Questo video è collegato ai precedenti, in particolare quello sulla formazione della Federal Reserve. Nel 1914 gli Stati Uniti erano il più grande produttore mondiale di petrolio, non avevano bisogno del petrolio del Medio Oriente, che invece era vitale per i Britannici. Con la nascita della Federal Reserve non solo fu possibile finanziare la prima guerra mondiale a spesa degli americani, ma fu anche possibile derivare le risorse americane e del petrolio americano grazie al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra. E fu proprio la prima guerra mondiale a trasformare il petrolio da prodotto minore, usato prevalentemente per l’illuminazione, nella risorsa strategica primaria che avrebbe lanciato il secolo del petrolio, quello in cui abbiamo vissuto nel secolo scorso e in cui stiamo ancora in parte vivendo.
Prima del 1914, infatti, il 70% dell’energia mondiale proveniva dal carbone, mentre il petrolio contava solo per il 5%. La guerra ha forzato un rapido cambio, grazie all’uso di camion, carri armati, aeroplani e sottomarini alimentati a benzina, oppure a diesel. Tutte le principali marine militari convertirono le loro navi dal carbone al petrolio, quindi La quantità di petrolio necessaria per combattere la prima guerra mondiale fu enorme e questo forzò il passaggio al petrolio come forma di energia principale. L’Entente, vale dire l’alleanza tra Francia, Gran Bretagna e Russia, poteva vincere la guerra grazie alla presenza degli Stati Uniti che controllavano il 70% della produzione globale di petrolio e quindi la Germania invece e l’Austria che non avevano questa disponibilità, avevano grossi problemi, erano fortemente svantaggiate.
E ricordate nei video precedenti abbiamo parlato della linea ferroviaria Berlino-Baghdad con cui i tedeschi volevano arrivare a Golfo Persico e volevano assicurarsi quindi una fornitura costante di petrolio che era indispensabile sia per la macchina bellica sia per l’industria tedesca. E furono proprio i tedeschi a a promuovere i primi insediamenti di colonia in Palestina, molto prima che arrivassero gli ebrei e molto prima che si formasse Israele. Nel video che stiamo per vedere si parla del regime batista che era il regime di Saddam Hussein e ora ecco il video.
[Narratore]
Esiste un Paese in Medio Oriente che non esisteva prima del 1921. Non è nato da una rivoluzione. Non si è formato accumulando secoli di identità condivisa. È stato disegnato su una mappa in una stanza d’albergo da una manciata di funzionari britannici che non vi avevano mai vissuto, che a malapena riuscivano a pronunciare i nomi delle tribù che stavano per governare, e la cui principale preoccupazione non aveva nulla a che fare con le persone che vivevano entro quei confini. La loro preoccupazione era ciò che giaceva sotto quel terreno: il petrolio, che era presente in quantità inimmaginabili. E per ottenerlo, avevano bisogno di creare una nazione, così ne costruirono una.
Unirono tre province ottomane che non erano mai state una singola entità politica. Vi insediarono un re che non aveva mai messo piede sul suolo iracheno, un uomo che parlava un dialetto arabo che la maggior parte degli iracheni capiva a malapena. Organizzarono un referendum che controllarono dall’inizio alla fine, e come ciliegina sulla torta, proclamarono che quel Paese aveva ottenuto l’indipendenza quando era ancora completamente soggiogato al loro volere. Questa è la storia di come la Gran Bretagna ha creato l’Iraq, ha insediato il proprio monarca e si è assicurata il controllo della risorsa più preziosa della regione per decenni. È una storia di impero mascherato da liberazione, dell’estrazione di petrolio travestita da costruzione nazionale, e delle conseguenze che derivano dal tracciare confini che non servono le persone che vi abitano, ma servono gli interessi di chi si trova a migliaia di chilometri di distanza.
Per capire perché l’Iraq esiste nella sua forma attuale, bisogna capire cosa lo aveva preceduto. E ciò che c’era prima non aveva alcuna somiglianza con il moderno Iraq. Per oltre quattro secoli, il territorio che oggi chiamiamo Iraq fece parte dell’Impero Ottomano. Ma gli Ottomani non lo governarono mai come una singola entità. Divisero invece la regione in tre province separate, altrimenti dette vilayet. A nord c’era Mosul che bordeggiava con un territorio montuoso popolato in gran parte dai curdi e da varie minoranze cristiane. Al centro c’era Baghdad, sede della vita politica araba sunnita. E a sud c’era Bassora, una regione portuale umida che si affacciava sul Golfo Persico, dominata da comunità arabe sciite. Queste tre province avevano caratteristiche demografiche, religiose e tribali diverse, e soprattutto interessi economici differenti.
Condividevano la geografia, ma non l’identità. L’idea di essere un’unica nazione era estranea ai loro abitanti. Non erano mai stati governati insieme e non esisteva alcun movimento popolare che ne chiedesse l’unificazione. Ma ciò che condividevano, sotto i piedi, era il petrolio, e questo fatto da solo avrebbe determinato il loro destino. Alla fine del XIX secolo, i calcoli strategici dell’Impero britannico stavano cambiando profondamente. Per generazioni, la Royal Navy aveva funzionato a carbone, una fonte di combustibile di cui la Gran Bretagna disponeva in abbondanza entro i propri confini. Ma nel 1911, un uomo di nome Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato, prese una decisione che avrebbe rimodellato la geopolitica dell’intero XX secolo.
Ordinò la conversione della Royal Navy dalla propulsione a carbone a quella a petrolio. Il ragionamento era semplice: le navi a petrolio erano più veloci, avevano maggiore autonomia e richiedevano equipaggi più piccoli per rifornirle di carburante e per mantenere i motori in funzione. Ma c’era un problema. Ed era un problema enorme. La Gran Bretagna non aveva quasi nessuna riserva di petrolio al proprio interno. Avrebbe quindi dovuto procurarselo dall’estero. E non solo avrebbe dovuto procurarselo, ma avrebbe anche dovuto controllarne completamente l’estrazione e la disponibilità. Non si trattava di una semplice preferenza. Era un imperativo strategico esistenziale. Chi controllava le risorse petrolifere controllava la capacità di proiettare la propria potenza militare oltreoceano.
