le risorse britanniche e francesi. In particolare, la Gran Bretagna nutriva profonde ansie strategiche. Il Canale di Suez, che collegava il Mediterraneo al Mar Rosso e da lì portava fino all’India, attraversava l’Egitto che era sotto il controllo ottomano. L’India era il possedimento coloniale più prezioso della Gran Bretagna, il gioiello della corona, e qualsiasi minaccia alla rotta che collegava Londra a Delhi veniva considerata una crisi esistenziale. Se gli Ottomani fossero riusciti a recidere quella linfa vitale, l’intera architettura imperiale britannica sarebbe stata in pericolo.
Così, mentre le trincee francesi monopolizzavano i titoli dei giornali, la vera partita a scacchi, quella che avrebbe rimodellato il mondo per un secolo, si stava svolgendo tra i deserti, le montagne e i corsi d’acqua del Medio Oriente. E ogni grande potenza europea voleva una fetta della carcassa ottomana prima ancora che fosse completamente morta. I francesi avevano le loro ossessioni. Per secoli, la Francia aveva coltivato profondi legami con le comunità cristiane del Levante, in particolare con i cristiani maroniti dell’odierno Libano. Missionari, educatori e mercanti francesi avevano costruito una vasta rete di influenza nelle città costiere di Beirut, Sidone e Tripoli.
La Francia si considerava protettrice di tali comunità, e per estensione, considerava l’intera costa orientale del Mediterraneo come la sua naturale sfera d’influenza. Allo scoppio della guerra, gli strateghi francesi iniziarono immediatamente a pianificare un futuro post-ottomano in cui la Francia avrebbe controllato quella che definivano una Siria integrata, un vasto territorio che si estendeva dal confine turco a nord, fino alla penisola del Sinai a sud, e dalla costa mediterranea fino all’entroterra, includendo le antiche città di Damasco, Aleppo, Homs e Hama. Avevano inoltre messo gli occhi su Mosul, nell’attuale Iraq settentrionale perché, già nel 1915, voci di ingenti giacimenti petroliferi in Mesopotamia circolavano nei corridoi del potere europei. Anche la Russia aveva le sue ambizioni.
Lo zar voleva Costantinopoli, l’antica capitale dell’Impero bizantino, e il controllo degli stretti turchi, del Bosforo e dei Dardanelli, che avrebbero dato alla Marina russa accesso per la prima volta alle calde acque del Mediterraneo. Nel marzo del 1915, Gran Bretagna e Francia avevano già segretamente concordato di cedere Costantinopoli alla Russia in cambio del sostegno russo alle proprie rivendicazioni in altri territori ottomani. Questo fu l’accordo di Costantinopoli, il primo di una serie di accordi segreti in tempo di guerra che avrebbero complessivamente segnato il destino del Medio Oriente.
Anche all’Italia fu promessa la sua parte del bottino, in particolare le erano state destinate parti dell’Anatolia meridionale, che fa parte dell’odierna Turchia, in cambio dell’ingresso in guerra a fianco degli Alleati. Quindi, verso la metà del 1915, le grandi potenze europee non stavano semplicemente combattendo una guerra. Stavano conducendo una colossale trattativa immobiliare sul corpo di un impero morente, e ogni singolo accordo veniva concluso in segreto. Ora, in questa rete di ambizioni imperiali contrastanti, si inserirono due uomini che, insieme, avrebbero tracciato la mappa che definisce il Medio Oriente ancora oggi.
Il primo era Sir Mark Sykes, un aristocratico britannico. Portava il titolo di sesto baronetto di Sledmere, ed era nato nel 1879 in una ricca famiglia dello Yorkshire. A detta di molti, la sua infanzia era stata insolita. I suoi genitori erano stati profondamente infelici. Suo padre era un proprietario terriero solitario ed eccentrico che aveva sposato una donna di trent’anni più giovane, e il matrimonio si era disintegrato rapidamente. Il giovane Mark fu lasciato in gran parte a sé stesso e sviluppò un temperamento irrequieto, e fantasioso che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera. Quasi ogni inverno, suo padre lo portava in Medio Oriente, in particolare nelle terre dell’Impero Ottomano, e questi viaggi infantili lasciarono un’impronta profonda sul ragazzo.
Di conseguenza, quando aveva vent’anni, Sykes aveva già pubblicato diversi libri sui suoi viaggi, tra cui uno intitolato Darul Islam, che significa “la patria dell’Islam”, in cui descriveva dettagliatamente le sue osservazioni raccolte in dieci province della Turchia ottomana. Scrisse di tribù curde e beduini arabi, di moschee in rovina e antiche vie commerciali, della diversità etnica e del caos amministrativo del sistema ottomano. Si considerava un esperto della regione e, in un certo senso, lo era. Conosceva il Medio Oriente meglio della maggior parte dei politici britannici, ma c’era una lacuna fondamentale nella sua competenza.
Non aveva mai imparato a parlare arabo oppure turco in modo davvero fluente. La sua conoscenza era ampia, ma superficiale. Thomas Edward Lawrence, il leggendario Lawrence d’Arabia, che conosceva Sykes e aveva lavorato al suo fianco in diverse occasioni, non esitò a esprimere un giudizio caustico nei suoi confronti. Lawrence definì Sykes come l’immaginativo sostenitore di movimenti mondiali poco convincenti, che raccoglieva in sé un insieme di pregiudizi, intuizioni e concetti scientifici veri solo a metà.