E per un impero che si estendeva su tutto il globo, ciò significava che controllare le risorse petrolifere era importante quanto controllare i mari. La prima mossa della Gran Bretagna in tal senso era stata in Persia, l’odierno Iran, dove la compagnia petrolifera anglo-persiana aveva scoperto il petrolio nel 1908. Il governo britannico acquisì una quota di maggioranza nella compagnia nel 1914, poco prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, assicurandosi il controllo statale diretto sul greggio persiano. Ma la Persia da sola non sarebbe bastata. I rapporti che giungevano da geologi e ingegneri in Mesopotamia suggerivano che le terre tra i fiumi Tigri ed Eufrate nascondessero riserve petrolifere di proporzioni sbalorditive. E così, ancor prima che iniziasse la guerra, prima che venisse sparato il primo colpo sul fronte occidentale, la corsa al controllo del petrolio mesopotamico era già in corso. Lo strumento per questa ambizione era un’entità poco conosciuta chiamata Turkish Petroleum Company, o TPC.
Era stata creata prima della guerra da un brillante ed enigmatico uomo d’affari armeno di nome Calouste Gulbenkian, un uomo che sarebbe poi diventato noto con un solo soprannome, “Signor Cinque Per cento”, per via della quota personale di proprietà che si era ritagliato nella società in via di formazione, e su cui avrebbe insistito nel corso di decenni di negoziati. Gulbenkian aveva capito qualcosa che la maggior parte dei politici e dei generali dell’epoca non capiva. Aveva compreso che, nel XX secolo, il petrolio sarebbe stato il fondamento di qualsiasi forma di potere, vale a dire il potere militare, industriale e politico. E così, nel 1912, contribuì a organizzare una società che riuniva interessi britannici, olandesi e tedeschi per perseguire concessioni petrolifere nella Mesopotamia ottomana.
La Anglo-Persian Oil Company, che rappresentava la Gran Bretagna, deteneva una quota di maggioranza nella nuova società. La Royal Dutch Shell ne deteneva un’altra. Deutsche Bank deteneva un quarto della società. E Gulbenkian deteneva il suo famoso 5%. La società fece domanda al governo ottomano per ottenere i diritti di esplorazione. E nel 1914, ottenne una concessione preliminare per le province di Baghdad e Mosul. Ma poi arrivò la guerra, e tutto cambiò. Quando la Prima Guerra Mondiale scoppiò nell’estate del 1914, l’Impero Ottomano entrò a fianco della Germania come parte delle Potenze Centrali. Questo pose immediatamente la Mesopotamia nel mirino della Gran Bretagna. Le forze britanniche, composte principalmente da truppe dell’esercito indiano di stanza nel Golfo Persico, invasero la regione da sud, sbarcando nel porto di Al-Faw, vicino a Bassora, nel novembre del 1914. La giustificazione ufficiale che venne fornita era la protezione della raffineria della compagnia petrolifera anglo-persiana ad Abu, appena oltre il confine con la Persia, e la messa in sicurezza delle rotte marittime del Golfo Persico.
Ma la campagna si estese rapidamente ben oltre questo obiettivo difensivo. Nel 1917, le forze britanniche al comando del generale Stanley Maude erano giunte fino a Baghdad. E quando Maude entrò in città nel marzo di quell’anno, pronunciò un proclama che avrebbe avuto risonanza nei decenni successivi. Disse agli abitanti di Baghdad che gli eserciti britannici non erano giunti come conquistatori o nemici, ma come liberatori. Promise che il popolo della Mesopotamia avrebbe prosperato sotto istituzioni in armonia con le sue leggi e i suoi ideali sacri, ma si trattava di una promessa che sarebbe stata infranta quasi immediatamente. Dietro la nobile retorica, i veri negoziati si svolgevano in segreto, e il più importante di questi era già in corso da un anno quando Maude entrò a Baghdad.
Nel novembre del 1915, due diplomatici avevano iniziato a incontrarsi in privato per decidere il futuro dell’intero Medio Oriente. Sir Mark Sykes rappresentava la Gran Bretagna. François-Georges Picot rappresentava la Francia. Il loro compito era di smembrare l’Impero Ottomano prima ancora che si disintegrasse come conseguenza della Prima guerra mondiale. L’accordo risultante fu firmato nel maggio del 1916 e venne tenuto segreto alle popolazioni arabe il cui futuro determinava. Tale patto tracciava nuove linee di confine sulla mappa con un’audacia sconcertante. La Francia avrebbe ottenuto il controllo diretto sulle coste della Siria e del Libano, e una sfera d’influenza che si estendeva nell’entroterra. La Gran Bretagna avrebbe ottenuto il controllo diretto sulla Mesopotamia meridionale, comprese le aree di Bassora e Baghdad, insieme al porto di Haifa che forniva uno spiraglio di accesso alla costa mediterranea.
Una vasta area tra queste zone, comprendente gran parte dell’odierna Giordania e parti dell’Iraq, sarebbe stata teoricamente lasciata nella forma di uno Stato o di una confederazione araba indipendente, ma divisa tra sfere d’influenza francese e britannica, mentre la Palestina sarebbe stata posta sotto amministrazione internazionale per via della sua importanza religiosa. E alla Russia, ancora alleata all’epoca, furono promesse porzioni dell’Anatolia orientale. Ciò che è fondamentale comprendere dell’accordo Sykes-Picot è ciò che non prevedeva. Non ci fu alcuna consultazione con le popolazioni che vivevano in questi territori. Non furono presi in considerazione i confini etnici, tribali o settari. Non era previsto alcun meccanismo di autodeterminazione.
L’accordo fu un esercizio di cartografia imperiale, che tracciò linee al servizio degli interessi strategici ed economici di due potenze europee, senza alcun riguardo per le conseguenze umane. E tali conseguenze sarebbero state catastrofiche. L’accordo fu anche un tradimento. Perché, mentre Sykes e Picot si spartivano la mappa a Londra e Parigi, la Gran Bretagna faceva contemporaneamente promesse allo Sharif Hussein bin Ali della Mecca, custode delle città più sacre dell’Islam, e uomo di enorme prestigio in tutto il mondo arabo. Tra il 1915 e il 1916, attraverso una serie di lettere scambiate tra Hussein e Sir Henry McMahon, l’Alto Commissario britannico in Egitto, la Gran Bretagna promise di sostenere l’indipendenza araba in cambio della rivolta di Hussein contro l’Impero Ottomano. La corrispondenza era volutamente vaga sui confini esatti del futuro stato arabo, ma l’intento era abbastanza chiaro. Gli arabi avrebbero combattuto, e in cambio, sarebbero stati liberi.
E gli arabi combatterono. Nel giugno del 1916, Hussein lanciò la Rivolta Araba, una campagna di guerriglia contro le forze ottomane. Le gesta degli arabi di Hussein sarebbero state immortalate in Occidente attraverso la figura di Thomas Edward Lawrence, l’ufficiale dell’intelligence britannica che si infiltrò tra le forze arabe, e divenne noto come Lawrence d’Arabia. Lawrence stesso era profondamente combattuto poiché era a conoscenza dell’accordo Sykes-Picot, e capiva che le promesse fatte agli arabi erano prive di sostanza. Anni dopo, avrebbe scritto di aver vissuto la guerra tormentato dal senso di colpa, sapendo che la Gran Bretagna non avrebbe mai onorato i suoi impegni.
Gli arabi combatterono coraggiosamente. Impegnarono le forze ottomane, interruppero le linee di rifornimento, e aiutarono gli inglesi ad avanzare nel Levante. E quando la guerra finì, si aspettavano di essere ricompensati con l’indipendenza che era stata loro promessa. Invece, ottennero la conferenza di Sanremo. Nell’aprile del 1920, le potenze alleate vincitrici si riunirono nella città costiera italiana di Sanremo per finalizzare la divisione dell’Impero Ottomano. La conferenza codificò quanto delineato da Sykes-Picot. Alla Francia furono assegnati mandati su Siria e Libano. Alla Gran Bretagna furono assegnati mandati su Palestina e Mesopotamia. Il sistema dei mandati era, in teoria, una forma di amministrazione fiduciaria internazionale.
La neonata Società delle Nazioni avrebbe assegnato territori alle nazioni sviluppate, che li avrebbero amministrati fino a quando loro popolazioni indigene non fossero state considerate pronte per l’autogoverno. In pratica, i mandati erano possedimenti coloniali mascherati con un linguaggio che manteneva la sostanza, ma rendeva l’idea più presentabile al grande pubblico. E la negoziazione più importante a Sanremo non riguardava affatto i confini o la governance. Riguardava il petrolio. Il 24 aprile 1920, insieme alle decisioni politiche, Gran Bretagna e Francia firmarono anche un accordo petrolifero separato. Secondo i termini di tale accordo, la Francia accettò di rinunciare alle sue rivendicazioni sulla provincia di Mosul, la regione più settentrionale della Mesopotamia, in cambio di una quota del 25% del petrolio che vi sarebbe stato prodotto.
Questo fu il prezzo pagato dalla Gran Bretagna per garantire che Mosul, con le sue vaste e presunte riserve petrolifere, venisse inclusa nel Mandato britannico. In sostanza, i francesi furono comprati con un quarto dei profitti. Gli abitanti di Mosul, per lo più curdi a cui era stata promessa la formazione di un proprio Stato in base agli accordi di guerra, non furono consultati. Il loro futuro era stato barattato in cambio di quote sull’estrazione del petrolio. Ma l’inchiostro sull’accordo di Sanremo non si era ancora asciugato che gli inglesi scoprirono che governare la Mesopotamia sarebbe stato molto più difficile e costoso di quanto avessero previsto. Il popolo iracheno aveva sentito le promesse di liberazione, ma aveva assistito alla sostituzione di un impero con un altro, e non aveva alcuna intenzione di accettare il dominio britannico senza opporre resistenza. Nell’estate del 1920 scoppiò una rivolta che avrebbe scosso le fondamenta della politica britannica nella regione, e imposto un ripensamento radicale del modo in cui l’impero gestiva i suoi possedimenti in Medio Oriente.
La rivolta ebbe inizio a maggio con manifestazioni pacifiche a Baghdad. Le comunità sunnite e sciite, spesso in conflitto tra loro, trovarono un terreno comune contro l’occupazione britannica. I precedenti funzionari governativi che erano stati messi da parte dalla nuova amministrazione si unirono ai capi tribali della regione dell’Eufrate. I leader religiosi, in particolare i religiosi sciiti delle città sante di Najaf e Karbala, lanciarono appelli alla resistenza e inquadrarono la lotta contro l’occupazione straniera come un dovere religioso. Entro l’estate, le proteste si trasformarono in conflitto armato. La rivolta si diffuse rapidamente nella media e bassa valle dell’Eufrate, coinvolgendo intere province.
I combattenti tribali tesero imboscate ai convogli britannici, tagliarono le linee telegrafiche, attaccarono le stazioni ferroviarie e assediarono le guarnigioni. Al suo apice, la rivolta mobilitò circa 131.000 uomini armati, circa la metà dei quali equipaggiati con fucili moderni catturati o rubati dalle scorte ottomane e britanniche. La risposta britannica fu brutale. Furono schierati oltre 120.000 soldati britannici e indiani, insieme a 63 aerei della Royal Air Force. I villaggi furono bombardati dall’aria, i campi furono bruciati, i capi tribali furono arrestati oppure uccisi. Entro ottobre, la rivolta era stata repressa, ma il costo era stato astronomico. Le vittime britanniche superavano le 2.000 unità, tra cui oltre 400 morti. Le vittime irachene erano stimate tra i 6.000 e i 10.000, tra morti e feriti, e il costo finanziario era stato sbalorditivo, circa 40 milioni di sterline.
Si trattava del doppio dell’intero budget annuale stanziato per l’Iraq e circa il triplo di quanto la Gran Bretagna aveva speso per finanziare l’intera rivolta araba contro gli Ottomani. Un costo tanto esorbitante scosse profondamente Londra. L’opinione pubblica britannica, stremata dalla Grande Guerra e dalle sue conseguenze, non era disposta a finanziare un’occupazione costosa e impopolare in un deserto lontano. I giornali lanciarono una feroce campagna contro i costi di mantenimento delle forze britanniche in Mesopotamia. I politici ne chiesero il ritiro. E fu proprio in questo momento che a Winston Churchill, all’epoca Segretario di Stato per le Colonie, venne affidato il portafoglio per il Medio Oriente e il compito di risolvere il problema. Il mandato di Churchill era chiaro: mantenere il controllo britannico sulle risorse strategiche dell’Iraq, in particolare il petrolio, riducendo drasticamente l’onere finanziario e militare per il contribuente britannico. La soluzione di Churchill fu elegante, cinica e avrebbe definito l’architettura politica del Medio Oriente per i successivi quattro decenni.