Disse che Sykes sarebbe stato capace di disegnare con pochi tratti di matita un mondo nuovo, del tutto sproporzionato rispetto alla realtà, ma dall’aspetto vivido, che mostrava una visione di aspetti speranzosi, che difficilmente si sarebbero realizzati. Lawrence concluse dicendo che Sykes era una brava persona, ma che era purtroppo inaffidabile dal punto di vista intellettuale. Sykes aveva servito nella guerra boera, ed era poi diventato membro conservatore del Parlamento per il distretto elettorale di Hull, nel 1911. Si era affermato rapidamente come la voce di riferimento di Westminster sugli affari ottomani.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Lord Kitchener, Segretario di Stato per la Guerra britannico, lo prelevò dal suo battaglione di riserva, e lo assegnò al Ministero della Guerra, dove la sua conoscenza del Medio Oriente era considerata preziosa. Nel dicembre del 1915, Sykes aveva viaggiato attraverso la Siria, aveva incontrato Thomas Lawrence al Cairo, e aveva fatto ritorno a Londra per informare il consiglio di guerra su ciò che aveva visto. Arrivò a Downing Street con una mappa e un documento di tre pagine che delineava la sua visione per un Medio Oriente post-ottomano.
E fu a questo punto che gli venne affidato il compito che avrebbe definito la sua eredità, e avrebbe per sempre segnato il Medio Oriente: negoziare con i francesi. L’uomo che lo attendeva dall’altra parte del tavolo era François-Georges Picot. Quest’ultimo era una figura molto diversa da Sykes. Nato nel 1870 a Parigi, figlio di un eminente storico, Picot era un diplomatico di carriera, avvocato di formazione, e profondamente radicato nelle tradizioni dell’ambizione coloniale francese. Aveva prestato servizio a Copenaghen e Pechino prima di essere inviato a Beirut come console generale di Francia poco prima della guerra. A Beirut, Picot aveva coltivato profondi rapporti con la leadership cristiana maronita, ed era diventato un fervente sostenitore del controllo francese sul Levante.
Era membro del Parti Colonial, il partito coloniale francese, un potente gruppo di pressione che promuoveva l’espansione dell’impero coloniale francese d’oltremare. Picot non era un uomo di compromessi. Si presentò ai negoziati con una posizione massimalista. Voleva una Siria controllata integralmente dalla Francia, con un territorio che si estendesse da Alessandretta, a nord, al Sinai a sud, dal Mediterraneo al confine iracheno, includendo Mosul e le sue risorse petrolifere. Laddove Sykes era fantasioso e incline a gesti eclatanti, Picot era preciso, legalistico e assolutamente determinato ad assicurare alla Francia ogni singolo metro quadrato possibile.
C’è un altro dettaglio su Picot che viene spesso trascurato, ma che ha un’importanza enorme. Durante il suo periodo a Beirut, Picot aveva raccolto informazioni su attivisti nazionalisti arabi in Siria. Quando le autorità ottomane lanciarono una repressione contro i nazionalisti arabi nel 1916, giustiziando 21 cittadini di spicco di Damasco e Beirut tramite impiccagione pubblica, si credette diffusamente che le informazioni di Picot avessero contribuito all’identificazione di quegli uomini. Re Faisal I dell’Iraq avrebbe in seguito considerato Picot un criminale di guerra. Per il mondo arabo, Picot non era semplicemente un diplomatico che tracciava linee sfavorevoli su una mappa. Era un uomo con le mani sporche di sangue.
I negoziati tra Sykes e Picot iniziarono il 23 novembre 1915 a Londra, e si svolsero nella più totale segretezza. Nessun leader arabo fu consultato. Nessun rappresentante curdo fu invitato. Nessuno dei territori da dividere ebbe voce in capitolo. I colloqui continuarono per tutto dicembre, e fino a gennaio del 1916, con Sykes e Picot che si incontrarono ripetutamente per definire i dettagli su chi avrebbe ottenuto cosa. La questione fondamentale era semplice, anche se la risposta non lo era. Una volta che l’Impero Ottomano fosse caduto, e nel 1915 la maggior parte degli strateghi lo dava per scontato, come avrebbero fatto la Gran Bretagna e la Francia a dividersi le province arabe?
Entro il 3 gennaio 1916, i due uomini firmarono un memorandum d’intesa. Fu formalmente ratificato dai rispettivi governi nel maggio dello stesso anno, e la Russia diede il suo assenso in cambio delle proprie promesse territoriali in Armenia e Costantinopoli. L’accordo divise i territori arabi ottomani in cinque zone, ciascuna contrassegnata da un colore sulla mappa. La zona blu, lungo la costa mediterranea di Siria e Libano, comprendente le città di Beirut e Tripoli, e che si estendeva verso nord fino alla Cilicia, sarebbe stata sotto il diretto controllo francese. La zona rossa, che copriva la Mesopotamia meridionale, l’area intorno a Bassora e Baghdad, estendendosi verso il Golfo Persico, sarebbe stata sotto il diretto controllo britannico.
La Zona A, che comprendeva l’interno della Siria, incluse le città di Damasco, Aleppo, Homs, Hama, e che si estendeva fino a Mosul nel nord dell’Iraq, sarebbe stata nominalmente uno stato oppure una confederazione araba, ma sotto l’influenza e la protezione francese. La Zona B, che comprendeva quella che sarebbe diventata la Transgiordania e parti dell’Arabia settentrionale, sarebbe stata un’altra area araba nominalmente indipendente, ma sotto l’influenza britannica. E poi c’era la Palestina, la cosiddetta Zona Marrone. La Palestina era considerata troppo delicata, troppo collegata a valori sacri, e troppo contesa per essere ceduta direttamente a una delle due potenze. Fu destinata a una qualche forma di amministrazione internazionale, i cui dettagli furono lasciati deliberatamente vaghi.