Nel marzo del 1921, convocò una conferenza presso l’Hotel Semiramis del Cairo. L’incontro riunì i più importanti funzionari britannici coinvolti negli affari mediorientali. Tra questi, Thomas Edward Lawrence, in qualità di consigliere speciale di Churchill. All’incontro partecipò anche Sir Percy Cox, Alto Commissario per l’Iraq, portando con sé la sua profonda conoscenza delle dinamiche politiche tribali della regione. E c’era anche Gertrude Bell, una delle figure più notevoli e controverse dell’intera vicenda. Gertrude Bell era un’archeologa, una linguista, un agente dei servizi segreti britannici, oltre che una stratega politica che aveva lavorato in Medio Oriente per decenni. Parlava fluentemente l’arabo, aveva viaggiato a lungo nella regione, e aveva stretto rapporti con i capi tribali di tutta la Mesopotamia. Aveva prestato servizio nell’intelligence militare britannica durante la guerra, e aveva scritto un libro bianco sull’amministrazione della Mesopotamia che divenne il documento fondante della politica britannica nella regione.
Era, senza dubbio, una delle funzionarie britanniche più esperte sugli affari iracheni, e svolse un ruolo centrale nella decisione per cui la Conferenza del Cairo è maggiormente ricordata: la scelta di un re. I partecipanti alla conferenza, a volte definiti dalla stampa i quaranta ladroni, si trovarono di fronte a un dilemma. Il dominio britannico diretto si era rivelato troppo costoso e troppo impopolare sia in Iraq che in patria, ma un semplice ritiro e la concessione di una vera indipendenza erano impensabili. Il petrolio era troppo prezioso e la posizione strategica troppo importante. La Gran Bretagna aveva bisogno di mantenere il controllo, ma doveva farlo attraverso un prestanome, un sovrano amico che dipendesse dal sostegno britannico, e che fosse quindi compiacente nei confronti degli interessi britannici.
La soluzione, promossa da Lawrence e sostenuta con entusiasmo dalla Bell, divenne nota come la Soluzione dello Sharif. Prevedeva l’insediamento di uno dei figli dello Sharif Hussein sul trono di un regno di nuova creazione. Il candidato prescelto fu Faisal bin Hussein, il terzo figlio di Hussein. Faisal era, per molti versi, una figura tragica. Aveva guidato le forze arabe al fianco di Lawrence durante la rivolta contro gli Ottomani. Era entrato trionfalmente a Damasco nell’ottobre del 1918, e si era brevemente affermato come re della Siria, governando da Damasco con il sostegno dei nazionalisti arabi. Ma il suo regno era durato meno di due anni. Nel luglio del 1920, le forze francesi avevano invaso il Paese, avevano sconfitto il piccolo esercito di Faisal nella battaglia di Maysalun, e lo avevano cacciato dalla Siria.
Era un re senza regno, un leader senza patria, un uomo a cui gli inglesi avevano promesso tutto per poi non mantenere niente. Churchill e il suo team vedevano Faisal come il candidato ideale proprio per via della sua debolezza. Avendo combattuto nella rivolta, Faisal godeva di prestigio tra i nazionalisti arabi. Era un hashemita, quindi un discendente del profeta Maometto, il che gli conferiva legittimità religiosa. Tuttavia, non aveva una base di potere in Iraq, né alleanze tribali, né un seguito locale. La sua autorità si sarebbe basata interamente sull’appoggio britannico. Il suo trono sarebbe stato dipendente dall’appoggio di Londra, e tale dipendenza avrebbe garantito la sua cooperazione sulle questioni più importanti per gli inglesi, soprattutto le concessioni petrolifere.
Ma c’era un piccolo problema. Faisal non era mai stato in Iraq. Non conosceva le tribù del Paese, la sua geografia, la sua politica interna o le sue dinamiche sociali. Parlava il dialetto arabo, in gran parte incomprensibile per molti iracheni. Come osservò in seguito uno storico, egli non conosceva le tribù irachene, non aveva legami di amicizia con i loro sceicchi, non aveva familiarità con il territorio, le paludi del sud, le montagne del nord, i campi di grano, la vita fluviale, e non aveva alcun legame con il suo antico passato. Era, nel senso più letterale del termine, un re straniero imposto a una popolazione che non lo aveva richiesto. Ma gli inglesi procedettero comunque. In realtà, le decisioni formalizzate al Cairo erano già state prese a Londra, prima ancora che la conferenza avesse inizio. La maggior parte degli esiti chiave erano stati predeterminati. Anziché essere una vera deliberazione, la conferenza del Cairo fu per lo più una formalizzazione di decisioni già prese da Churchill e dai suoi consiglieri londinesi. Dopo la conferenza, Faisal fu trasferito in Iraq nel giugno del 1921.
Sir Percy Cox organizzò un referendum, o plebiscito, per legittimarne l’insediamento. Il risultato fu annunciato con il 96% di voti a favore. Il numero stesso dice tutto ciò che c’è da sapere su come la votazione era stata condotta. Nessun autentico esercizio democratico produce un risultato del 96%, soprattutto in un Paese lacerato da divisioni etniche, settarie e tribali, dove il candidato è un perfetto sconosciuto alla stragrande maggioranza della popolazione. Il referendum fu gestito, controllato e orchestrato dagli inglesi dall’inizio alla fine. Il 23 agosto 1921, Faisal fu incoronato Re dell’Iraq a Baghdad. La cerimonia fu un evento surreale. L’inno nazionale suonato durante la cerimonia fu “God Save the King”, vale a dire l’inno britannico. Il vero potere nella stanza non era detenuto dal nuovo monarca, bensì dall’Alto Commissario britannico che lo aveva insediato.
Era stata creata una nazione, era stato insediato un re, e tutto era pronto per l’atto successivo: l’estrazione del petrolio. Il rapporto tra Faisal e i suoi finanziatori britannici fu formalizzato dal Trattato anglo-iracheno del 1922. Tale trattato formalizzava l’architettura giuridica del controllo britannico. In apparenza, sembrava un accordo tra due nazioni sovrane. In realtà, codificava la subordinazione dell’Iraq. In base ai suoi termini, la Gran Bretagna controllava la politica estera irachena. Consiglieri britannici erano insediati in ogni ministero principale del governo, e le loro raccomandazioni avevano forza di legge. La Gran Bretagna conservava il diritto di mantenere forze militari nella nazione e poteva intervenire a piacimento. La difesa e le comunicazioni irachene erano soggette alla supervisione britannica, e aspetto cruciale, la Gran Bretagna manteneva il pieno controllo sulla politica petrolifera irachena, e sulla concessione delle licenze di estrazione.
Il trattato sarebbe dovuto durare 20 anni. Quando l’Assemblea Costituente irachena si oppose e chiese la piena indipendenza, la durata fu ridotta a malincuore a quattro anni. Ma la riduzione fu in gran parte di facciata. La sostanza del controllo britannico rimase intatta e il trattato fu rinegoziato e prorogato più volte nel decennio successivo. Nel frattempo, Churchill aveva ideato un metodo ancora più efficace in termini di costi per mantenere l’ordine. Invece di mantenere decine di migliaia di soldati di fanteria in Iraq, propose che la Royal Air Force si assumesse la responsabilità primaria della sicurezza. Il concetto fu chiamato “polizia aerea” ed era tanto innovativo quanto brutale.
L’idea era semplice: se una tribù si rifiutava di pagare le tasse, sfidava l’autorità britannica, oppure interrompeva il funzionamento delle infrastrutture petrolifere, la RAF bombardava i suoi villaggi dall’alto. Era molto più economico che schierare colonne di fanteria nel deserto. Gli aerei potevano coprire grandi distanze in poche ore, cosa che alle forze di terra avrebbe richiesto giorni o settimane, e l’impatto psicologico dei bombardamenti aerei sulle popolazioni prive di mezzi di difesa antiaerea era devastante. Churchill era un convinto sostenitore di questo approccio. Già nel febbraio del 1920, prima ancora che iniziasse la rivolta irachena, aveva suggerito che la Mesopotamia potesse essere controllata per mezzo dell’aviazione piuttosto che con la fanteria. Sosteneva che i risparmi sui costi sarebbero stati enormi, e riguardo ai metodi impiegati, Churchill si dimostrò straordinariamente schietto.
Scrisse al maresciallo dell’aria Hugh Trenchard, capo di stato maggiore della RAF, chiedendo lo sviluppo di bombe asfissianti, calcolate per causare incapacità, ma non la morte, da utilizzare contro quelle che definiva tribù turbolente. Quando i funzionari sollevarono obiezioni all’uso di gas velenosi, Churchill rispose con la sua caratteristica franchezza, liquidando quella che definiva una riluttanza all’uso del gas contro tribù incivili. Nel 1922, la RAF assunse la responsabilità principale delle operazioni militari in Iraq. Le forze di terra britanniche furono ridotte da oltre 60.000 a meno di 10.000 uomini. Il costo per mantenere il controllo diminuì drasticamente e il bombardamento dei villaggi recalcitranti divenne uno strumento di routine della politica coloniale.
Con il controllo politico assicurato attraverso la monarchia fantoccio, e il controllo militare mantenuto tramite la sorveglianza aerea, la Gran Bretagna rivolse la sua piena attenzione al premio che aveva motivato l’intera impresa fin dall’inizio: il petrolio. La Turkish Petroleum Company, riorganizzata dopo la guerra per escludere la quota tedesca, era lo strumento attraverso il quale la Gran Bretagna intendeva sfruttare le riserve petrolifere irachene. In base all’accordo petrolifero di Sanremo, la precedente quota tedesca del 25% era stata trasferita ai francesi. La compagnia ricostituita era ora composta dalla Anglo-Persian Oil Company, dalla Royal Dutch Shell, dalla Compagnie Française des Petrólees, che rappresentava gli interessi francesi, e dall’indistruttibile 5% di Gulbenkian.
Il governo britannico sfruttò la sua posizione di potenza mandataria per fare pressione sull’Iraq affinché riconoscesse una concessione alla TPC. Nel 1925, il governo iracheno, fortemente influenzato dalla Gran Bretagna, fornì alla compagnia una concessione di 75 anni che copriva l’intero territorio delle ex province ottomane di Baghdad e Mosul. Le condizioni erano straordinarie. L’Iraq avrebbe ricevuto una royalty fissa per tonnellata di petrolio prodotta, pagata in sterline britanniche, ma non avrebbe avuto alcuna partecipazione nella società, nessun seggio nel consiglio di amministrazione, e nessuna voce in capitolo significativa sulle modalità di estrazione, trasporto o vendita del petrolio. La concessione era, di fatto, un accordo di estrazione coloniale mascherato da contratto commerciale.
E il 15 ottobre 1927, la squadra di perforazione trovò il petrolio vicino alla città di Kirkuk. Ciò che scoprirono non era un modesto giacimento. Era un getto di tale forza che ci vollero giorni per contenerlo. Enormi quantità di petrolio greggio schizzarono in aria, inondando il terreno circostante. Il giacimento di Kirkuk si rivelò uno dei più grandi e produttivi depositi petroliferi mai scoperti. I sospetti che avevano guidato la politica britannica per oltre un decennio erano stati confermati in modo spettacolare. L’Iraq si trovava seduto su un oceano di petrolio, e grazie all’accordo di concessione, i profitti sarebbero confluiti in gran parte a Londra, all’Aia e a Parigi, invece che a Baghdad. La scoperta del petrolio a Kirkuk accelerò la definizione della struttura proprietaria della TPC. Nel luglio del 1928, gli azionisti firmarono un accordo formale che divideva la società in quattro parti pressoché uguali che detenevano ciascuna circa il 23,5% delle azioni. Le parti erano assegnate alla Anglo-Persian Oil Company, alla Royal Dutch Shell, alla Compagnie Française de Pétrole, e alla Near East Development Corporation, che rappresentava gli interessi di cinque importanti compagnie petrolifere americane che avevano richiesto di entrare nel consorzio.
Gulbenkian mantenne il suo 5%, sebbene ora senza diritto di voto. La società fu riorganizzata come ente senza scopo di lucro registrato in Gran Bretagna, che produceva petrolio greggio a pagamento per conto delle sue società madri. Le fu esplicitamente vietato raffinare o commercializzare petrolio per l’esportazione, al fine di prevenire qualsiasi concorrenza con le attività globali delle sue società madri. Il petrolio iracheno doveva essere estratto a spese dell’Iraq, spedito fuori dall’Iraq, raffinato e venduto da società straniere per profitto estero. Nel 1930, con l’arrivo dell’indipendenza dell’Iraq, formalmente ottenuta grazie al mandato britannico, fu negoziato un nuovo trattato anglo-iracheno sotto la guida del Primo Ministro Nouri al-Sayed, figura che sarebbe diventata il simbolo più importante del governo iracheno allineato con la Gran Bretagna.