Nessuno riusciva a mettersi d’accordo su cosa fare del territorio compreso tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, quindi la questione fu sostanzialmente rimandata. Fu una decisione, o meglio una non-decisione, che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Ora, ciò che colpisce maggiormente della mappa di Sykes e Picot non è solo ciò che includeva, ma anche ciò che ignorava. Le linee tracciate da questi due uomini non tenevano conto delle realtà etniche, religiose, tribali o linguistiche sul territorio.
La popolazione curda, che contava milioni di persone e occupava un vasto territorio montuoso, che si estendeva attraverso l’attuale Turchia sud-orientale, l’Iraq settentrionale, la Siria nord-orientale e l’Iran occidentale, fu semplicemente divisa. Non si prese in considerazione la creazione di uno stato curdo. Nessuna voce curda fu ascoltata. 40 milioni di curdi, una delle più grandi popolazioni apolidi al mondo, fanno risalire le origini della loro difficile situazione direttamente alle linee tracciate in quella stanza. I drusi, una distinta comunità religiosa ed etnica concentrata nelle montagne della Siria meridionale e del Libano, si ritrovarono divisi tra le diverse zone francesi.
Gli alawiti, una setta musulmana eterodossa che viveva lungo la costa siriana, furono accorpati alla maggioranza sunnita dell’entroterra siriano, popolazioni che avevano poco in comune e profonde diffidenze storiche reciproche. In Iraq, l’accordo unì la maggioranza sciita del sud, il centro a predominanza sunnita e il nord curdo in un’unica unità amministrativa, creando uno stato che avrebbe richiesto una forza autoritaria per rimanere unito, e che avrebbe infine prodotto Saddam Hussein, la guerra Iran-Iraq, la guerra del Golfo, l’invasione americana, la guerra civile settaria e l’ascesa dello Stato Islamico.
Questi non furono sfortunati incidenti. Erano conseguenze strutturali dei confini tracciati da uomini che non capivano, o non si curavano delle persone che vivevano all’interno di tali confini. Ma è qui che la storia prende la sua piega più cinica. Proprio mentre Sykes e Picot si spartivano segretamente il Medio Oriente tra Gran Bretagna e Francia, il governo britannico faceva promesse del tutto contraddittorie agli arabi. Tra il luglio del 1915 e il marzo del 1916, Sir Henry McMahon, Alto Commissario britannico in Egitto, scambiò una serie di dieci lettere con lo Sharif Hussein bin Ali della Mecca.
Hussein era il custode della città più sacra dell’Islam, un discendente del profeta Maometto per via hashemita, e un uomo di notevoli ambizioni politiche. Il governo ottomano lo aveva nominato emiro della Mecca, ma i rapporti si erano deteriorati. La Rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908 aveva portato al potere a Istanbul un nuovo governo fortemente centralizzatore, che mirava a turchizzare l’impero, e a privare i leader arabi della loro tradizionale autonomia. Hussein aveva assistito al deterioramento della situazione per anni, e allo scoppio della guerra, quindi intravide un’opportunità. Attraverso la corrispondenza tra McMahon e Hussein, come divenne nota, la Gran Bretagna promise di fatto che, se Hussein avesse lanciato una rivolta contro gli Ottomani, i britannici avrebbero riconosciuto e sostenuto uno stato arabo indipendente, che avrebbe coperto la stragrande maggioranza delle province arabofone dell’Impero ottomano.
I confini furono volutamente lasciati vaghi. McMahon inserì sufficiente ambiguità nel linguaggio delle lettere per dare alla Gran Bretagna margine di manovra in seguito. Ma per Hussein il messaggio era chiaro: combatti gli Ottomani per noi e avrai il tuo regno. Uno stato arabo unificato che si estendesse da Aleppo a nord ad Aden a sud, dal Mediterraneo al Golfo Persico. Era il sogno del nazionalismo arabo che si concretizzava, garantito dal più potente impero del mondo. E Hussein ci credette. Il 10 giugno 1916, poche settimane dopo la ratifica formale dell’accordo Sykes-Picot, Sharif Hussein sparò un colpo simbolico dalla finestra del suo palazzo verso la guarnigione ottomana alla Mecca, dando ufficialmente inizio alla Grande Rivolta Araba.
I suoi figli, gli emiri Ali, Abdullah e Faisal, guidarono le tribù beduine in battaglia contro le forze ottomane nell’Hejaz, la costa occidentale dell’Arabia. I combattimenti furono feroci e spesso disperati. Gli Ottomani controllavano Medina con una formidabile guarnigione al comando di Fakhri Pasha, e i primi attacchi arabi alla città furono respinti. Ma con l’afflusso di oro, armi e consiglieri militari britannici, la rivolta prese slancio. I porti sul Mar Rosso di Gedda, Yanbu e Rabigh caddero in mano ai ribelli, e in questo contesto esplosivo si inserì una delle figure più romantiche della storia moderna.
Il capitano Thomas Edward Lawrence era un giovane ufficiale dell’intelligence britannica che parlava fluentemente arabo e che, prima della guerra, aveva lavorato per anni come archeologo in Siria. Fu inviato nell’Hejaz per valutare la rivolta, e individuò rapidamente in Faisal, il terzo figlio di Hussein, il leader carismatico di cui il movimento aveva bisogno. Lawrence e Faisal formarono un sodalizio che sarebbe diventato leggendario. Insieme, condussero una brillante campagna di guerriglia contro le forze ottomane, sabotando la ferrovia dell’Hejaz, impegnando decine di migliaia di soldati turchi, e guidando infine le forze arabe in una drammatica marcia via terra per conquistare lo strategico porto di Aqaba, nel luglio del 1917.