Il trattato garantì all’Iraq l’indipendenza formale e l’adesione alla Società delle Nazioni, obiettivo che fu raggiunto il 3 ottobre 1932, rendendolo la prima nazione araba ad entrare a far parte dell’organismo internazionale. Ma l’indipendenza fu, per molti aspetti, puramente nominale. Il trattato garantiva alla Gran Bretagna il diritto di stabilire basi militari, il diritto di transito delle truppe attraverso l’Iraq, il controllo del territorio iracheno e il mantenimento del controllo sul settore petrolifero per altri 25 anni. Gli inglesi mantennero le basi aeree di Habbaniyah e Shaibah. I consiglieri britannici rimasero infiltrati nel governo. E le entrate petrolifere continuarono a confluire in gran parte nelle mani di compagnie straniere.
Persino la corrispondenza all’interno dell’Iraq stesso recava l’impronta del controllo coloniale. Fino al 1932, la corrispondenza postale in Iraq era consentita solo in inglese o francese. L’arabo, la lingua parlata dalla stragrande maggioranza della popolazione, non era accettato. Il fatto che i dipendenti britannici controllassero sia la posta in entrata che quella in uscita era un piccolo dettaglio, ma diceva molto sulla natura della cosiddetta indipendenza concessa all’Iraq. Lo Stato esisteva, il re sedeva sul trono, la bandiera sventolava, ma le leve del vero potere, quello militare, finanziario e soprattutto petrolifero, rimanevano saldamente in mano britannica. Re Faisal I morì nel 1933, appena un anno dopo l’indipendenza formale dell’Iraq. Aveva solo 48 anni. Il suo regno era stato un costante gioco di equilibri tra le richieste dei suoi finanziatori britannici e le aspirazioni della popolazione irachena, una popolazione che lo considerava sempre più un’istituzione straniera al servizio di interessi stranieri.
Gli succedette il figlio Ghazi, che si dimostrò molto meno incline all’influenza britannica. Ghazi era un nazionalista arabo che mal sopportava il grado di controllo britannico sul suo Paese. Sostenne pubblicamente la causa palestinese, fece trasmissioni radiofoniche critiche nei confronti della politica britannica, e arrivò persino a sostenere l’annessione del Kuwait, un territorio che la Gran Bretagna aveva creato come entità separata per mantenere il proprio accesso strategico al Golfo. Ghazi morì nel 1939 in un incidente automobilistico che molti iracheni credettero, e continuano a credere, essere stato orchestrato dagli inglesi, sebbene ciò non sia mai stato definitivamente provato.
Gli succedette il figlio Faisal II, di soli tre anni, e fu istituita una reggenza sotto lo zio, il principe Abd al-Ilah. Il periodo di reggenza, che durò fino al raggiungimento della maggiore età da parte di Faisal II nel 1953, aggravò la dipendenza dell’Iraq dalla Gran Bretagna. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un colpo di stato filo-tedesco minacciò brevemente il controllo britannico, ma fu rapidamente represso quando le forze britanniche invasero e rioccuparono l’Iraq nel 1941, reinsediando il reggente e garantendo il continuo accesso al petrolio iracheno per lo sforzo bellico. Dopo la guerra, Faisal II continuò a governare sotto la forte influenza britannica. Suo zio Abd al-Ilah consigliò costantemente un allineamento con Londra, e il Primo Ministro Nouri al-Sayed, che ricoprì la carica per sette mandati, divenne l’incarnazione dell’establishment filo-britannico, mantenendo l’alleanza anglo-irachena anche quando le fondamenta politiche su cui si basava si stavano sgretolando.
L’atto finale arrivò rapidamente. Negli anni ’50, il mondo era cambiato in modi che rendevano l’ordine imposto dai britannici in Iraq sempre meno sostenibile. L’ascesa del nazionalismo panarabo, elettrizzata dalla rivoluzione di Gamal Abdel Nasser in Egitto nel 1952, ispirò una generazione di ufficiali arabi che rifiutavano il dominio occidentale. Nel 1955, la formazione del Patto di Baghdad, un’alleanza militare che legava l’Iraq a Gran Bretagna, Turchia, Iran e Pakistan, aveva lo scopo di contenere l’influenza sovietica nella regione, ma era profondamente impopolare tra gli iracheni, che lo vedevano come un’ulteriore catena che legava il loro Paese agli interessi occidentali. La provocazione finale si verificò quando Faisal II appoggiò l’invasione dell’Egitto guidata dai britannici durante la crisi di Suez nel 1956.
Il re si era schierato con la vecchia potenza coloniale contro un vicino arabo, e il popolo iracheno non glielo perdonò mai. La mattina del 14 luglio 1958, il colonnello Abdul Salam Arif guidò la 20ª Brigata a Baghdad. Le truppe occuparono la stazione radio e Arif trasmise una dichiarazione che proclamava la Repubblica dell’Iraq . I soldati presero d’assalto il palazzo reale. Re Faisal II, di soli 23 anni, fu catturato nel cortile del palazzo, insieme a suo zio Abd al-Ila e ad altri membri della famiglia reale. Fu loro ordinato di voltarsi verso il muro. E poi furono fucilati. Il corpo del giovane re fu trascinato per le strade. Il primo ministro Nouri al-Sayed tentò la fuga travestito da donna. Fu catturato il giorno seguente e ucciso. Il suo corpo fu ripetutamente investito da veicoli per strada. La monarchia hashemita, insediata dalla Gran Bretagna sette anni prima, fu annientata in una sola mattina.
La Nuova Repubblica, guidata dal generale Abdul Karim Qasim, prese immediatamente le distanze dall’Alleanza Occidentale, e il Patto di Baghdad fu abbandonato. Alle forze britanniche fu ordinato di andarsene. E nel 1972, la Iraq Petroleum Company, discendente diretta della Turkish Petroleum Company che era stata lo strumento del controllo britannico del petrolio per mezzo secolo, fu nazionalizzata. Il petrolio iracheno apparteneva finalmente, almeno di nome, all’Iraq. Ma a quel punto, il danno era fatto. I confini tracciati in una camera d’albergo dai funzionari coloniali avevano creato uno Stato frammentato lungo ogni possibile linea di faglia. Le divisioni settarie tra le popolazioni sunnite, sciite e curde, che erano state celate dalla monarchia e in seguito dal brutale autoritarismo del regime baathista, rimanevano profonde e instabili come sempre.
Ed ecco la parte più importante per chiunque osservi la situazione oggi. Le conseguenze della creazione dell’Iraq da parte della Gran Bretagna non si sono concluse con la caduta della monarchia o con la nazionalizzazione del petrolio, ma hanno continuato a riecheggiare in ogni crisi successiva. Ad esempio, la questione curda, basata sulle aspirazioni di un popolo a cui era stata promessa una nazione propria, per poi negarla al fine di mantenere il petrolio entro i confini controllati dalla Gran Bretagna, hanno alimentato il conflitto per oltre un secolo. La divisione tra sunniti e sciiti, acuita da decenni di governo di una minoranza sunnita sotto un sistema progettato per mantenere al potere un’élite fedele, sarebbe infine esplosa nella guerra civile settaria che seguì l’invasione americana del 2003. Gli stessi confini del Paese, tracciati senza riguardo per le realtà etniche o settarie, sono stati messi in discussione da ogni insurrezione, ogni conflitto civile e ogni intervento esterno dal 1921 in avanti. Ciò che la Gran Bretagna fece in Iraq non fu un caso isolato.
Faceva parte di un modello più ampio di comportamento imperialista che ha plasmato l’intero Medio Oriente moderno. La stessa logica che ha creato l’Iraq ha creato anche la Giordania, ha ricavato il Libano dalla Siria, ha istituito il Mandato in Palestina, e ha tracciato i confini del Kuwait. In ogni caso, le forze motrici erano le stesse: posizionamento strategico, estrazione di risorse e mantenimento del potere europeo. E in ogni caso, le conseguenze umane sono state considerate secondarie o non prese affatto in considerazione. Le persone che vivevano entro questi confini non erano gli artefici delle proprie nazioni. Erano la materia prima su cui quelle nazioni furono costruite.
Quindi, la prossima volta che qualcuno descrive il Medio Oriente come intrinsecamente instabile, come se i conflitti che vi si verificano derivassero da qualche caratteristica intrinseca dei suoi abitanti, ricordate questo: l’instabilità è stata orchestrata. I confini sono stati tracciati da mani straniere per scopi stranieri. I re sono stati importati, i parlamenti sono stati manipolati, le costituzioni sono state scritte sotto la supervisione straniera, e il petrolio, sempre il petrolio, è stata la forza gravitazionale che ha plasmato ogni decisione, ogni alleanza, ogni tradimento. L’Iraq non è stato creato per essere una nazione, è stato creato per essere una concessione, e le persone che vi abitano ne pagano il prezzo da un secolo.
È chiaro che la responsabilità della situazione descritta in questo video non è solo britannica, l’abbiamo visto anche nel video precedente. In particolare i britannici fino a quel momento avevano protetto l’impero ottomano e come è spiegato nel libro Secret Affairs, Affari Segreti di Mark Curtis, i britannici avevano lavorato sin dal XVI secolo per sosteneve l’impero ottomano come alleato e come baluardo contro i progetti imperiali della Russia e della Francia.
Quindi avevano secoli e secoli esperienza sia con l’Islam che con gli Ottomani ed erano la nazione che più di tutte conosceva la realtà del territorio, conosceva la realtà della religione islamica e sapevano benissimo che tipo di affetto avrebbero prodotto con le loro decisioni. Infatti dopo la cattura dell’India da parte dei Britannici era diventato indispensabile avere un elemento di separazione tra l’India e gli altri potenziali imperi e l’Imperio Ottomano era perfetto a questo scopo.
Inoltre permetteva di controllare le rotte di commercio, le rotte militari che portavano verso l’India. L’India, ve lo ricordo, era considerata la corona, o meglio era considerata il gioiello della corona britannica e l’India sua volta aveva un’enorme popolazione islamica. Quindi il fatto di avere il sultano dalla propria parte tornava a comodo in molti modi. Infatti i britannici aiutarono anche il sultano durante la guerra di Crimea contro i russi.
L’imperio ottomano stava crollando su sé stesso e sarebbe crollato in ogni caso, era troppo corrotto, ma i britannici non volevano che finisse nelle mani rivali quindi lo sostennero fino all’ultimo e avrebbero continuato a sostenerlo se non fosse stato che il sultano decise di schierarsi con i tedeschi durante la prima guerra mondiale.
A quel punto la Gran Bretagna decise di accelerare la caduta dell’impero e di accaparrarsi di associati importanti, in particolare naturalmente il petrolio, costruendo anche la nazione che avrebbe sostituito la Turchia nel dominio del mondo islamico, vale a dire l’abbia saudita, che è una creazione britannica. E come vedrete tutti gli stati del Medio Oriente, a parte l’Iran che già esisteva prima, sono stati costruiti dai Britannici, sono stati governati dai Britannici per lungo tempo e ancora oggi hanno relazioni molto strette, strategiche con i Britannici.
Israele, che è uno dei pesi stati, serviva come sponda per proteggere i canali di Suez e per poter trasportare il petrolio dall’Iraq direttamente nel Mediterraneo. Un’altra cosa interessante da notare è che gli indiani, le truppe provenienti dall’India, hanno combattuto in Medio Oriente e hanno mantenuto forti legami commerciali con quell’area. Oggi sono alleati di Israele e degli Emirati Arabi Uniti in competizione con l’Arabia Saudita e con il Pakistan, che sono invece alleati dei Turchi. Quindi si stanno rimpostando tutte le relazioni tra le varie potenze e il Medio Oriente sta cambiando in modi che non si erano mai visti prima e se volete capire meglio quello che sta succedendo naturalmente vi invito a vedere nella legione dove abbiamo moltissimi video che spiegano sia i cambiamenti, sia quello che possiamo aspettarci, sia quelli che sono i cambiamenti del sistema finanziario che avranno impatto anche direttamente sull’Italia.
Oggi fanno tutti finta, a parte Israele e Stati Uniti, di essere anche alleati dell’Iran che tuttavia non è un paese arabo e che ha adottato una forma di Islam che gli altri considerano eretico. Quindi sono tutti finti amici ma che in realtà stanno combattendo contro Iran in varie forme e si preparano in qualche modo a suddividersi le risorse di Iran o comunque a acquisire quelle che sono le linee di commercio che finora state usate dagli iraniani. I mandati che vengono menzionati nel video, che sono questa forma di colonialismo un po’ mascherata.
Era diventato necessario perché Woodrow Wilson, il presidente dei Stati Uniti all’epoca che fu quello che alla fine decise di portare i Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale, insisteva nel fatto di non avere la creazione di nuove colonie sia perché avrebbe fatto brutta figura in patria dove aveva promosso la Prima Guerra Mondiale come la guerra per difendere la democrazia, sia perché voleva comunque esercitare un certo controllo sugli alleati.