Fu un’impresa militare straordinaria, che trasformò la rivolta araba da un fastidio regionale in una campagna di importanza strategica. Ma Lawrence sapeva qualcosa che Faisal ignorava. Conosceva l’accordo Sykes-Picot. Lo aveva scoperto durante il suo lavoro di intelligence, e questa consapevolezza lo tormentava. Stava incoraggiando i leader arabi a combattere e morire per una promessa di indipendenza che il suo stesso governo aveva già segretamente tradito. Anni dopo, Lawrence avrebbe scritto di questo con straziante onestà. Si descrisse come un uomo combattuto tra gli ordini del suo governo e le promesse fatte ai suoi alleati arabi, un uomo che aveva costruito una casa sulle menzogne.
Disse di aver detto a Faisal che la migliore garanzia di indipendenza araba era il successo militare, che se gli arabi avessero conquistato abbastanza territorio prima della fine della guerra, le potenze europee sarebbero state costrette a mantenere le loro promesse. Ma in privato, Lawrence ne dubitava. Sapeva che il gioco era truccato. E poi il segreto venne a galla. Nel novembre del 1917, la Rivoluzione russa sconvolse tutto. I bolscevichi, guidati da Vladimir Lenin e Leone Trotskij, presero il potere a Pietrogrado e si misero immediatamente all’opera per smantellare il vecchio ordine zarista.
Uno dei loro primi atti fu quello di aprire gli archivi del Ministero degli Esteri russo, e pubblicare tutti i trattati segreti che riuscirono a trovare. Il loro obiettivo era ideologico. Lenin considerava la guerra un conflitto imperialista, una guerra combattuta dalle élite capitaliste per accaparrarsi colonie e mercati, usando la classe operaia come carne da cannone. Pubblicando i trattati segreti, i bolscevichi intendevano dimostrare ai lavoratori europei che i loro governi avevano mentito loro per tutto il tempo. Il 23 novembre 1917, Trotskij, in qualità di commissario per gli affari esteri, pubblicò il testo integrale dell’accordo Sykes-Picot sui giornali governativi Izvestia e Pravda.
Lenin lo definì l’Accordo dei Ladri Coloniali. Tre giorni dopo, il Manchester Guardian ristampò il testo in inglese e il segreto fu svelato al mondo intero. La reazione fu immediata e devastante. Nel mondo arabo, la pubblicazione dell’accordo confermò ogni sospetto che i nazionalisti arabi nutrivano sulle intenzioni europee. Sharif Hussein chiese spiegazioni agli inglesi. La risposta che ricevette fu un capolavoro di inganno diplomatico. I funzionari britannici assicurarono a Hussein che l’accordo Sykes-Picot era solo una serie di discussioni preliminari, che non rappresentava la politica britannica definitiva, e che la sua alleanza con la Gran Bretagna rimaneva solida.
Alcuni funzionari britannici arrivarono persino a suggerire che i testi pubblicati fossero propaganda ottomana, volta a incrinare l’alleanza arabo-britannica. Hussein dipendeva dal denaro e dalle armi britanniche, quindi accettò queste rassicurazioni. Ma il danno era ormai fatto. Il seme della sfiducia era stato piantato, e sarebbe cresciuto fino a diventare una foresta di risentimento che non è mai stata disboscata. La rivelazione dell’accordo Sykes-Picot ebbe ripercussioni ben oltre il Medio Oriente. A Washington, il presidente Woodrow Wilson, che aveva portato l’America in guerra nell’aprile del 1917 sotto la bandiera di rendere il mondo sicuro per la democrazia, era profondamente imbarazzato.
Wilson aveva difeso il principio di autodeterminazione, vale a dire l’idea che i popoli avessero il diritto di decidere il proprio futuro politico. La rivelazione che i suoi alleati avessero segretamente preordinato una divisione coloniale del mondo contraddiceva direttamente tutto ciò che aveva pubblicamente sostenuto. Nel gennaio del 1918, Wilson annunciò i suoi Quattordici Punti, un insieme di princìpi per la pace del dopoguerra. Il primo punto era una netta condanna del tipo di diplomazia segreta che aveva portato all’accordo Sykes-Picot. Nel documento, Wilson dichiarava che in futuro ci sarebbero stati solo patti di pace aperti, e non ci sarebbero stati accordi internazionali privati di alcun tipo.
La diplomazia avrebbe dovuto procedere sempre francamente e alla luce del sole. Era un nobile intento, ma come gli eventi avrebbero dimostrato, si rivelò del tutto vuoto di sostanza. Tuttavia, mentre tutto ciò accadeva, il governo britannico stava facendo un’altra promessa, che si sarebbe rivelata la più importante e la più incendiaria di tutte. Il 2 novembre 1917, appena tre settimane prima che i bolscevichi smascherassero l’accordo Sykes-Picot, il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour inviò una lettera a Lord Walter Rothschild, importante banchiere e un leader della comunità ebraica britannica.
La lettera, nota come la Dichiarazione Balfour, affermava che il governo britannico vedeva con favore la creazione in Palestina di una patria nazionale per il popolo ebraico. In una sola frase, la Gran Bretagna prometteva una patria a un popolo in un territorio già abitato da un altro, un territorio che era stato promesso agli arabi attraverso la Corrispondenza McMahon, e che era stato destinato all’amministrazione internazionale in base all’accordo Sykes-Picot. Tre promesse, tre serie di impegni incompatibili, tre gruppi di persone, gli arabi, i francesi e i sionisti, ciascuno dei quali deteneva una garanzia britannica che non poteva essere mantenuta senza tradire gli altri due accordi.
Non si trattava di diplomazia imprudente, bensì di ambiguità calcolata, ed è stata proprio questa rete di contraddizioni a rendere il Medio Oriente la zona di conflitto più irrisolvibile del mondo. La Prima Guerra Mondiale terminò nel 1918. L’Impero Ottomano crollò e giunse il momento della verità. Nell’ottobre del 1918, le forze arabe di Faisal, insieme al Corpo di Spedizione Britannico-Egiziano del Generale Allenby, entrarono a Damasco. Per un breve, esaltante momento, il sogno dell’indipendenza araba sembrò a portata di mano. Faisal istituì un’amministrazione araba a Damasco e iniziò ad agire come se le promesse fatte a suo padre sarebbero state mantenute.
Ma i francesi avevano altri piani. Lo stesso Picot fu nominato Alto Commissario francese in Palestina e Siria, e iniziò immediatamente ad affermare l’autorità francese sui territori che erano stati promessi alla Francia in base all’accordo che aveva personalmente negoziato. Lo scontro tra le aspirazioni arabe e le ambizioni francesi era inevitabile. Alla Conferenza di pace di Parigi del 1919, dove gli Alleati vincitori si riunirono per ridisegnare la mappa del mondo, Faisal si presentò personalmente per perorare la causa dell’indipendenza araba. Lawrence lo accompagnò come parte della sua delegazione, cercando disperatamente di sfruttare tutta la sua influenza diplomatica. Ma l’esito era già deciso.
La Francia non avrebbe rinunciato alla Siria. La Gran Bretagna non aveva intenzione di rinunciare all’Iraq o alla Palestina. Il linguaggio del vecchio accordo Sykes-Picot fu semplicemente riproposto in una nuova veste. Invece di colonie e protettorati, gli Alleati adottarono il sistema dei mandati, un quadro giuridico creato nell’ambito della neonata Società delle Nazioni, che conferiva alla Gran Bretagna e alla Francia il controllo amministrativo sugli ex territori ottomani, con il pretesto di prepararli a un autogoverno futuro. Si trattava, come hanno osservato molti storici, di imperialismo con un linguaggio nuovo.
Alla conferenza di Sanremo, nell’aprile del 1920, formalizzarono la spartizione definitiva. La Francia ricevette il mandato su Siria e Libano. La Gran Bretagna ricevette il mandato per l’Iraq e la Palestina. Il quadro di Sykes e Picot aveva vinto. Le conseguenze furono rapide e violente. Nel luglio del 1920, il generale francese Henri Gouraud lanciò un ultimatum a Faisal che si trovava ancora a Damasco, chiedendogli di accettare il mandato francese. Quando Faisal tentò di negoziare, Gouraud inviò le sue truppe. Nella battaglia di Maiselun, il 24 luglio 1920, un piccolo esercito siriano mal equipaggiato fu annientato dalle forze francesi.
Faisal fu espulso da Damasco. Il sogno di uno stato arabo indipendente e unificato morì su quel campo di battaglia. La Francia procedette quindi a dividere la Siria in unità amministrative più piccole basate su linee settarie, creando stati separati per gli alawiti, i drusi e i sunniti. Questa strategia di divisione del potere era deliberata. Mantenendo le varie comunità separate e in competizione tra loro, la Francia si assicurò che nessuna resistenza unitaria potesse sfidare la sua autorità. Gli effetti di questa frammentazione persistono ancora oggi. La catastrofica guerra civile nella Siria moderna, iniziata nel 2011 e che ha causato oltre 500.000 morti, e lo sfollamento di metà della popolazione, si è combattuta proprio lungo queste linee di faglia settarie.
In Libano, i francesi crearono un nuovo stato ricavato dalle province ottomane che erano state annesse a Beirut e Damasco. Espandettero l’antica regione semiautonoma del Monte Libano, a maggioranza cristiana, mediante l’annessione delle aree circostanti a maggioranza musulmana. Il risultato fu un Paese con un precario equilibrio demografico, che per funzionare necessitava di un sistema politico suddiviso in base al peso delle varie confessioni religiose, e che assegnasse le cariche governative in base all’appartenenza religiosa. Quel sistema resistette a stento, fino al suo crollo in una devastante guerra civile nel 1975, che causò circa 120.000 morti e durò 15 anni.
Ancora oggi, il sistema politico libanese diviso su base confessionale rimane fonte di paralisi e di crisi. La Gran Bretagna, nel frattempo, gestì i propri territori sotto mandato con quella che può essere unicamente definita come un’improvvisazione su vasta scala. Dopo che Faisal era stato espulso dalla Siria, gli inglesi avevano bisogno di un posto dove collocarlo. Non potevano semplicemente abbandonare un uomo che aveva combattuto al loro fianco nella Rivolta Araba, un uomo a cui avevano promesso personalmente un regno. Così ne crearono uno su due piedi. Nel 1921, Winston Churchill, allora Segretario Coloniale, convocò la Conferenza del Cairo e di fatto insediò Faisal come re dell’Iraq, un Paese che non era mai esistito prima nella sua forma attuale.