Alla fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, anche l’impero britannico ne è uscito distrutto e ha dovuto cedere il controllo del Medio Oriente agli americani, ma si è assicurato di esercitare controllo finanziario indiretto usando anche lo strumento dell’islamismo radicale, come è spiegato nel libro che vi ho menzionato prima. L’islamismo radicale che aveva osservato, coltivato e in qualche modo pilotato per lungo tempo e che aveva usato anche proprio per la costruzione dell’Arabia Saudita e se venite di noi nelle regioni scoprirete come.
L’obiettivo era naturalmente quello di mantenere l’azione del Medio Oriente costantemente divise e in conflitto reciproco, quindi incapaci di resistere all’influenza coloniale. I britannici hanno avuto anche per secoli una forte presenza in Irana che hanno usato sia come fonte di petrolio a basso costo, sia come punto di controllo sul Medio Oriente e sul commercio che transitava attraverso quell’area e per bloccare le espansioni dei russi verso il Mediterraneo oppure il Golfo Persico.
Inoltre sempre i britannici, ve lo ricordo, sono stati i principali architetti della Guerra fredda ed il sistema finanziario mondiale basato sull’euro-dollaro che abbiamo usato finora e che è stato costruito proprio perché in ragione della guerra fredda i russi o meglio i sovietici non potevano depositare i loro dollari che comunque avevano nelle banche americane quindi li depositavano nelle banche europee creando una base di dollari su cui poi le banche europee costruivano altri dollari e oggi la stragrande maggioranza dei dollari in circolazione finora è stata creata da banche o britanniche o europee ma il sistema cambiato da diciamo un anno e mezzo e ora gli americani vogliono riprendere il controllo di quel circuito almeno in buona parte e così facendo vedrete prosciugarsi dalla liquidità in Europa e in Gran Bretagna.
Già in Gran Bretagna vediamo gli effetti e l’operazione del Medio Oriente ha un ruolo centrale in tutto questo. l’Iraq ha sempre subito una forte influenza britannica. Nel 1980, un anno dopo la rivoluzione islamica in Iran, Saddam Hussein ha cominciato una guerra di dieci anni contro l’Iran, sostenuto dai finanziamenti di rabbia saudita e di altre nazioni arabe collegate a Londra, come il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti.
In più, sempre britannici sono stati coinvolti direttamente all’invasione dell’Iraq da parte degli americani, condotto da George Bush Jr. che non era certo un presidente molto sveglio e che era stato convinto che quella fosse una cosa giusta da fare e che anche era necessaria per in qualche modo vendicare la promessa di Saddam Hussein di uccidere suo padre e quindi George Bush era stato convinto che quella fosse la risposta giusta all’11 settembre, all’attacco 11 settembre quando in realtà non lo era o sembrava benissimo un po’ anche le condizioni dell’11 settembre come si sono sviluppate ma se venite anche nelle giorni scoprirete che la mano degli sauditi, la mano dei sauditi, era predominante anche in quell’attacco.
Quindi è stato trascinato in questa guerra, è stato trascinato o perlomeno ha trascinato gli americani anche nella guerra in Afghanistan da cui gli americani sono usciti sicuramente indeboliti sia finanziariamente che come immagine che militarmente e anche come risorse interne perché molti soldi sono stati indirizzati verso queste due guerre quando potevano essere usate per sviluppare l’industria americana, fino a arrivare la disastrosa ritirata di Biden nel 2021.
Ora la situazione in Iraq sta cambiando. Innanzitutto gli americani hanno annunciato che si ritireranno entro la fine di quest’anno, quindi non avranno più soldati in territorio iracheno. I Kurdi, che finora sono stati alleati degli americani, sono preoccupati di questo fatto perché temono di perdere una protezione importante anche se comunque resteranno truppe americane nell’area in generale, quindi potranno godere di una certa protezione. Inoltre i Kurdi in Siria stanno avvicinandosi moltissimo a Israele, stanno creando delle alleanze in tal senso, quindi possiamo immaginarci una sorta di sodalizio in quel senso.
I Kurdi sono già in guerra con l’Iran in questo preciso momento, l’Iran sta bombardando i territori iracheni dove si trovano i Kurdi e i Kurdi stanno promovendo varie di guerriglia in territorio iraniano e anche gli americani e i sauditi hanno bombardato le posizioni delle milizie iraniane che si trovano in Iraq e che attaccano i Kurdi e che attaccano anche alla desorbita, quindi è un po’ un mescolone però la cosa interessante è che il rapporto tra il nuovo presidente dell’Iraq è molto buono con gli americani, c’è collaborazione per sviluppare la produzione di petrolio, per inciso tutto il petrolio venduto da l’Iraq viene venduto attraverso la Federal Reserve di New York, quindi la Federal Reserve è un tema fondamentale, dobbiamo capire bene quali sono le origini e come si è sviluppata, perché è l’elemento perno su cui gira tutto.
E con l’uscita degli americani dall’Iraq il governo centrale sta riacquisendo più controllo, infatti anche le milizie piuttosto numerose che erano finanziate e sostenute dall’Iran in Iraq si stanno sganciando dall’Iran, non vogliono partecipare agli attacchi contro americani, contro Israele o contro altre nazioni del golfo, ma questi attacchi sono limitati a un restretto numero di miliziani che non fanno paura insomma sono relativamente piccoli e vengono facilmente ricondotti sotto controllo, mentre tutta la fazione di milizie iraniane che erano presenti in Iraq e che costituiscono la base, una base importante del governo, ora che hanno posizioni governative, hanno uno stipendio pagato stanzialmente dagli americani o comunque pagato grazie al petrolio che viene coordinato anche dagli americani, se ne stanno buoni.
Quindi l’Iraq sta cambiando, sta seguendo un suo percorso dove forse alla fine riusciranno a ricucire la spaccatura interna progettata in origine dai britannici, si promette il problema dei kurdi, il problema più importante visto che le altre due fazioni sembrano essersi in qualche modo riconciliate e visto che appunto ISIS è stata eliminata e visto che appunto anche le milizie iraniane o perlomeno finanziate da Iran, milizie sciite finanziate sopra l’Iran stanno cessando l’euro attiva. Vedremo però questo momento storico nel Medio Oriente stanno cambiando moltissime cose e quindi è bene sapere quello che sta succedendo.
Roberto Mazzoni