Le tre ex province ottomane di Bassora, Baghdad e Mosul furono unite in un singolo Stato, nonostante avessero popolazioni profondamente diverse. Il sud era prevalentemente arabo sciita, il centro era arabo sunnita, e il nord era curdo. Queste comunità non condividevano un’identità nazionale comune, né una tradizione di governo unitario, e nutrivano una profonda diffidenza reciproca. Mantenere unita quella nazione artificiale avrebbe richiesto l’uso di una forza autoritaria, ed è esattamente ciò che accadde decennio dopo decennio, culminando nella brutale dittatura di Saddam Hussein. Al fratello di Faisal, Abdullah, fu assegnata la Transgiordania, un altro stato di nuova creazione ricavato dalla parte orientale del Mandato britannico. La Palestina, nel frattempo, precipitò esattamente nel caos reso inevitabile dalla Dichiarazione Balfour.
Sotto il Mandato britannico, l’immigrazione ebraica in Palestina accelerò drasticamente, alimentata dalle aspirazioni sioniste, e in seguito, dalla disperata fuga degli ebrei dalle persecuzioni in Europa. La popolazione araba oppose resistenza, dando origine a cicli di violenza, repressione e crisi politica che culminarono nella guerra arabo-israeliana del 1948, nella creazione dello Stato di Israele, nello sfollamento di centinaia di migliaia di palestinesi, e nel conflitto che, a oltre cento anni di distanza, non mostra segni di risoluzione. Mark Sykes non visse abbastanza a lungo da assistere al dispiegarsi della maggior parte di queste conseguenze. Morì il 16 febbraio 1919 all’Hôtel Lotte di Parigi, dove aveva partecipato alla conferenza di pace come membro della delegazione britannica.
Aveva 39 anni. La causa della morte fu l’influenza spagnola, la pandemia che uccise decine di milioni di persone in tutto il mondo alla fine della guerra. Il suo corpo fu riportato a Sledmer, la sua casa ancestrale nello Yorkshire, e sepolto in una bara rivestita di piombo. Quasi 90 anni dopo, nel 2008, gli scienziati riesumarono il suo corpo per studiare il virus che lo aveva ucciso, sperando che la bara sigillata avesse conservato campioni di tessuto in grado di far luce sulla pandemia. Persino dopo la morte, Sykes rimase oggetto di indagine. François-Georges Picot, al contrario, visse a lungo.
Dopo la guerra, fu Alto Commissario francese in Siria e Palestina, per poi ricoprire incarichi diplomatici in Bulgaria e Argentina. Morì a Parigi nel 1951 all’età di 80 anni, dopo aver assistito al pieno sviluppo del mondo che aveva contribuito a creare: i mandati, le rivolte, la Seconda Guerra Mondiale, la creazione di Israele, l’inizio della Guerra Fredda e della competizione per l’influenza in Medio Oriente. Ma l’accordo che porta il loro nome sopravvisse a entrambi, e le sue conseguenze continuarono a moltiplicarsi. Si pensi ai curdi.
Il Trattato di Sèvres, firmato nel 1920 dopo la sconfitta ottomana, includeva in realtà disposizioni per un potenziale Stato curdo, soggetto a referendum e all’approvazione della Società delle Nazioni. Per un breve momento, sembrò che i curdi potessero finalmente ottenere ciò che l’accordo Sykes-Picot aveva loro negato. Ma la Guerra d’Indipendenza turca, guidata da Mustafa Kemal Atatürk, rovesciò il Trattato di Sèvres. Di conseguenza, il Trattato di Losanna, firmato nel 1923, non fece menzione di uno stato curdo, e i curdi furono divisi tra Turchia, Iraq, Siria e Iran, e rimasero il più grande gruppo etnico al mondo senza un proprio Stato. La loro lotta per l’autonomia ha prodotto decenni di conflitti, insurrezioni e sofferenze, dalla guerra del governo turco contro il PKK, alla campagna genocida di Saddam Hussein alla fine degli anni ’80, durante la quale furono usate armi chimiche contro i civili curdi.
Eppure, nonostante tutto questo, i confini tracciati nel 1916 si sono dimostrati straordinariamente resistenti. Questo è forse l’aspetto più inquietante dell’eredità di Sykes-Picot. Questi confini, che tutti riconoscono essere stati arbitrari, che tutti concordano essere stati tracciati senza riguardo per le persone che vi abitavano, sono sopravvissuti a un secolo di colpi di stato, di rivoluzioni, di invasioni, di guerre civili e di genocidi. Sono lo scarafaggio dei confini internazionali, praticamente indistruttibili nonostante siano universalmente disprezzati. C’è una ragione per questo. Una volta tracciati, i confini creano i propri gruppi di interesse. Emergono élite dominanti che traggono vantaggio dalla struttura statale esistente.
Vengono creati eserciti per difendere tali confini, e non per metterli in discussione. Il diritto internazionale e il sistema delle Nazioni Unite sanciscono il principio della sovranità territoriale, rendendo pressoché impossibile modificare i confini senza ricorrere alla guerra. La Lega Araba, l’Unione Africana, e praticamente ogni organismo internazionale hanno adottato il principio dell’inviolabilità dei confini ereditati dal periodo coloniale. Non perché quei confini abbiano un senso, ma perché l’alternativa, ovvero permettere a ogni gruppo etnico o religioso leso di ridisegnare la mappa, è considerata ancora più pericolosa. E così ci ritroviamo con il mondo creato da Sykes e Picot.
L’Iraq, uno stato tenuto insieme dalla violenza fino a quando l’invasione americana del 2003 non lo ha frantumato in frammenti settari. La Siria è implosa nella guerra civile più devastante del XXI secolo. Il Libano è uno stato che barcolla da una crisi all’altra, incapace di autogovernarsi perché il sistema settario insito nella sua fondazione rende il consenso quasi impossibile. Israele e Palestina sono intrappolati in un conflitto che ha prodotto guerre, occupazione, sfollamenti, e sofferenze di una portata che sfida ogni facile descrizione. I curdi, vale a dire 40 milioni di persone dispersi in quattro stati diversi, sono ancora in attesa della nazione che era stata loro promessa e poi negata.
A questo punto, sarebbe troppo semplicistico attribuire tutta la colpa a due uomini e una mappa. La storia del Medio Oriente è plasmata da molteplici forze: l’eredità ottomana, la geopolitica della Guerra Fredda, la ricchezza petrolifera, l’estremismo religioso, i regimi autoritari, e le scelte compiute dagli stessi abitanti della regione. Da decenni gli studiosi dibattono se l’accordo Sykes-Picot sia davvero la causa principale dell’instabilità della regione o semplicemente un simbolo di problemi strutturali più profondi. Alcuni storici sostengono che gli accordi successivi a Sykes-Picot, come la Conferenza di Sanremo, il sistema dei mandati, le decisioni specifiche prese dagli amministratori britannici e francesi sul campo, siano stati più influenti dell’accordo originale stesso. Entro certi limiti, questa affermazione è fondata. Ma non coglie il punto.
L’accordo Sykes-Picot non è importante perché rappresentava un modello preciso seguito alla lettera. È importante perché ha stabilito la logica, la struttura, la mentalità che hanno guidato tutto ciò che è venuto dopo. È stato il momento in cui le potenze europee hanno deciso di avere il diritto di determinare il futuro politico di milioni di persone che non erano mai state consultate, e non avevano mai dato il loro consenso. È stato il peccato originale del Medio Oriente moderno, e la sua eco è assordante. Quando lo Stato Islamico ha raso al suolo quel confine tra Iraq e Siria nel 2014, ha lanciato un messaggio che ha trovato risonanza in tutto il mondo arabo. I confini imposti dagli accordi Sykes e Picot non hanno alcuna legittimità. Gli Stati creati dalle potenze coloniali europee sono costruzioni artificiali che servono gli interessi di potenze esterne e dittatori locali, non delle persone che vi abitano.
Non è necessario condividere i metodi dello Stato Islamico, che sono di una barbarie indescrivibile, per capire perché il loro messaggio abbia trovato un pubblico pronto ad ascoltarlo. Per milioni di persone in tutto il Medio Oriente, l’accordo Sykes-Picot non è storia antica. È il motivo per cui ai loro nonni è stata negata l’autodeterminazione. È il motivo per cui i loro Paesi hanno la forma che hanno. È il motivo per cui i confini tagliano in due le loro comunità.
È questo il motivo per cui hanno trascorso un secolo sotto occupazione straniera, regime autoritari e guerre senza fine. Nel 1916, due uomini si sedettero in una stanza. Presero una mappa. Tracciarono delle linee. E cento anni dopo, lungo quelle linee, la gente continua a morire. Questo è il potere di una mappa disegnata in segreto. Ed è per questo che, se si vuole capire qualcosa del Medio Oriente di oggi, dalle guerre in Iraq e Siria, al conflitto israelo-palestinese, alla lotta curda per l’autonomia, al malfunzionamento del Libano, all’ascesa e alla caduta dei dittatori, bisogna partire da qui. Bisogna partire dall’accordo Sykes-Picot, perché è qui che tutto ha avuto inizio.
Questo video è già piuttosto informativo, quindi non necessita di grandi commenti. Credo che conoscere questo percorso storico sia importante anche per comprendere la situazione attuale. Per correggere alcune informazioni o perlomeno per ampliarle, dobbiamo sottolineare che Vladimir Lenin era un agente segreto tedesco e che la pubblicazione di questi documenti riservati dello Zar serviva a far uscire la Russia dalla Prima Guerra Mondiale, anche perché era lo scopo per cui i tedeschi l’avevano mandato in Russia: eliminare un nemico sul fronte orientale per potersi concentrare sugli altri fronti.
La Società delle Nazioni è stata la prima struttura globalista e, con la sua nascita, abbiamo assistito poi allo sviluppo del globalismo. Lord Kitchener, menzionato nel video, era un membro della Secret Society, la società segreta creata da Cecil Rhodes di cui abbiamo parlato più volte nei vostri video. Lo scopo dichiarato di questa società era quello di ricostruire l’impero britannico e di conquistare gli Stati Uniti come parte dell’impero. La Rhodes Scholarship presso l’Università di Oxford è una borsa di studio creata appositamente per formare l’élite globalista a partire dal 1902, grazie all’enorme fortuna accumulata da Rhodes e da altri suoi affiliati in Sudafrica con le miniere di diamanti, e successivamente gestita dai Rothschild, in particolare da Nathan Rothschild, che ha sostenuto Rhodes per tutto il tempo e in cambio ha ricevuto l’appoggio per il progetto sionista di Israele.
Come è noto, Bill Clinton ha ricevuto la Rhodes Scholarship, insieme ad altri personaggi della politica americana, britannica ed europea. È stato proprio Clinton a portare gli Stati Uniti nel mercato globalista a tutto tondo. La guerra contro i boeri fu la prova generale della prima guerra mondiale e il fatto che Sykes vi avesse partecipato rende la sua scelta per tracciare la linea Sykes-Picot tutt’altro che casuale.
Tra l’altro, la Dichiarazione Balfour, che ha dato vita allo Stato di Israele, fu redatta proprio da Lord Milner, Alfred Milner, che era il capo della Secret Society, e non da Arthur Balfour. Lord Milner, per vent’anni al servizio di Cecil Rhodes, ha portato avanti il progetto della Secret Society, creando diverse società non segrete, ma comunque di influenza politica, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, come la Tavola Rotonda e Chatham House in Gran Bretagna, o il Council on Foreign Relations negli Stati Uniti, in collaborazione con la famiglia Rockefeller.
Per vent’anni, Milner ha lavorato all’organizzazione, alla facilitazione e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. È stato quindi l’artefice principale della Prima Guerra Mondiale, il cui obiettivo era far collassare gli altri imperi antagonisti della Gran Bretagna, in particolare la Germania, la Russia e l’Impero Ottomano, per dare spazio alla Gran Bretagna di riconquistare gran parte dei territori che non era riuscita a conquistare in precedenza e di riacquisire la colonia degli Stati Uniti, un percorso iniziato proprio in quel periodo dal presidente Woodrow Wilson.
Una serie di riforme importantissime, come la creazione della Federal Reserve, la Banca Centrale Americana, e dell’IRS, l’Agenzia delle Entrate Americana, hanno di fatto inserito gli Stati Uniti nel percorso di controllo da parte di Londra, e da lì la situazione è solo peggiorata.
Horatio Herbert Kitchener era un feldmaresciallo e amministratore imperiale britannico, famoso per il suo ruolo militare in Sudan e in Sudafrica, e in seguito ricoprì la carica di ministro della Guerra del Regno Unito, come detto nel video.
In precedenza, aveva lavorato come agente dell’intelligence britannica in Egitto, e questo è un fatto importante, perché da lì partirono, dopo la Prima Guerra Mondiale, una serie di progetti i cui effetti vediamo ancora oggi, come i Fratelli Musulmani, un progetto britannico partito dall’Egitto che ha dato vita a ISIS, a Hamas e ad altri gruppi, ed è ancora oggi molto presente in Turchia.
Lavorò con Alfred Miller per cinque anni per costruire una rete segreta all’interno dell’apparato imperiale britannico, un meccanismo che legava quasi tutti i membri della Secret Society, eccetto Miller, che era il capo. La perversione sessuale segreta li rendeva ricattabili. Come riportato nel libro Secret Society, il piano segreto di Cecil Rhodes per un nuovo ordine mondiale di Robin Brown, ecco cosa viene detto al riguardo: L’autore scrive:
“Gordon e Kitchener erano buoni amici e facevano parte di un gruppo che includeva anche Brett, un altro membro della Sick Society. Durante la Grande Guerra, Brett avrebbe gestito il servizio segreto clandestino per conto di Kitchener. A questa lista possiamo aggiungere Miller. Molti di questi uomini erano omosessuali e hanno influenzato fortemente la politica britannica dal tardo periodo vittoriano all’epoca edoardiana, quindi dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento.
Brett teneva un diario in cui annotava le sue relazioni con uomini e ragazzi, mentre Rhodes, come abbiamo visto, aveva la sua banda di fratelli, i suoi angeli e agnelli, oltre a Neville Pickering, con cui conviveva. Gordon aveva il suo Brandy e i suoi ragazzi, mentre Kitchener aveva un compagno costante e inseparabile nel suo aiutante di campo, il capitano Oswald Fitzgerald, con il quale morì nel 1916 sul HMS Hampshire.
Kitchener, come Gordon e Rhodes, evitava il contatto con le donne, nutriva un grande interesse per il movimento scout e decorava il suo roseto con quattro coppie di sculture in bronzo raffiguranti dei ragazzi”.
Quindi, abbiamo detto che Brett e Gordon erano altri due membri della Secret Society. La cosa che dovete notare è che all’epoca l’omosessualità era assolutamente vietata in Gran Bretagna e, se si fosse scoperto che uno o più di questi personaggi di alto rango erano omosessuali, sarebbero stati cacciati, letteralmente avrebbero perso tutto e sarebbero stati emarginati.
Inoltre, è noto che la pedofilia omosessuale era una pratica comune in alcune aree dell’Impero Ottomano. Nella fase finale dell’Impero, sappiamo che diversi britannici si recavano in quei luoghi proprio per beneficiare di questa pratica a pagamento. Quindi, abbiamo un gruppo di pervertiti che ha progettato il mondo in cui viviamo, in particolare l’assetto del Medio Oriente.
Non penso che si siano confusi, ma che volessero creare il massimo danno possibile. Mark Sykes, autore della parte britannica del progetto della mappa Sykes-Picot, collaborò anche con Lord Walter Rothschild nell’ambito dei negoziati sulla Dichiarazione Balfour. Naturalmente, come giustamente sottolineato nel video, lo stato attuale del Medio Oriente non dipende soltanto da questi attori che hanno causato i cambiamenti all’inizio del Novecento, ma sicuramente si è partiti da una serie di regole e cambiamenti arbitrari introdotti in uno scenario già piuttosto instabile, perché l’Impero Ottomano aveva gli stessi problemi.
L’unica differenza era che non faceva distinzioni tra i sudditi, che fossero cristiani, musulmani o di qualsiasi altra religione: li uccideva tutti in modo uniforme, tenendoli così in riga. Quando l’Impero Ottomano è decaduto e si è inserita quest’ulteriore complicazione, tutto ha cominciato ad andare storto. Naturalmente, la situazione è stata ulteriormente complicata dagli stessi abitanti della regione, come i cristiani del Libano, menzionati in questo video, che oggi si trovano al centro della crisi mediorientale, con alcuni cambiamenti importanti di cui non parleremo qui, ma che forse potrebbero completare il percorso altamente travagliato seguito dal Libano come nazione dalla sua formazione fino ad oggi.
Spero che questo video vi sia stato utile per inquadrare la storia della regione e i problemi originari, il cosiddetto “peccato originale”, e che vi serva da base per ulteriori valutazioni.
Roberto Mazzoni